IL TEMPERAMATITE 3   incontro n.10

IL TEMPERAMATITE 3 incontro n.10

LO STRANO INCONTRO

di Barbara Milazzi

 

 

 

 

Guardo il mondo dall’alto. Lo sperone sotto le zampe. Dispiego le ali “Creeeeeek”. L’aria mi spinge in alto. “Creeeeeeeek!”

Era una splendida mattina. Il sole già alto illuminava i prati e il bosco ricoperti di brina. Karl alzò gli occhi al cielo. Che meraviglia! Il cielo terso lo salutava pieno di mille promesse. Alzò lo zaino pesantissimo e si mise in cammino. La strada era lunga. Sentii il suo richiamo prima ancora di vederla. Si fermò e alzò gli occhi al cielo. Eccola… L’aquila era là, sembrava sospesa nel cielo blu cobalto e stava pigramente girando una termica. La osservò con invidia salire sempre più in alto… Anche a lui sarebbe piaciuto muoversi nell’aria con la stessa eleganza ed efficienza… Era una macchina perfetta! Abbassò la visiera del cappellino sugli occhi e riprese a camminare con rinnovata energia. Non vedeva l’ora di arrivare a destinazione!

Ssssssuisssssshhhhhh” Le fronde al mio passaggio. “Creeeeeeeek creeeeeeek”.

Karl si fermò. Appoggiò lo zaino al suolo. Era finalmente arrivato. Nel cielo, piccoli cumuli bianchi soffici come panna, erano spuntati qua e là spezzando la monotonia dell’azzurro terso. Si sfregò mentalmente le mani. “Oggi farò un bel volo. E’ la giornata ideale per attraversare la valle e fare un bel triangolo da 200 km”. Sognava quel momento da settimane. Attendeva con certosina pazienza la giornata con le condizioni giuste e finalmente era stato premiato. Per tutta la strada aveva osservato l’aquila che giocava nel cielo. Alternava pigri anelli a planate decise verso terra dove stallava a pochi metri dalle fronde degli alberi. Sembrava aspettare qualcosa. Che spettacolo!

Creeeeeeeek creeeeeeek”. Finalmente! “Uak! Uak!” E’ qui!

Karl vide e capì. Un’altra aquila, chiaramente un maschio per le dimensioni più piccole, aveva raggiunto la prima e si erano messe a danzare nel cielo emettendo i loro versi. Era sicuramente una coppia. Aveva letto che le aquile reali comunicano vocalmente nel periodo riproduttivo e che il corteggiamento era accompagnato dalla “danza del cielo”, un rituale fatto di acrobazie bellissime. Era la prima volta che lo vedeva!

Fffffrrrrrr” Le nostre ali si sfiorano. “Ssssuiuuuuuuu” Su! “Sssssiuiuuuuuu” Giù! “Uaaaaaaaak!”

Karl aprì lo zaino ed estrasse la vela. La stese al suolo e iniziò la solita procedura di verifica dei cordini. Non c’erano nodi, tutto era a posto. Lentamente iniziò a vestirsi: la tuta di volo, il casco, i guanti. Accese la radio e la sintonizzò sulla frequenza utilizzata per il soccorso e la assicurò nella tasca della tuta. Accese il computer di bordo. Il GPS era attivo per cui lo schermo evidenziava già la zona in cui si trovava. Il variometro emise uno squittio non appena fu acceso. Bene… era quasi pronto. Indossò l’imbrago e lo assicurò con decisione. Chiuse i cosciali e sistemò il cockpit contenente gli strumenti di volo e infine agganciò la vela ai moschettoni. Era pronto. La vela gialla, stesa sul prato verde, sembrava un grande uccello colorato pronto per spiccare il volo. Karl era emozionato. Il volo gli faceva sempre quell’effetto. Alzò gli occhi al cielo e osservò le due aquile danzanti. Tra poco le avrebbe raggiunte. Era felice di volare assieme a loro. Gli avrebbero indicato le termiche. Tornò a girarsi verso la vela e osservò le fronde ondeggiare alla lieve brezza. “Bene” pensò “è perfetta”. Fece un passo indietro e la vela si sollevò gonfiandosi elegantemente. Quando gli fu sopra la testa, Karl girò su se stesso, fece due passi e via! Staccò i piedi da terra e fu in aria. Si sistemò comodamente dentro l’imbrago e si lasciò trasportare in alto.

AAAK AAAAAK!” Pericolo! Mi giro e lo vedo. “AAAK AAAAAK” Pericolo!

Karl sentì lo strano vocalizzo e alzò di scatto gli occhi. La vela, sopra la sua testa, gli occupava gran parte del cielo e non riuscì a vedere nulla. Spostò il peso a destra e virò decisamente da quel lato. E le vide.

AAAAAAK AAAAAK!” Attacco!

Le due aquile stavano volando sopra la sua testa lanciando i loro richiami. Sembrava proprio che ce l’avessero con lui. Le vide farsi più vicine e iniziò a preoccuparsi. Erano veramente enormi! Non gli era mai successo di trovarsi così vicino a un rapace e li osservava incantato. Una lieve preoccupazione iniziò ad attanagliarlo quando vide che si avvicinavano troppo. Gli seccava abbandonare la termica che stava girando, era bella robusta e stava salendo così velocemente! Aveva già guadagnato 800 metri! Karl sentì, prima ancora di vederlo, che una delle due aquile aveva artigliato la vela e aveva strappato il tessuto con il becco. “Merda “pensò. “Adesso mi tocca atterrare! Giornata rovinata!” Tirò decisamente il cordino esterno delle “A” e la vela fece le orecchie iniziando a scendere. Impegnato com’era nella manovra, Karl non vide l’altra aquila che, sopraggiungendo in picchiata, restava impigliata nell’intrico dei cordini della semiala improvvisamente chiusa.

CRIIIIIIK!” Terrore! “CRIIIIIIIIK” Aiuto! “CRIIIIIIIIIIK”

Karl sentì un grido prolungato e si trovò sballottato come in un frullatore. La situazione stava diventando seria. Senza pensarci ulteriormente, tirò il paracadute di emergenza sganciando la vela. Il paracadute si aprì sopra la sua testa ma purtroppo la vela rimase agganciata ad un moschettone. “Questa non ci voleva” pensò. La vela alle sue spalle non gli impediva di volare ma gli bloccava l’avanzamento e stava scendendo lentamente come in ascensore. Per fortuna aveva sotto di se una bella radura e quindi poté atterrare in sicurezza.

“Dio ti ringrazio” mormorò Karl atterrando pesantemente. “Mi è andata bene!” Rimase fermo qualche minuto ad assaporare il piacere della terra calda sotto le membra aspettando che il sangue, pompato dall’adrenalina, si calmasse, quindi si alzò lentamente. Stava bene. Si sganciò dall’imbrago, tolse il casco e cercò di capire come mai la vela non si era staccata. Non essendo più in tensione, il moschettone si aprì agevolmente. “Probabilmente è stato installato erroneamente… devo tornare in negozio e capire cos’è successo”. Si avvicinò alla vela e iniziò ad allargarla sul terreno. All’improvviso la vide e si bloccò. L’aquila giaceva inerme al suolo, impigliata in un groviglio di cordini. La guardò con ammirazione. Era bellissima! Ed enorme! Non aveva mai visto così da vicino un rapace! Pensò al da farsi… quegli artigli e quel becco incutevano timore… erano strumenti mortali! Ma non poteva lasciarla là… Cercò nella sacca dell’imbrago un paio di guanti più spessi e si mise a dipanare il groviglio dei cordini.

Mi toccano. Apro gli occhi. Chi è? Non posso volare. Paura. Pericolo! Forse no. Allerta…

Karl vide gli occhi dell’aquila aprirsi di scatto e guardarlo e si fermò timoroso. Valutò che restava ferma e quindi riprese con circospezione il suo lavoro. “Guarda che danno! Dovrò cambiare l’intero fascio” pensava districando alacremente i cordini “forse questa è l’occasione giusta per cambiare la vela!” Con la coda dell’occhio guardò nuovamente l’aquila… Era proprio bellissima. Le sollevò con circospezione una zampa artigliata per liberarla.

Creeeeeeek” Sei là? “AAAAAAK AAAAAK” Pericolo? “Creeeeeek” Non sembra. Osservo.

Karl sentì il richiamo e si voltò di scatto. L’aquila lo fissava con il suo occhio vitreo e senza palpebra. Era ferma. Si rassicurò. “Devo muovermi”. Si concentrò sulle ali. Le liberò e la sentì agitarsi. Restava l’ultima zampa e poi avrebbe finito.

Creeeek” Le ali! “Creeeek” Posso volare! “Criiiiik” L’artiglio!

“Sta’ ferma” disse Karl rivolto all’aquila come se lei potesse capire la sua lingua. Se continuava ad agitarsi e a tirare in quel modo non sarebbe mai riuscito a liberarle la zampa. Come se l’avesse capito l’aquila si acquietò. Ancora un nodo e sarebbe stata libera. Karl aprì l’anello che la imprigionava e le sfilò la zampa. Fatto!

CREEEEEEK” Libera! “CREEEEEEK” Sbatto le ali. “UAAAK UAAAAAK” Via!

Karl alzò gli occhi stupiti al cielo quando la vide alzarsi in volo. Era splendida! E aveva un’apertura alare di almeno due metri! Un esemplare meraviglioso! Non aveva mai visto nulla di simile in vita sua! La guardò appoggiarsi con grazia sul ramo vicino all’altra aquila che da quel punto aveva osservato tutta la scena e provò una forte invidia! Lui non avrebbe mai potuto muoversi in aria con una simile naturalezza! Le osservò gridarsi qualcosa e giocare. Spiccarono il volo. “Ecco, se ne vanno! Che spettacolo! Non ho nemmeno potuto fotografarle!”

IIIIIIIIKK” Aspetta! “CREEEEEEK” torno!

Karl le osservava allontanarsi a bocca aperta quando improvvisamente la vide virare repentinamente e scendere verso di lui. Si fermò a poche decine di centimetri dal suo naso. Sbatteva le ali per rimanere immobile innanzi a lui e lo fissava intensamente con il freddo sguardo. Era uno spettacolo eccezionale! Trattenne il respiro sentendola gridare qualcosa.

CREEEEEEEEEEK”

Un attimo dopo era lontana. “Mio Dio è scesa a ringraziarmi” Karl era commosso. Alzò una mano verso il cielo guardandola allontanarsi velocemente. Non avrebbe mai scordato quell’avventura meravigliosa!

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 UN SOGNO

di Elena Valassi

 

 

 

 

So che è casa tua, ma non riconosco la stanza. Credo di non essere mai stata in questo soggiorno eppure sono certa sia il soggiorno di casa tua.

Seduta sul divano ci sei tu che guardi quella rosa blu, uguale alla rosa di un cartone animato che avevo visto da bambina. E so che è proprio quella rosa lì. Sembra uscita dalla televisione, da un programma degli anni Ottanta, è un’immagine sgranata, non è in alta definizione. Quel fiore è solo un ricordo di una rosa vista tanti anni fa. L’ho riconosciuta lo stesso, e tu adesso la metti in un vaso con dell’acqua. Mi sembra che le tue mani non la tocchino neanche. Adesso ti giri e ti accorgi di me, ti avvicini, sorridi e mi baci sulla bocca. Distolgo lo sguardo e fisso la finestra dalle persiane rosse, il cielo è pieno di nuvole nere. Minaccia pioggia. Dalla finestra accanto vedo invece un cielo azzurro ed un sole splendente. E’ giugno ma indosso sciarpa e guanti.

Prendo un bicchiere è pieno di succo d’arancia ma ha il gusto del mango, non so se ricordo davvero il gusto del mango. Mi chiedi se ho sete, pensavo volessi chiedermi qualcosa di me, della mia vita.

Sospiro, chiudo un attimo gli occhi e tu e il tuo soggiorno non ci siete più.

Sono in macchina e passo sotto un ponte, lo ricordo in un altro sogno, scalo la marcia. Il volante è bollente e fuori nevica. Metto la freccia a destra ed accosto in un campo di girasoli, adesso c’è il sole. Amo i girasoli ma non ne avevo mai visti così tanti tutti assieme e non sapevo mi potessero far starnutire tanto. Risalgo in macchina e cerco un bar. La vedo alla fine della lunga strada di montagna. Entro e chiedo un bicchiere d’acqua. Ho sete ripensando a te che bagni e curi la tua rosa blu. Quando risalgo in macchina ricordo di non saper guidare. Non credevo lo si potesse dimenticare dopo dieci minuti di sosta in un bar.

Rido, rido e poi chiamo un nome Matteo. Non conosco nessun Matteo ma qualcuno arriverà. Chissà se esistono i cellulari. Cerco nelle tasche un gettone per telefonare ma trovo solo una dracma e non entra nemmeno nel distributore di caramelle. Meglio, ho troppa sete non devo mangiare dolci.

Mi si avvicina un uomo anziano con una faccia da bambino e mi chiede se mi sono persa. Rispondo di no, sembra deluso, ma io sto aspettando Matteo. Parliamo in armeno. Piango e mi vengono in mente gli occhi tristi delle foche, di quelle bianche, e piango ancora di più.

Fermo una ragazza è incinta, mi sorride e nei suoi occhi azzurri vedo il mio viso stanco ma ancora bellissimo. Le chiedo l’ora, si guarda il polso, non ha l’orologio, non si interessa del tempo. Conta le stagioni, sa che il suo bambino nascerà a maggio. Le interessano le rose del suo giardino. Mi chiedi se voglio vederle. Rifiuto con tanta dolcezza che lei si commuove. Le racconto la storia della rosa blu che ho visto a casa tua. Una rosa uscita da un cartone animato. E ripensandoci mi viene in mente l’immagine di me e mia madre che guardiamo la televisione assieme, io sono una bambina e lei una giovane donna. Quando c’è la musica mi fa ballare, Aznavour canta alla radio.

Aspetto Matteo e dell’acqua per dissetarmi, non riesco più a parlare. Ma ormai non c’è nessuno con cui parlare. Sono sola in tutto il mondo. Rido, piango e di nuovo il vecchio con la faccia da bambino mi si avvicina. Mi dice qualcosa, questa volta non riesco a capirlo, ho scordato l’armeno. Chiudo gli occhi e mi sembrano incollati, riesco con fatica a riaprirli e a vedere.

Sono in spiaggia e tu sei dietro di me, hai la rosa blu in mano, le tue dita sembrano non toccarla neanche. Mi prendi per mano, mi baci la guancia e mi porgi dell’acqua. Prendo il bicchiere ghiacciato. Ho sete, ma non lo bevo, lo getto a terra e la sabbia diventa più scura, bagnata. Camminiamo a lungo, ore, giorni, non lo so. Dopo un tempo che sembra infinito mi accorgo che abbiamo girato attorno, vedo le nostre orme sulla sabbia. Dove avevo versato l’acqua sta germogliando una rosa. Non è ancora blu, ma lo diventerà.

 

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