IL TEMPERAMATITE      i racconti del cassetto

IL TEMPERAMATITE i racconti del cassetto

 

VILLA PAZIENZA

 

 

Arrivo accaldata, con dieci minuti di anticipo, e con la speranza che siano sufficienti per ricevere dalla collega le eventuali informazioni, le cosiddette consegne, per poter affrontare il mio turno sapendo a grandi linee se c’è qualcosa da ricordare, da tenere d’occhio, da temere o da evitare.

Suono alla porta e viene Mario ad aprirmi. Lui è uno dei sei inquilini della casa a due piani con giardino che qualcuno ha battezzato Villa Pazienza. Trovo la collega in cucina, con la faccia tesa e lo sguardo alzato al cielo per farmi capire senza parole e con un po’ di ironia che ha avuto un turno difficile, con i soliti problemi: Mario ha dormito fino a quasi l’ora di cena, ignorando ogni richiamo e ogni suggerimento a fare qualcosa, Antonio invece è stato sveglissimo e nel pomeriggio ha suonato il sassofono con stonature alternate a momenti di grazia ma senza tener conto della stanchezza e dei bisogni degli altri, si è poi cucinato sei uova per merenda sporcando in cucina come se fosse passato un gruppo di adolescenti. E tutti gli altri a turno hanno ignorato regole, oltrepassato limiti, preteso l’impossibile, imposto l’assurdo! Capisco che la collega ha bisogno di andarsene subito via da lì. Poco dopo, guardando dalla finestra della cucina, la vedo affrettarsi con la sua utilitaria dopo avermi dato le ultime raccomandazioni

Mi faccio un giro per la casa e soprattutto per le varie stanze private per salutare tutti e per visualizzare cosa stanno facendo. Trovo Luca disteso vestito sul letto a due piazze che tiene sempre in disordine, fuma e legge, o cerca di leggere, un quotidiano di almeno una settimana fa. Ha il portacenere già pieno di cicche e la sua stanza sembra un affumicatoio di arringhe. Apro la finestra chiedendogli retoricamente come fa a respirare e lui che non capisce la mia ironia mi risponde gentilissimo che respira molto bene da quando ha fatto la cura di antibiotici. Gli cerco un pigiama pulito nell’armadio, domattina sarà pieno di cenere e macchiato di piscio e verrà messo in lavatrice Il signore infatti consuma un pigiama a notte! Sono tutti gran consumatori di abiti, che noi laviamo con le tre lavatrici che abbiamo in casa e stiriamo e ripariamo nella stanza che chiamiamo pomposamente sartoria.

Nella camera accanto c’è Francesca, è già sotto le lenzuola ed è profondamente addormentata; l’aria nella sua stanza è pesante, densa di odori del corpo, di sudore, di alito pesante e persino di sangue delle mestruazioni. Decido di socchiuderle la finestra e di lasciarla così almeno fino a quando non andrò io stessa a letto, lei non si accorgerà di niente e respirerà aria pulita. Ha lasciato sul pavimento gli abiti che si è tolta per infilarsi a letto e sul comodino ha appoggiato gli occhiali spessi da miope e qualche euro. Li conto e mi prometto di controllare se ci saranno tutti domattina perché abbiamo il sospetto che qualcuno entri nella sua stanza a rubarle ogni tanto qualche moneta. Lei i soldi li guadagna sistemando la merce sugli scaffali di un negozio all’ingrosso di prodotti da giardinaggio, per alcune ore a settimana dal lunedì al venerdì.

Irene invece la trovo ancora sveglia, sprofondata nella sua poltrona davanti la televisione spenta. Sta sgranocchiando l’ennesima caramella, lasciandone l’involucro accartocciato sul pavimento, accanto ai piedi. Conto venti carte, compresa quella che ha tra le dita. La prendo un po’ in giro dicendole che è una ghiottona di prima categoria e che se non vuole avere un bel mal di pancia le conviene fermarsi. Mi racconta che gliele ha portate suo fratello al lavoro, cioè presso la tosacani che le lascia fare qualche semplice faccenda e le dà piccoli compiti ripetitivi, per qualche ora al giorno, alcuni giorni della settimana. Le dico che se le conserverà anche per i prossimi giorni potrà godersi il dono di suo fratello più a lungo, ma lei non sembra sensibile a questa prospettiva. Per lei qualunque cosa va consumata prima possibile, dalle sigarette ai dolciumi, dai pasti ai soldi. Mi rendo conto che per evitarle il mal di pancia dovrei ora litigare con lei e strapparle di mano quel sacchetto di caramelle e poi nasconderlo…ma lei non dormirebbe e verrebbe a bussare alla mia porta per tutta la notte fino a sfinirmi; preferisco perciò lasciarla fare e domani si vedrà. Le chiedo se ha stirato i suoi vestiti che le avevo messo in stireria durante il mio turno precedente. Mi assicura di averlo fatto e che ora sono in ordine dentro il suo armadio ma quando vado a cercare qualche indumento da proporle per il giorno dopo, li trovo invece appallottolati in un angolo del guardaroba. Mi sembra di diventare rossa in faccia e subito dopo verde dalla rabbia, ma non dico niente, lei però sa cosa ho visto e comincia ad inventarsi scuse del tipo che Francesca è andata a rovistare tra i suoi vestiti perché cercava una sua maglietta e che Patrasso il gatto della vicina ci si è infilato dentro cercando un posto dove fare i cuccioli. Le spiego sarcastica che un gatto maschio e per giunta sterilizzato non può partorire e la prego di risparmiarmi le sue sciocche bugie e le dico che la verità è che lei è una pigra senza paragoni e non rispetta il nostro lavoro. Abbassa la testa ma non mi sembra molto dispiaciuta; riprendo il mucchio di vestiti e decido di portarmelo in sartoria dove durante la notte lo stirerò e domattina lo sistemerò nell’armadio, nella speranza che impari dall’esempio se non dai rimproveri.

Dopo aver lasciato i vestiti di Irene in sartoria ripasso in cucina per bere un bicchiere d’acqua e ci trovo Antonio che rovista meticolosamente nelle immondizie. Mi sento grugnire di irritazione e allora lui nasconde una buccia di formaggio nella mano e mi passa davanti per tornarsene velocemente in camera sua senza neanche guardarmi in faccia. Raccolgo le immondizie che sono cadute sul pavimento durante la sua ricerca di qualcosa di sfizioso e per evitare altre sue visite dello stesso tipo , annodo il sacchetto e vado a buttarlo nel cassonetto all’angolo della strada. Uscendo per strada sento l’aria calda che da una settimana sta caratterizzando le nostre serate e sento il televisore dei vicini e le urla di alcuni bambini che stanno giocando su un terrazzo. E’ buio ormai e questo momento della giornata mi riempie sempre di una specie di languore, come una voglia di vacanza, di viaggi, di isole mediterranee, di falò sulla spiaggia, di…

Mi sveglio dalle mie fantasie appena apro il cassonetto in cui oltre ai vari sacchetti pieni di immondizie vedo anche la valigia di Mario che qualcuno ha buttato via. La tiro su e la ispeziono, mi sembra perfetta, in ottimo stato. Mi fermo un attimo a riflettere, dopodiché decido di lasciarla lì ma mi sbrigo a cercare Mario per chiedergli se l’ha buttata via lui e perché. L’ha buttata lui perché aveva una macchia, mi spiega. Gli dico che le macchie si possono lavare, che non ha senso buttare una buona valigia per una macchietta, ma lui non vuole sentire ragioni e sta cominciando ad arrabbiarsi alzando la voce e rabbuiandosi. Gli dico di calmarsi, la valigia è sua e di conseguenza può farne quello che vuole ma è stupido buttare via i pochi soldi della sua pensione in quel modo. Non è interessato alla mia predica e accende la televisione fingendosi indaffarato a cercare una specifica trasmissione. Quando la trova non sente più la mia voce, lo conosco e so che quando si concentra davanti la tv potrebbero anche venire i ladri e lui non se ne accorgerebbe. Decido di dimenticare la sua valigia e vado a salutare Roberto, il più anziano della casa. Tutti gli altri sono tra i quaranta e i cinquant’anni ma lui ha superato da poco i settanta, portandoli benissimo.

Roberto vive la casa meglio di tutti gli altri, al punto che ha chiesto di poter usare un pezzo di giardino sul retro per coltivare del basilico, del prezzemolo e della salvia, tutte cose che con orgoglio ci porta in cucina a disposizione di chi prepara i pasti. Roberto però è anche il tipo che mentre ci porta i suoi mazzetti profumati di erbe ci sottrae sotto il naso intere scatole di tonno, manciate di zucchero, formaggini, salami interi e qualunque altra cosa mangiabile e sottraibile. Poi ne troviamo traccia nei suoi cassetti che sono spesso pieni di carte da alimenti, pane secco, scatole unte, torsoli di frutta, bucce e briciole. Questa sera lo trovo addormentato sulla sua poltrona, con il televisore a basso volume, sintonizzato su una trasmissione di archeologia. Ha la testa pendente e l’inguine bagnato: si è pisciato addosso, nonostante il pannolone. Lo sveglio e gli chiedo di andarsi a fare la doccia e di mettersi un nuovo pannolone, e gli suggerisco di infilarsi subito dopo nel letto, ché riposa sicuramente meglio. Intanto io metto nel cestino della lavatrice i suoi vestiti sporchi e sostituisco il telo bagnato sulla sua poltrona con uno asciutto.

Infine passo da Sebastiano che sta anche lui dormendo davanti la TV, ma purtroppo con la sigaretta accesa. Gliela sfilo dalle dita e neanche se ne accorge. So che non serve chiamarlo quando è in questo stato, bisogna strattonarlo piuttosto e infatti, dopo averlo fatto con particolare impeto, vedo che apre un occhio. Mi saluta cordialmente alla sua maniera, ripetendo la stessa parola e chiedendomi più volte la stessa cosa, per esempio cosa preparerò per colazione, cosa lui dovrà fare domani, chi sarà di turno dopo di me e cose simili. Per esperienza so che è talmente assonnato che non vale la pena dargli risposte vere, basta dirgli una sciocchezza qualunque e lui passa già alla domanda seguente. Mentre ripete le sue frasi ipnoticamente si toglie i pantaloni e si infila nel letto con tutti i calzini e la maglietta, e due secondi dopo sta dormendo come un sasso. Socchiudo la sua finestra per far cambiare aria, vado in cucina a svuotargli il portacenere e torno in camera sua per pulire gli interruttori della luce che anche questa sera sono macchiati di qualcosa di denso e scuro; spero sempre sia cioccolata e cenere ma a volte ho il sospetto che sia invece cacca.

E a questo punto, lasciando la sua stanza, mi chiedo se non sia il caso di sedermi un attimo nella stanza che consideriamo ufficio, al piano di sopra, e fare una pausa prima di proseguire il turno di notte, magari bevendo un bicchiere d’acqua, e poi potrei già prepararmi il letto in sartoria, mettendo le mie lenzuola sul materasso del lettino che di giorno funge anche da divanetto. Mezz’ora dopo faccio il giro per controllare che le serrature e le finestre siano tutte chiuse e mi metto quindi a stirare; considerando che è il lavoro che mi piace di meno, mi conviene occuparmene subito così poi potrò divertirmi a preparare un ragù per il turno di mattina. In stireria c’è anche un piccolo televisore, per mia fortuna, stasera riesco a vedermi un intero film d’amore, francese e doppiato felicemente, intanto che stiro tutto quello che si è accumulato durante la giornata. Quando finisco di stirare l’ultima camicia mi accorgo però che non ho anche la forza di cucinare e decido di rimandare ulteriori faccende domestiche a domattina presto, quando sarò più fresca e riposata. Ma è un’illusione perché Antonio mi raggiunge in stireria con lo sguardo allucinato e il pigiama bagnato all’inguine, ha evidentemente fatto un brutto sogno e lui confonde il sogno con la realtà e dice che una motosega gli ha segato le mani, come farà adesso a suonare il sassofono? Cerco di fargli capire che era solo un sogno ma non vuole ascoltarmi, va avanti e indietro tra la sua camera al piano di sopra e la stireria a pianterreno o qualunque altro posto in cui io mi trovo, camminando scalzo con passo felpato e dicendomi sempre la stessa frase con sempre lo stesso tono a prescindere dalle mie risposte. Lo conosco: può andare avanti così anche per ore. E io che speravo di riuscire a dormire qualche ora questa notte! Anche Mario si alza e lo sento rumoreggiare in bagno, sta sicuramente lavando una maglietta bianca con un pezzo di sapone di Marsiglia. E’ una lavandaia perfetta ma sceglie le ore sbagliate per fare i suoi bucati! Ormai è l’una e anche se i vicini a volte disturbano molto di più dei signori di Villa Pazienza, non mi sembra il caso di fare tutto quel chiasso. Proprio quando io sto andando a dirgli di smettere lui ha appena finito di sciacquare la sua maglietta e la sta stendendo sul terrazzo. Antonio, che mi ha seguita, si rivolge ora anche a lui, ma Mario non ha voglia di sentirlo e così litigano, o meglio Mario gli scaraventa addosso tutto un repertorio volgare di epiteti e maledizioni e Antonio si ritira silenzioso nella propria stanza, fino alla prossima uscita.

Peccato che questa notte stia andando in questa maniera, mi dico. Antonio potrebbe continuare a star male fino all’alba e facendo rumore si rischia che anche gli altri si sveglino con chissà quali reazioni o bisogni. Mi dico con ironia che adesso capisco perché questa casa si chiama Villa Pazienza. E mi arrendo: resto in salotto davanti la televisione accesa ma senza vederla, mi distendo sul divano un momento, pronta ad ogni evenienza, chiudendo gli occhi senza volerlo, riaprendoli con fatica quando Antonio viene a dirmi la sua tiritera, camminando avanti e indietro come una sentinella, tra me e la sua stanza, fino alle tre del mattino. Poi ad un certo punto non lo sento più: sfinito si è addormentato. E così io spengo le luci e vado in stireria a godere un attimo il letto che avevo preparato. Non so se dormo davvero, a me piuttosto sembra un dormiveglia in cui facce e cose si mescolano incoerenti. Ho male ai piedi, mal di schiena e il braccio destro con cui ho sollevato il ferro da stiro mi sembra particolarmente stanco. Nel dormiveglia queste sensazioni fisiche sembrano trascinarmi verso il basso, in una specie di buco ovattato in cui nel fondo mi sembra ci sia il sonno profondo. Ma proprio mentre sembra che io sia riuscita a raggiungere questo fondo, il mio cellulare mi sveglia con un leggero allarme: sono le 5.30 e devo preparare le colazioni.

Fra non molto verrà la collega del mattino e insieme sveglieremo tutti e li aiuteremo a lavarsi per uscire e affrontare i vari impegni nel modo più dignitoso possibile. E poi… fra un paio di ore sarò sull’autobus che mi riporterà a casa, penso sorridendo mentre preparo le caffettiere.

 Angela Siciliano

 

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I RACCONTI DEL GRUISTA

1. Il tetto

Il tetto è andato in tre giorni. Calo giù lentamente l’ultimo carrello nell’area di sgombero dei materiali dove  il camion è pronto a caricare. E’ da un po’ che  studio gli effetti che i punti cardinali hanno su di me. Quando il  braccio della gru si allinea, ad esempio,  con il  nord,  mi sento improvvisamente tranquillo e disteso. La scuola sta di fronte al cantiere, addossata alla collina verso nord. Il braccio della gru è più alto dell’edificio  di una decina di metri,  e quando gira, ci passa sopra, e mi piace quando  la punta  incrocia perpendicolare le grandi finestre esposte a sud.  Il cantiere confina con il parcheggio della scuola, da quassù vedo tutti i movimenti, l’inizio e la fine delle lezioni, le macchine che arrivano e partono, i ragazzi nelle classi,  la biblioteca al primo piano, con quattro larghe finestre in pieno sole. La bibliotecaria, una donna alta con i capelli lunghi,  si ferma spesso alla finestra,  guarda la gru. Certi punti cardinali li riconosco bene dalle sensazioni che provo. Quando il braccio gira verso ovest, dove c’è il mare,  mi crea una strana inquietudine, come venire svuotato in un modo completo. Lo stesso quando il braccio si ferma in direzione  sud, dove si stende la città, ma il disagio è diverso, perchè  è ansia da pienezza eccessiva. Quando il braccio punta ad est,  dove si alzano le colline, sono neutro come stato d’animo, però sono attivo più del solito,  vedo più nitido e respiro  meglio. L’edificio a cui sto lavorando non ha ancora il tetto. Sembra un cranio aperto per un intervento chirurgico. Non so,  lo vedo così. E’ il recupero di un vecchio edificio che diventerà una scuola. Sto leggendo un libro sulle catastrofi, da cui ho trascritto una frase sul mio quaderno: ”I cambiamenti di forma vengono denominati appunto catastrofi”. Il restauro che cambia la forma di un oggetto,  mi sembra una catastrofe,  e ho paura per il cosmo, quindi scrivo.   Scrivere per me è come il bisogno di bere un bicchiere d’acqua. Ciò che conta è “bere”,  il perchè e il cosa, è secondario. Il vero problema è da dove. L’alto o il basso ?. E’ una questione cruciale. In via di principio, credo nel basso. Sin da bambino, quando al buio immaginavo una moltitudine di mostri che abitava sotto il letto. Adesso quando scrivo, sono sicuro che come allora,  quello che sto cercando e che temo di scoprire,  stia  in basso. Per lungo tempo invece ho cercato delle risposte in cose elevate. Mi piace guardare dall’alto, sistemato sui tralicci della gru, a girare piano nelle direzioni dello spazio,  calare il gancio, osservare  ciò che altri non possono vedere. Nel mio lavoro, per ore ho pochi contatti con la terra sottostante, poche parole scambiate, silenzio, e la visione da un punto di vista che sovrasta gli altri, e  rimpicciolisce le cose lievemente con la lente del cielo. Viceversa, la dimensione del basso, ciò che vedono le scarpe per intenderci, sta a filo della terra, dove è difficile girarsi a cercar nuvole, e si ha davanti un orizzonte stretto ma domestico. Conoscere il mondo con le piante dei piedi, callose ma sensibili come il pennino di un sismografo, è praticato dai primitivi. Stando in basso diventa secondario il cuore, il protagonista delle cose elevate, che sta sempre a colorare ogni cosa di un rosso corrida.  Finisce sempre che qualcosa cola a terra e resta fermo, senza respiro. Morto. Del cuore non mi interessa il colore, la pesantezza, il rumore. Preferisco le mani, gli occhi, i piedi. Sono schietti, silenziosi, umidi.

2. “TU”

E’  inverno e c’è il sole. Se non ci fosse stata la prima di queste due condizioni, e fosse stata primavera, non mi sarei mai accorto della tua presenza. Passo otto ore al giorno senza toccare terra con i piedi,  ho una sensibilità particolare per tutto quello che appartiene al cosmo. Le stagioni, ad esempio, una questione di inclinazione. Forse perchè me ne sto nel gabbiotto per tanto tempo a una ventina di metri,  in alto, avverto uno sbilanciamento, un leggero effetto fuori fuoco nei due solstizi,  perchè l’angolo è bene aperto. Quando arrivano gli equinozi la  variazione è diversa. Allora sono più diritto, meno incline al  tragico come mi accade d’estate e d’ inverno. E’ per quei gradi sul piano dell’eclittica che nel mio campo visivo sei entrata tu. Il sole invernale è così basso che illumina la biblioteca. Riesco a vederti mentre giri tra gli scaffali. Hai i capelli lunghi, vesti in pantaloni,  ti piace la gru, perchè quando ti fermi a guardare fuori, avvicinandoti alla finestra, guardi da questo lato e segui i movimenti. Non puoi vedermi perchè sul gabbiotto che mi ospita ci sono vetri speciali antiabbagliamento che all’esterno appaiono bianchi. Ti vedo sospesa, tra libri e cielo. Il libro sulle catastrofi  dice che basta un piccolo scarto nello stato d’inerzia per  innescare un evento critico. Tu potresti essere una di quelle piccole alterazioni della quotidianità che si rivelano fatali.  Se fossi romantico, dovrei amarti. Non lo sono, mi limito ad osservare e a scrivere appunti nel  mio quaderno. Mi piace essere lontano, e non dover conoscere dettagli della tua esistenza, come le tue abitudini, anche se una la conosco, lo stare alla finestra e seguire la gru. Non conoscere il tuo nome, non sentirti respirare, il tuo odore. Non c’è alcuna possibilità che io ti incontri.  Mi piace questo, come le linee parallele che si guardano ma continuano il loro tratteggio. La geometria è la cosa che preferisco. Non ha malinconia.

3. Alle cinque

Alle cinque del pomeriggio ha finito il turno. Scende lentamente la scala a pioli della gru.  Nel container che fa da spogliatoio,  si toglie la tuta, il casco, i guanti, le scarpe. Ripone tutto con cura nell’armadietto, si riveste. Tutti si salutano in fretta. Prende l’autobus e scende alla terza fermata,  svolta nella prima laterale a destra, dove sta  il bar. Entra e si siede al suo solito tavolo, a destra,  ordina una birra, estrae dal giubbotto un libro, lo apre dove sta infilato il segnalibro. Vorrebbe   leggere, ma i discorsi e le risa degli avventori lo distraggono. A quell’ora ci sono  uomini che come lui hanno finito di lavorare e vengono a farsi un bicchiere prima di tornare a casa. C’è Senhal, il muratore piccolo e smilzo di origine basca, che ammicca  col mento appuntito, e ride quando gli altri non ridono alle sue battute grevi; con lui c’è Famal, l’idraulico grosso e baffuto, viso color porpora  e uno spiccato accento basco che rende difficile capire di che parla. Accanto ai due, ma un po’ discosto, il signor Pinault, l’elettricista, magro e taciturno, mani bianche con dita lunghe e disarticolate da orologiaio, legge un giornale sportivo. Attorno tavoli e sedie di legno scuro, lucido e consumato dagli anni.  In fondo a sinistra, sotto una pubblicità ingiallita di cognac, un tavolo che di solito è vuoto perchè  stretto. C’è una donna. Non l’ha notata subito entrando. E’ raro vedere una donna di quel tipo nel suo bar,  un posto senza fronzoli, con le pareti in perlinato fino a una certa altezza, e i muri di un colore indefinibile. Il tipico posto dove a mezzogiorno si mangia,  e dove rimane sempre un odore di minestra e spezzatino. L’unica donna che compare regolarmente è la cuoca, la signora Paline, di origine basca,  piccola e larga, gli occhi infossati in un viso tondo e grasso, mani rosse che asciuga continuamente sul grembiule. Spunta all’ora di  pranzo,  mette fuori i piatti  sul bancone, e ritorna in cucina senza dire mai una parola. Altre clienti sono per lo più donne anziane che abitano là intorno,  e vengono ogni tanto a bere un aperitivo con qualche amica, come la signora Marceline, maestra in pensione, e l’amica, sulla quale Senhal fa battute per far ridere gli altri, che non ridono, perchè la signorina Lorette ha una sorta di curvatura sulla schiena, ma a tutti è comodo venga ogni tanto perchè la considerano un portafortuna. La donna seduta al tavolino, invece, non si è mai vista. Sta china su un quaderno e scrive. E’ secca, ma ha  un busto florido, capelli biondo cenere raccolti in uno stretto chignon, paltò beige, mani piccole e secche. La faccia è contratta, con linee sottili attorno agli occhi. Ha posato la penna, si guarda attorno. Sul tavolo davanti a lei c’è  un bicchiere vuoto. Per un istante incrocia lo sguardo con un uomo seduto a un tavolo di fronte, con un libro in mano. Chiude il quaderno, lo mette  nella borsetta, si alza,  si dirige alla porta, ma improvvisamente si affloscia, e cade a terra, distesa. L’uomo con il libro scatta subito oltre i tavoli, le regge la testa e  le prende il  polso. Regolare. Senhal grida al banconiere di fare qualcosa, mentre ride e fa battute sulle donne che svengono.
”Come si sente ?”
”Non è niente, adesso mi alzo.”
“Aspetti.”  la solleva  per le braccia, la fa sedere su una sedia vicino.
“Dovrebbe mangiare qualcosa, forse.”
“No, grazie”-  risponde la donna guardandosi attorno – “Ho dato un bel disturbo.”
“Ha bisogno di qualcosa, le chiamo un taxi,  signorina….”
“Claire. Signorina Claire” –  risponde  prontamente – “ Aspetto un po’ prima di andare. Grazie, Lei è molto gentile, signor…….?” chiede la donna educatamente.
Silenzio. Lui non risponde, si guarda le scarpe. Ha letto da qualche parte che le donne guardano due cose negli uomini. Le scarpe, una, appunto. I suoi scarponi grigi sono rovinati sulle punte, le spighette annerite. Guarda le scarpe della donna, decoltè blu con tacco, calze trasparenti senza colore, forse nudo, i piedi uniti, ginocchia strette.
Il silenzio continua. Non sa che dirle. Ci vorrebbe una parola, adesso, il più presto possibile, ma proprio la necessità di parlare lo svuota. “Si sente male ?” chiede la signorina Claire – vuole un cordiale?”  chiede,  aggiustandosi il foulard azzurro con teste di cavallo marroni. Il silenzio dura. Senhal ha finito il suo calice di rosso,  prende a braccetto Famal mimando un passo di danza, escono. Resta Pinault, che legge in piedi  la gazzetta dello sport,  sorseggiando imperturbabile  una birra. Il banconiere, un giovane trentenne con la barba rossiccia e basette a cespuglio, asciuga i bicchieri e guarda il pavimento.

“Cedric…mi chiamo Cedric.” riesce a dire con un soffio.
“Bene. Cominciava a preoccuparmi.” dice la donna, e fa cenno al banconiere – “Un calvados. Ne vuole anche lei?” Lui ordina una birra.
La signorina Claire beve un lungo sorso di calvados,  e  appoggia il bicchiere sul tavolo, schioccando con la lingua. Lui beve piano la sua birra. Ogni volta che avvicina una donna, vorrebbe essere un’altra cosa,  le calze di Claire,  ad esempio,  o il suo foulard azzurro con teste marroni di cavallo. Sente il proprio corpo inutilmente atletico. Sente il profumo di lei,  Bandit. Il silenzio è lieve. La signorina Claire ha il bicchiere vuoto, mentre il suo è a metà.
“Bevo solo quando ho fame” osserva lei dolcemente, e fa cenno al banconiere indicando il suo bicchiere vuoto. Il ragazzo arriva con la bottiglia, riempie il bicchiere, torna dietro il banco.
“Più sto in basso, più ho le vertigini” – risponde lui. E’ l’effetto della gru, ma questo preferisce non dirlo.
“La capisco.” – dice la signorina Claire educatamente, dando un gran sorso, dopo il quale schiocca la lingua.

(continua)

otilia

 

 

 

 

 

 

 

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Un elefante in un negozio di cristalli

 

Mette un piede all’interno

attratto da luci, riflessi, colori, trasparenze

poi lo ritira, impaurito.

Come rapito dal canto delle sirene

il coraggio gli viene

e riprova, pulendosi le zampe sul tappetino.

Si aggira tra gli scaffali

stremito, pauroso,

sapendo d’ esser un po’ fuori posto.

Non può commettere errori, lo sa,

così appare ancor più sgraziato, maldestro:

ondeggia, barcolla, tentenna, incespica.

Non cade però.

E’ troppa la voglia di stare là dentro

per questo sta attento e si insinua senza far troppo rumore

cercando di non disturbare.

Il proprietario, stupito non poco, sente il pericolo,

attento, vigile, pronto a scattare,

rimane intanto a guardare.

Ma dove s’è vista una scena così?

Un elefante in un negozio di cristalli!

E non entrato per caso, per sbaglio

sfuggito chissà da quale inseguimento.

Un pensiero lo passa – per poco -:

cliente davvero originale!

Pazzo, incauto, sfrontato e incosciente

ma un vero estimatore, sicuramente.

Quasi travolto da perversa follia

lo lascia quel gioco giocare

e resta ancora a guardare.

L’altro intanto prosegue il cammino:

ammira luci,

annusa profumi,

carezza contorni.

Un pensiero lo passa – per poco -:

negozio davvero speciale!

E quasi travolto da perversa follia

continua ad aggirarsi estasiato.

Un colpo di tosse: si rompe l’incanto

l’uno sobbalza, colpisce ma afferra abilmente.

Sente il pericolo,

pronto a scattare,attento, vigile,

trattiene il respiro e sta ad aspettare

Attende il responso già un po’ disilluso:

quel viaggio è durato ben poco.

Di quelle luci, colori, riflessi e trasparenze

non si era ancora del tutto saziato.

Sospira, impreca, sbuffa,

ma tutt’attorno solo silenzio.

L’elefante intuisce e il gioco s’inverte,

passa un minuto, passa un secondo,

poi riprende il suo giro del mondo.

Il proprietario, combattuto non poco,

sospira, impreca, sbuffa, si mette il regolamento a ripassare.

Ma dov’è prevista una cosa così?

Capitolo quale? comma dove?, articolo chi?

Niente di scritto.

Posso fare un’eccezione?

Ma un elefante in un negozio di cristalli non sarà troppo appariscente?

Segno di anticonformismo però, sicuramente.

A un tratto però

per strano destino – o perversa follia –

gli occhi si cercano,

gli sguardi s’incrociano,studiano,

interrogano, sostengono, confondono

e un pensiero li passa – per poco -:

situazione paradossale! Il pachiderma, disilluso non poco,

gli occhi distoglie dagli occhi dell’altro

che trovano posto ora dentro un cristallo.

La sfera cattura ora tutta la brama,

l’elefante capisce,là c’è la risposta,

si gira e, con aria maldestra,

ondeggia, barcolla, tentenna, incespica

e cade togliendo il disturbo.

L’altro sospira accostando la porta

mentre gli occhi vanno alla magica sfera:

all’interno, fra la neve che scende,un biglietto.

 

 G.D.

 

 

 

 

 

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OLD WHITE OAK

 

The merry month of May, come al solito le lunghe passeggiate della sera terminavano nei pressi della vecchia quercia. Questa si stagliava maestosa sulla collina, sembrava messa lì apposta per accogliere i viandanti, e ristorarli con la sua ombra;  ma nei pomeriggi assolati di maggio inoltrato era anche una discreta complice per gli amanti. Come tanti altri prima di loro, qui venivano  Denisio a Pauldora, nel fiore della loro gioventu’, quando gli occhi sono ancora azzurri, nonostante il loro colore sia diverso ed il cuore ancora semplice. Il ragazzo era inquieto.  Per tutto il tratto della passeggiata che porta dal vecchio ponte di pietra presso il mulino fino alla collina di Mary, cosi veniva chiamata la grande quercia, non aveva fatto altro che pensare a come dichiararsi a Pauldora.   Aveva deciso che in un modo o nell’altro quel giorno avrebbe aperto il proprio cuore alla ragazza. Raccolse un pezzo di ramo che giaceva ai piedi dell’albero secolare, come a voler sottolineare che era giunto il momento di parlare oppure semplicemente per darsi un  po’ di coraggio, e con voce esile disse :
” Pauldora.”
“Sì, Denisio ?”
“Beh non saprei, e’ da tanto tempo che desideravo dirti che …..”
” Dirmi cosa?”
Lei sapeva benissimo quello che Denisio voleva dirle, pero’ le piaceva prendersi  un po’ gioco di lui. Con aria interrogativa e maliziosa continuò ad osservarlo, voleva vedere quel volto, non piu’ fanciullo ma nemmeno uomo, esprimere l’ amore per lei.
“Pauldora ,io…… Lui esito’ ancora un attimo  poi continuò – io ti amo.”
Lei arrossi’ quasi automaticamente, da molto tempo aspettava la dichiarazione da parte sua ed in un certo senso aveva già vissuto questa scena mentalmente migliaia di volte , però ora nel sentire quel tono di voce, dolce e  lievemente indeciso le aveva provocato una sensazione speciale. Dentro nel profondo dell’anima aveva avuto un sussulto, un sussulto d’amore. Rimase in silenzio per un lunghissimo istante e poi rispose senza farsi troppo trasportare dalle emozioni; replicò nella maniera in cui era stata educata e le sue origini imponevano.
“Denisio….. anch’io provo lo stesso sentimento per te.”
Il giovane si sentiva finalmente leggero, quel peso che lo aveva oppresso per tutto il pomeriggio era scomparso. Nel vedere gli occhi innamorati della sua ragazza si sentì euforico e volle ripetere quelle parole che adesso uscivano con estrema facilità, quasi da sole.
“Io ti amo tantissimo. Vorrei che il tempo non finisse mai per stare sempre assieme a te.”
”  Oh si’ sarebbe veramente fantastico! “-  rispose lei con lieve distacco.
Abbracciati l’uno nell’altra così parlavano gli innamorati. I due si conoscevano fin da bambini, cresciuti assieme, nella pace del loro villaggio. Con il passare degli anni la loro amicizia si era fatta sempre più profonda fintanto che un giorno, quasi contemporaneamente, si resero conto di essere innamorati l’uno dell’altra. ”
Denisio ?”
“Dimmi Amore mio….. ”
“Pensi che ci sarà…. ”
Lui sospettava cosa voleva chiedergli la giovane, ma nessuno dei due aveva  il coraggio di pronunciare quella parola…..
“Si’, penso proprio di si’, parlando con mio padre mi ha detto che è solo questione di tempo…..”
Lei lo guardò intensamente e chiese con tono asciutto:
” E tu ?”
” Io……… ”
Non sapeva davvero cosa rispondere. Fino a quel momento non aveva nemmeno avuto il tempo per pensarci. A lui sembrava una cosa talmente ovvia che non c’era scelta alcuna per uno che come lui era stato educato  in un collegio militare. La ragazza vedendo che lui esitava continuò:
” Dimmi che non mi lascerai, dimmi che resterai sempre vicino a me, ti prego dimmelo… ”
Nel sentire quelle parole pronunciate da se stessa, lei si stupì. Infatti aveva abbandonato il suo distacco anglosassone e si trovava a supplicare in maniera quasi ingenua il suo amato. Se suo padre l’avesse vista in questo momento sarebbe di sicuro montato su tutte le furie. Una figlia del Merseyside dare sfoggio di debolezza invece che essere impassibile alle situazioni  della vita. Ma non le importava adesso.
“Lo sai, un gentiluomo ha  dei vincoli imprescindibili, e in questo caso più che mai non posso evitarlo…… ”
Dimmi perché la gente deve essere così stupida………….. tutto questo non porterà nulla se non sofferenza…….”
Lei non capiva…… Come poteva?!  Guerra…. Guerra che le ruberà il suo amore. Guerra che cambierà le sorti del mondo, od almeno del suo mondo conosciuto.
Quel giorno tutti gli abitanti del paese si erano riuniti lungo la strada principale per omaggiare i propri figli pronti a difendere gli ideali della nazione. Due ali di folla vociante e festosa aspettava che sfilassero gli uomini. La banda suonava gli inni di battaglia. Guerra strana cosa, nulla crea più euforia di una dichiarazione di guerra. La gente che si agita, cuori che palpitano, ognuno è contento del cambiamento imminente. Ognuno vuole fare la sua parte. Pochi però pensano al dopo, al dolore, alla distruzione, alla morte.
Denisio nella sua uniforme nuova fiammante voleva dare sfoggio di se’ . In qualità di ufficiale sfilava a cavallo, questo lo rendeva particolarmente felice perché poteva  vedere se la sua amata fosse tra la folla. Lentamente al passo il cavallo procedeva, lui eretto come solo un cuore impavido ed innamorato sa stare, con gli occhi scrutava tra le facce conosciute del paese. Ad un certo punto eccola ! Due perle di luce blu : gli occhi di Pauldora.  I due si guardarono profondamente quasi per dirsi le parole d’amore ancora non dette .
Dopo la parata i due giovani si rifugiarono presso la vecchia quercia per un ultimo arrivederci.
“Caro, allora è deciso? Quando parti ?” –  chiese lei impaziente.
” Domani all’alba, il mio reggimento deve raggiungere il resto dell’armata entro una settimana da domani.”
Quella risposta non la turbò più di tanto, ormai lei aveva posto una pellicola protettiva tra di sè e la realtà. Ogni emozione veniva filtrata da questa cortina e quello che raggiungeva il cuore della donna era un surrogato allungato degli stimoli provenienti dal mondo esterno. Però non riuscì a trattenersi al chiedere :
“Ti prego  dimmi che mi ami. Lui non si fece pregare due volte.”
“Pauldora, io ti amo più della mia vita, ritornerò di sicuro e ci sposeremo come promesso, però nessuno sa quanto possa durare questa guerra … e … ”
Lasciò la frase a metà quasi per invitare la donna a finirla. Da tempo ormai desiderava fare all’amore con lei ed adesso con la partenza imminente verso il fronte gli sembrava la cosa più naturale al mondo da fare.
“Denisio, non posso…… lo sai che non posso. Se mio padre lo venisse a sapere sarebbero guai per entrambi.”
” Va bene amore mio rispetterò questo tuo desiderio se lo vuoi…..”
Lei quasi per rincuorarlo incalzò:
”  Pensa che bello, quando ritornerai faremo all’amore, saremo una famiglia, avremo dei bambini………… ”
“Ah i bambini ! Non ci avevo mai pensato.”
” Sai mi piacerebbe avere un maschio ed una femmina…”  –  e lei continuò  –  “Si’, se il primo sarà un maschietto mi piacerebbe chiamarlo Jack come mio padre, invece se sarà una femmina la chiameremo Rosemary……”
Jack e Rosemary ripetè tra sé e sé Denisio quasi che nel ripetere quei nomi gli apparissero nella mente i volti dei loro futuri figli. Ma il tempo era poco ed i pensieri suoi dovevano essere altrettanto brevi. Doveva partire. Doveva andare a fare il proprio dovere.
Quella che si pensava potesse essere una breve campagna, una cosa di pochi mesi,  si trasformò in una lunga e distruttiva esperienza per tutti. Gli occhi azzurri di Denisio presto persero il colore dell’innocenza per dar bruscamente posto agli occhi neri  di un uomo fatto e maturo.  Distruzione e sconfitta….. purtroppo per lui il suo esercito mese dopo mese, anno dopo anno, perdeva terreno, si ritirava, mancavano uomini , armi, forza di combattere;  ed in mezzo a questa desolazione ricevette un missiva da casa sua dove veniva avvertito che Pauldora non stava bene, anzi era gravemente ammalata. In tutto questo periodo il tempo per scriversi non era stato molto, e quel poco che rimaneva spesso veniva usato per recuperare le forze, però qualche lettera era stata scritta e ricevuta e nulla aveva lasciato presagire questa disgrazia; ma adesso che fare?!
Si recò presso le tende dove erano alloggiati gli ufficiali superiori  per aver un colloquio con il comandante del suo reggimento.
“Colonnello sono a richiederle una licenza speciale, la mia promessa sposa è seriamente ammalata e poichè  il mio villaggio dista  solo quattro giorni di cavallo da qui la pregherei di lasciarmi andare…..”
Il suo interlocutore, un uomo anziano e stanco, parve non sentirlo e continuava a fumare la sua pipa chino su una carta topografica. Sembrava davvero impegnato a fare qualcosa di importante, ma fingeva ! Anche lui sapeva che la situazione era disperata e già circolavano voci della resa.  Denisio ripetè la sua richiesta. Questa volta il colonnello sollevò lo sguardo, e come a sfogare la sua rabbia per la catastrofica situazione in cui l’esercito si trovava, abbaiò:
” Capitano ! Pensa di essere ad una festa da ballo o in una guerra!!! Non c’è spazio per le questioni personali ora, abbiamo cose più importanti a cui pensare.”
Lui insistette dicendo :” La prego, è molto importante per me e visto che stiamo ritirandoci verso sud, io non farei altro che anticiparvi di un paio di giorni.”
Con tono più pacato, quasi paterno  il colonnello forse per  scusarsi dello sfogo di prima rispose:
Capitano lei è un uomo importante per noi, non posso lasciarla andare, mi dispiace. Questo è tutto.”
Se sono due cose che insegnano bene all’accademia militare, una  è come essere crudeli e freddi nel dare ordini che procurano ferite  peggio di frustate, l’altra è sopportare in silenzio queste frustate.
“Come vuole.” – rispose tra i denti il giovane capitano
Sconvolto per il rifiuto, non sapeva che fare, diviso tra il senso del dovere e l’immenso amore per la sua donna, per due notti non dormì finchè al terzo giorno decise che se ne sarebbe andato. In una guerra persa dove ognuno oramai pensava solo a se stesso non c’era più posto per gli eroi….. e lui non voleva essere più un eroe.  Ma la fortuna, se si può chiamarla tale, venne in suo aiuto; lo stesso giorno che aveva deciso di andarsene arrivò l’annuncio che la guerra era terminata già da una settimana. Era un uomo sconfitto !! Aveva perso il suo onore di combattente però era libero !! Libero di tornare a casa. Non indugiò nemmeno un attimo e raccolte tutte le sue forze cavalcò senza sosta fino al suo paese.
Da lontano vide la casa di lei, bianca, immobile, il recinto tutto attorno, l’erba tagliata da poco, gli alberi in fiore, era tutto così irreale, sembrava che li la guerra non si sapeva nemmeno cosa fosse. Nel suo cuore, forte si riaccese l’amore per la sua donna. Appena varcata la soglia della casa ebbe subito l’impressione che nulla lasciava presagire a delle buone notizie, c’era una strana atmosfera nell’aria. Un’atmosfera che, purtroppo, gli era diventata assai famigliare.
“Denisio !! Cosa ci fate qui ?”
Era il padre di Pauldora, e il tono di voce rivelava che era sorpreso nel vederlo ma allo stesso tempo ne era felice:
” Buongiorno Signor McWidow, ho ricevuto una comunicazione che  vostra figlia…..”
“Oh si, purtroppo devo dirle…..”
Non servivano parole, l’espressione del viso del signor McWidow, era fin troppo significativa, più di mille parole.
“Dov’è? Su, nella sua stanza.. Posso vederla….”
” Certamente, come potrei dire di no.”
A passi lenti Denisio salì le scale che separavano i due piani della casa. Gradini che un tempo avrebbe salito a perdifiato adesso li saliva lentamente, uno ad uno,molto lentamente quasi come se volesse imprimersi nella mente la sensazione che lo scricchiolio di ognuno gli procurava, e come delle grida sul campo di battaglia questi scricchiolii annunciavano dolore. Appena giunto al piano superiore avvicinandosi alla porta aperta della camera di Pauldora, vide alcune persone li’  fuori. Queste lo guardarono come se avessero visto un fantasma. Come d’istinto lui si tolse  il capello che aveva ancora in testa. Con il cappello in mano come un umile servo di Dio che si appresta ad entrare in chiesa si fermò sull’uscio.
Lui stava li’, fermo come una statua, alcune figure attorno al letto si voltarono e lo riconobbero. Nessuno parlò. Per omaggio al loro sentimento vennero lasciati soli.
“Quanto piccina  è la mia Pauldora in questo letto” – fu il suo primo pensiero.
Lei non si era ancora accorta del suo arrivo , in quanto  in uno stato di dormiveglia. Lui  si avvicinò, prese la pallida mano della ragazza e la baciò.
“Amore….. amore mio dolcissimo.”
Lentamente Pauldora si voltò verso la voce, come se dubitasse che fosse un sogno..
“Denisio !!! Mio amato sei tornato finalmente….”
” Si’ mia cara sono qui con te, vedrai tutto andrà bene ora…..”
” Oh, si’ adesso non ho più paura, ora che sei qui con me.”
” Pauldora, non affaticarti riposa …..”
La ragazza raccolse le proprie forze e gli disse :
“Promettimi che ora non mi lascerai mai più, che staremo per sempre assieme….”
” Si’! Te lo prometto, noi staremo per sempre assieme.”
Lacrime silenziose rigavano il volto di lui, strisce nere lungo un viso ancora più sporco di polvere.  Sentiva la mano della ragazza farsi sempre più debole e fredda, improvvisamente un’ idea tremenda si insinuò nella sua mente : sta morendo, il mio amore sta morendo……in questo preciso momento. Con gesto quasi infantile a scongiurare l’inevitabile disse:
“Pauldora, io sarò per sempre tuo e vedrai che un giorno avremo una bella famiglia.”
Per un breve attimo il voltò di lei si illuminò, e gli occhi blu mare parvero riacquistare vita e un leggero sorriso abbellì il suo stanco volto.
” Si’, ed anche dei bellissimi bambini e se sarà un maschiet…….”
Lei non riuscì a finire la frase, il dolce fiore di maggio era staro reciso dalla più inesorabile delle falci. Pauldora aveva intrapreso un viaggio verso dove, adesso, Denisio non poteva raggiungerla; e lui quasi automaticamente concluse la frase:
“Yes, my sweet love we will call him, Jack.”

 

Denisio T.

 

 

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