IL TEMPERAMATITE 2   incontro n.4

IL TEMPERAMATITE 2 incontro n.4

28 marzo 2012

ambientazione: la città

 

 

Bangkok: mangia, prega, ama

 

 

Se non siete mai stati in Asia, forse Bangkok non è la prima tra le città che vorreste considerare di visitare. A meno che non desideriate subire un turbinio di shock culturali fin dai primi passi mossi per scendere dalla scaletta dell’aereo, nell’afa pesante ed umidiccia che tutto l’anno accoglie i turisti di ogni dove. Non date per scontato che sia facile orientarsi tra i cartelli scritti in caratteri impietosi per qualcuno a digiuno della lingua, e nemmeno che i locali capiscano il vostro inglese.

Oppure no. Se siete mossi da uno spirito avventuroso e siete in grado di non fermarvi alle apparenze, se affrontate il viaggio per quello che puo’ offrire lungo il percorso e non solo all’arrivo, questa puo’ essere la città che fa al caso vostro.

Lontano dagli squallidi luoghi comuni che caratterizzano spesso queste zone del pianeta, parallelamente al fitto smog che attanaglia quelle strade, invase ad ogni ora del giorno da improbabili ed odorose friggirorie ambulanti, non è difficile scoprire un esteso minimondo costituito dalla popolazione locale, che riesce a rendere una metropoli immensa come la loro capitale, vivibile a misura di cittadino.

Immane commistione di efficienza ed arretratezza, dove ogni luogo sembra rappresentare un’ambientazione cinematografica alla Ridley Scott però priva dell’atmosfera criminosa, sia negli stretti vicoli che negli affollati viali. Sbagliare strada è facile, soprattuto decidendo di avventurarsi senza l’ausilio di mappe, anche per i tassisti. Ma se capitate in zone lontane dal palcoscenico turistico, dove l’usura della miseria “mostra la corda”, troverete comunque sorrisi negli occhi a mandorla dei locali, magari velati di sbeffeggio ma innocui, seppur spesso opportunistici.

Come temere per la propria sorte nella città patria dei piu’ grandi centri commerciali del Sud dell’Asia che nelle brochure, tra i vari negozi, illustrano anche le divinità che in quel luogo si possono andare a pregare negli innumerevoli tempietti costruiti con decoro ovunque. Ogni scusa sembra buona in questa citt‡ per erigere un tempio votivo, a cui la gente appare immensamente devota. Tanto la religione è integrata nella vita del tailandese che spesso è possibile notare tra le offerte pagane milk shake, hamburger, bibite gassate, a duplice testimonianza che ciò che importa è il gesto, svincolato dal senso di colpa cattolico tipicamente occidentale e che va bene sottrarre tempo allo shopping per raccogliersi in preghiera, fare un fioretto, quasi che rivolgersi al metafisico sia innato per una popolazione che di certo nella dimensione fisica eredita una storia di difficoltà e stenti.

A meno che non abbiate a che fare con i rispettati monaci buddisti, tenuti in gran considerazione e venerati, i vostri lineamenti da occidentali vi tradiranno inevitabilmente svelandovi turisti, opportunit‡ di business e non molto altro. Ma una volta capite le regole, il gioco consiste nell’ esperire di una civit‡ millenaria ma fermamente radicata nel presente. Mal che vada al prezzo di una contrattazione per un passaggio in tuk-tuk. Non importa se non ci si orienta ancora tra i grattacieli del centro e le periferie sconfinate, come a far finta di essere del posto, dove la gente ci insegna a vivere con così tanto meno di noi occidentali ed un nostro impiego medio permetterebbe un egregio tenore di vita.

Se cercate una vacanza insolita, che non risparmia imprevisti ma provvede a fornire un rischio calcolato, Bangkok è la meta.

Bangkok per l’occidentale è splendida ed innocua.

FEDERICO VIANI

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DOUZ

 

Partiamo stamattina presto. Deve essere oggi, perchè  è l’ultima settimana di marzo ed in aprile la temperatura sale troppo per te. Ho paura che  tu abbia  caldo. Ho fatto la valigia ieri sera. Un trolley così piccolo, ora vedo.  Avrò messo tutto? Tutto quello che basta, per me e per te, dopo il nostro tzunami della scorsa settimana? Vengo a prenderti fuori di casa tua.  Parcheggio. Mi sento spossata. Le spalle me le sento arcuate, in maniera abnorme e si cingono ancora di più attorno al petto. Il collo mi pesa e si spinge in avanti. La clavicola, l’omero e la gola a difesa del cuore. Scendi e non riesco a vederti nitidamente in volto. Sono le cinque, il sole non è ancora spuntato, ma mi sono già messa gli occhiali scuri per paura di dimenticarli. Vedo bene però la tua grande sagoma blu con il giro vita abbondante. Il momento della tua magrezza è passato da un bel po’ per lasciare il posto alla dolcezza soffice di qualcosa fuori posto rispetto ad una giovinezza scarna.  Mi sorprendo, così rabbuiata dentro,  di aver voglia di abbracciare la tua pancia ma non ti sfioro nemmeno. Ciao. Ciao. Ti avvicini ma non mi guardi. Nemmeno io ti guardo in volto. Ho paura, abbiamo paura di trovare i segni di una repulsione dell’altro che cerchiamo di evitare. L’aereo ci aspetta. Prima Roma, poi finalmente Douz. Il piccolo apparecchio atterra sulla pista nel deserto percorrendo l’asfalto fin quasi ad incontrare la sabbia. La hostess apre il portellone. Un fascio di luce penetra in cabina. Come sarà? Ci avviamo all’uscita. Esco per prima. Sto per avviarmi giù. Tu, dietro a me, prima di scendere ti soffermi a guardare il paesaggio, nuovo per te. Aspetto un attimo. Spio i tuoi movimenti. Quando il tuo sguardo ha terminato  la parabola dell’orizzonte ti prendo per mano, andando giù per la scaletta tirandoti un poco. Quindici gradi e una brezza secca che spira da non so dove.  Spero che ti vada bene e che le mie spalle mi  stringano un po’  meno. Mi fanno così male. Ci vengono a prendere. Ci depositano in quest’albergo da luna di miele. Alla reception niente documenti, qui vogliono solo un giuramento, valido per il tempo del viaggio. Un’attestazione di volontà a non dir cose che potrebbero non essere capite, che potrebbero far male. L’obbligo di parlare con i gesti, perchè è  l’unica cosa che sappiamo fare. Giuro. Giuro. Ma lo sapremo fare ancora?
Saliamo su per la scala di marmo, il trolley le lo porta il ragazzo della hall. Stavolta sei avanti tu, io ti rincorro un poco, fai le scale con baldanza. Non ce la faccio a starti dietro. Dopo un po’, sempre di schiena, mi dai la mano.
La camera è ariosa, il soffitto è alto, i muri tinteggiati di bianco. Due grandi finestre senza vetri si affacciano nel giardino sottostante. Tende oscuranti di  cotone a grosse righe blu e crema si muovono morbide per la brezza che si insinua nella stanza portando freschezza. Mi ritrovo a pregare, io che non credo.  La brezza cala, le tende si fermano lasciando fuori il sole. Dentro la frescura persiste ed aumenta nell’ombra velata. Ti spogli, mi abbracci. Mi spoglio, ti abbraccio.  Occhi chiusi i tuoi, occhi chiusi i miei. Bocca chiusa la tua, bocca chiusa la mia. Mi vuoi ancora per come sono adesso, diversa da ieri, diversa da domani? Ti voglio ancora, diverso da ieri, diverso da domani? Domande forti e presenti, inesprimibili. Ti accarezzo, mi accarezzi. Fuori mi sciolgo, anche se più lentamente del solito. Ti sciogli pure tu. Mi prendi, ti prendo. Ci si ama, finalmente. E’ un amarti forte e dubbioso, il mio, forte i impaurito, il mio, forte e bambino, il mio. Lo vuoi o ti pesa troppo? Non lo sai, non lo so. Dopo, stranamente, ti addormenti. Io mi vesto, esco. In fondo, sulla duna, in un pulviscolo di sabbia le quinte del film Il deserto dei tartari. Presenti, vive, sebbene di cartone. Un artefatto cinematografico che i locali si affannano a mantenere. Mi avvio per le strade dell’oasi, palme lussureggianti e buganvillee  vivacissime. L’agglomerato di casupole è più in là. Bambini cenciosi si rincorrono ridendo. Vorrei correre anch’io, vorrei ridere anch’io. Uno si avvicina, mi indica la palma, sale rapido con piccoli balzi fin sotto i rami frondosi. Mentre guardo in alto un altro mi tira per il vestito, mi offre datteri grossi e succosi. Non mi piacciono, di solito, ma qui, così freschi, mi attirano. Ne prendo due. Mi riempiono la mano. Torno alla stanza. Tu dormi ancora. Ti sveglio, devo, ripartiremo tra mezz’ora. Apri gli occhi, ti offro il tuo dattero mentre io mangio il mio. Non lo vuoi? Lo  prendi con svogliatezza, col dubbio. A casa non piacciono nemmeno a te. Lo annusi. Vaniglia talmente fine, un odore quasi impercettibile. Lo guardi, lo studi, lo valuti attentamente con gli occhi. Finalmente decidi di assaggiarlo e mentre lo  metti in bocca,  io, per un attimo,  sono felice.

 MARIA NEGLIA

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PESCHIERA, la città dei cigni

 

La strada per arrivare in centro si snoda lungo il corso calmo del fiume, quando all’improvviso compare un incrocio, oggi trasformato in rotonda: a destra prosegui per Gardaland, mentre prendendo a sinistra ti ritrovi, oltrepassato il ponte, a giungere in Largo donatori di sangue, luogo da me ironicamente ribattezzato Largo vampiri … Proseguendo, dopo una curva a destra entri nel porticciolo e da lì Peschiera e il Lago fanno la loro bella comparsa. La cosa che mi ha subito conquistata però, sono i cigni. Peschiera è la cittadella di cigni: sono dappertutto lungo il Lungolago! Non hanno paura di noi umani, sono paragonabili ai nostri cagnolini o gattini a cui puoi avvicinarti e dar da mangiare. Col loro becco prendono le briciole di pane direttamente dalla mano. Sono grandi i cigni di Peschiera e li vedi spesso pure in spiaggia d’estate tra i bagnanti. A guardarli sembrano vere famiglie umane: mamma, papà con due o tre pargoli al seguito. La cosa più buffa che scopri osservandoli è quando sono in acqua e decidono di spiccare il volo: sembrano non farcela, sono pesanti e stentano a staccarsi dalla superficie del lago. Faticano molto, perdendo quell’aria regale che solitamente li contraddistingue. Solo dopo molto sforzo riescono finalmente a librarsi nel cielo, mentre il Lago di Garda da sotto li osserva e sorride.

ALESSANDRA PECMAN

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Il telèro marocchino

 

In viaggio verso il deserto, alle prime luci dell’alba, dopo aver percorso molti chilometri lungo tutto il regno, sono nelle vicinanze della millenaria città che dà nome al Marocco.Procedo a rilento, a bordo di una rumorosa jeep, seguendo e pericolosamente superando dromedari asini cammelli, corriere cortei e carovane di berberi, tuareg e beduini diretti verso Bab el Khemis, antica porta d’accesso verso la Medina della città imperiale. Decido di cambiare direzione per eludere il caravanserraglio in caotico movimento, intenzionato a non perdermi già prima di arrivare.
Attraverso la zona moderna intersecata da boulevard alberati contornati da palazzi storici, alberghi sfarzosi e dimore quasi nascoste dalla lussureggiante vegetazione e percepisco più forte la possibilità di smarrire nella città più antica del sud. Poi vedo palmeti e giardini, la moschea e i minareti e non ho alcun dubbio; a piedi entro finalmente nella Medina e invaso da tutta l’esoticità e il fascino di Marrakech, guidato dalla curiosità, mi abbandono alla sua scoperta.
Influenzato dal racconto di chi c’era già stato, giungere al mattino mi permette di assaggiare l’aria fresca della notte non ancora invasa dai suoni e odori, sprigionati innumerevoli dalle attività artigianali, nei mercati a cielo aperto o nei bazar all’ombra del labirintico suk, dove rapito dal teatro di rutilante umanità perdo definitivamente l’orientamento.
Dopo aver girato tutto il giorno soggiogato dai mille colori, inebriato dal vento costante e piacevolmente affaticato dall’assaporare costumi e usanze così lontane dal gusto occidentale, c’è un luogo, dove approdo al crepuscolo per riassumere ciò che ho visto in un fotogramma indimenticabile, come un telèro indelebile impresso nella memoria.
E’ la piazza più famosa per Marrakech e di tutto il Marocco; è la Place Jemaa el Fna, dove dal primo pomeriggio e fino a notte è offerto lo spettacolo e lo spirito di un luogo che il tempo non ha ancora trasformato in plastica.
Mi siedo per riposare, dissetato da un tè alla menta, penso che il deserto possa attendere.

bdBODYBUK

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MELBOURNE, dove tutto è possibile

 

 

Melbourne si può amare, odiare o può lasciare totalmente indifferenti.
Onestamente non so come sia possibile non venire irretiti dal suo fascino.
Come farebbe un Koala con l’ultimo eucalipto esistente sulla faccia della Terra, io ho abbracciato la prima opzione.
Perché Melbourne è libertà allo stato puro. La respiri nell’aria, nelle opportunità che sono alla portata di tutti. Qui puoi essere ciò che vuoi, cambiare continuamente ruolo e palcoscenico per poi rinnegarli il giorno dopo e riappropriartene nuovamente il giorno dopo ancora.
Non ci sono classificazioni, nessuno cerca di catalogare gli altri.
La strada stessa è uno specchio di questa piacevole anarchia.
Passeggiando per le sue vie si può essere testimoni di abbinamenti piuttosto bizzarri.
Irriducibili scozzesi coi loro kilt multicolori (e penso che la domanda che passa per la mente di chi li incrocia sia sempre la stessa) camminano fianco a fianco con tecnologiche giapponesine, ambasciatrici di Hello Kitty che sembrano uscite da qualche fumetto orientale .
Indiani con turbanti o con foulard e chignon sfrecciano su taxi dove la loro divinità assume il nome di Tom-Tom, il dio navigatore.
Dark o aspiranti vampiri con tanto di sangue all’angolo della bocca ed attillati vestiti di nera pelle incrociano deliziose bimbe-farfalline o piccoli superman, supereroi  per un pomeriggio.
Ragazze lolite con le colorate gonne delle uniformi scolastiche si mescolano ai Burka dove le forme perdono i loro contorni quasi in un bilanciamento di valori e credenze.
Anche il cibo è libertà allo stato puro. A Melbourne si può mangiare a qualsiasi ora del giorno e della notte, qualsiasi cosa e in qualsiasi modo.
Con cibo take away mentre si passeggia per le sue strade o sui tram che attraversano la città in tutte le direzioni, oppure mentre si sta pigramente seduti su terrazze che si affacciano sul fiume o semplicemente nei mille e più ristoranti emblemi di tutte le cucine mondiali.
Melbourne, palcoscenico perfetto per effetti speciali, sfondo ideale per il libro della propria vita perché è proprio vero che a Melbourne tutto è veramente possibile.

 

PAOLA ALESSI

 

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