IL TEMPERAMATITE   incontro n.10

IL TEMPERAMATITE incontro n.10

20 marzo 2012

l’intervita impossibile

 

 

I.VISTA CON U.RETTI

 

 

 

 

 

 

 

 

I.ore  – Buongiorno
U.retti – ‘Giorno.
I.ore   – Se fosse possibile un paio di parole su di lei e le sue opere.
U.retti  – Felicità a momenti e futuro incerto.
I.ore   – Magari qualche parola in più sarebbe utile per i nostri lettori. Per esempio ci racconti del suo periodo    sotto le armi.
U.retti  –  Si stava come foglie sugli alberi d’autunno.
Iniziava a pentirsi amaramente per aver accettato di fare questa intervista al famoso poeta ermetico, uomo di poche parole e quelle poche che diceva gli ingarbugliavano il cervello. Doveva trovare un argomento per riempire la pagina del giornale. Proviamo con il chiedergli qualcosa sul suo cavallo di battaglia forse si sbottona un po’ di più.
I.ore – Pare che “mi illumino d’immenso” sia stata scritta durante un bel mattino di un freddo inverno, con il sole rosso fuoco che sorgeva possente all’orizzonte e riscaldava tutta la terra riempiendo di luce il giorno, così anche il suo animo depresso di soldato al fronte si sentì rallegrato al tal punto da esser vinto da irrefrenabile  impeto poetico e scrivere  quei versi  ritenuti quasi immortali.
U.retti   – No.
I.ore  – Prego !?
U.retti  – No.
I.ore   – No! In che senso no, si spieghi meglio perfavore, spenda un paio di paraole per i nostri lettori.
U.retti – Vede caro signor giornalista la realtà è diversa.
I.ore ( ormai leggermente innervosito) – Cioè ? Davvero non riesco a seguirla.
U.retti  – Ha avuto successo solo l’ultima frase del mio componimento. Le è chiaro adesso.
I.ore  (incuriosito)– Davvero, ci racconti allora come in origine era la poesia Evvai!! Questa volta ci scappa lo scoop! Ungaretti questo sconosciuto – opere inedite del grande Maestro della poesia italiana. Ho fatto davvero bene ad accettare di fare questa intervista.
U.retti – Lei mi è simpatico giovanotto. Deve sapere che lì su quel Carso di cruda roccia calcarea, faceva un freddo boia e noi poveri fantaccini si gelava nel corpo e nello spirito e l’unico nostro ristoro era il “Beppo”.
I.ore  – Il “Beppo”
U.retti  – Si il Beppo, il furiere del terzo; adesso le racconto : Riva del Carso  (1917) Notte buia, fantasmi che vagano Salvezza! Facce amiche e cuori si riscaldano. Beppo, furiere allegro allunga la grappa, nettare di vita, abbraccio caldo. Sparo nella notte ! Vetri infranti… Angoscia ed algido terrore occhi vuoti cercano ansiosi bottiglia di grappa integra Salvezza ! Mi illumino d’immenso.”

Denisio T.

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INTERVISTA IN CALIFORNIA

 

 

 

 

 

 

 

 

Il corridoio del residence è rosa e verde. Raggiungo l’interno 27. Suono. Mi apre subito, con un gesto mi invita ad entrare, senza dire una parola. Entro. Un salotto con un divano basso blu e un tavolo di cristallo pieno di bottiglie. Posacenere stracolmo di cicche. Lui è in pantaloni corti e camicia hawaiana, ciabatte di gomma, capelli arruffati, viso solcato da rughe, un’ abbronzatura grigia, una sigaretta accesa nella mano destra.
“Please, sit here.”
“Grazie.”
“What do you want to drink?”
Sono le 12 e mezza,  rispondo acqua. Lui si versa in un bicchiere basso dello scotch.
“One minute, please.” e se ne va.
Mi guardo attorno, la vetrata è aperta su un terrazzo, si vede una piscina, palme , California.
Ritorna con il bicchiere in cui navigano cubetti di ghiaccio. Si siede in una poltrona a fianco, arancione stinto, con la gamba piegata e appoggiata al ginocchio.
“Well!”
“Posso cominciare?”
“Yes.”
Tiro fuori dalla borsa un paio di fogli dove mi sono preparata le domande, cinque.
“Signor Carver..”
“Call me Raymond, please.”
“Sì… ci provo, ma non le assicuro.”
“Please.”
“Allora, Raymond, Carver, ho pensato di partire dal suo racconto IL BAGNO, è d’accordo?”
“Yes.”
“Lei inizia con la scena in cui la madre del bambino, che verrà investito da una macchina, ordina la torta di compleanno dal pasticcere, e termina in modo circolare con la telefonata del pasticcere, che reclama perchè la torta non è stata ritirata e pagata. Mi dica…”
“Yes.”
“La figura del pasticcere adombra forse il cinismo contemporaneo ?”
“One minute, please.” e si allontana col bicchiere vuoto.
Rumori provengono dalla cucina, qualcosa  cade per terra, imprecazioni, silenzio. Torna con un altro bicchiere pieno a metà di ghiaccio, si versa lo scotch fino all’orlo. Sono passati 20 minuti.
“Le dicevo, signor Carver..”
“Raymond, please.”
“Sì, certo, ci provo… mi può dire cosa pensa a proposito…. la domanda che le ho fatto prima.”
Beve un sorso, si gratta il ginocchio sinistro. Spegne la sigaretta nel posacenere stracolmo di mozziconi.
“One  minute, please,” Esce, scompare nel corridoio a sinistra, rumore liquido che scorre, sciacquone. Rientra in salotto.
“Yes, it’s a very interesting question.”
Aspetto. Si accende un’altra sigaretta. Poi mi racconta che sì, il pasticcere cinico è una figura reale, copiata da un panettiere di Santa Barbara che aveva conosciuto quando abitava lì anni fa. E che sì, c’è un sacco di cinismo, per diana, nel mondo contemporaneo ed è difficile parlarne, Ripete due volte “very difficult”. Tace
“Wait a minute, please.” Esce, va in cucina, rumore di sportelli che sbattono, un piatto cade a terra e va in frantumi, imprecazioni, poi torna con un contenitore tondo di vetro pieno di chips, lo mette sul tavolo.
“Cheese and paprika flavour.”dice sorridendo, e mi fa un gesto con la mano che mi invita a prendere. Con un gesto della mano rifiuto educatamente, indicando l’orologio, e gli dico che a quest’ora non posso mangiare quella roba (“that stuff”) perchè dopo devo andare a pranzo, e quella roba mi fa acidità di stomaco.
“Sure?” e attacca, si interessa al mio stomaco, mi chiede quali cibi mi facciano stare male, mi parla della sua gastrite, in realtà risale a cinque anni fa, adesso sta molto molto meglio.
“Very very well, now.”
Provo a ricominciare con la domanda due, ma esce, va in cucina.
Aspetto.

 

otilia

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L’intervista impossibile: Cesare Damiano

 

Quando arrivo è già seduto nella poltroncina blu da quasi cinque minuti. Nemmeno lo stratagemma di spostare avanti l’orologio è servito a qualcosa. Questo mi mette in una posizione di debolezza rispetto a lui: non è mai bene bene iniziare dovendosi scusare per una mancanza. L’ex ministro del lavoro Cesare Damiano è là, le ginocchia puntute delle sue lunghe gambe svettano dalla poltroncina blu in cui sembra un po’ incastrato; sta scarabocchiando qualcosa su un blocco di appunti.
“Onorevole buon pomeriggio. Scusi il ritardo…..sa, il traffico della capitale….”
Alza lo sguardo e mi scruta da sopra le lenti degli occhialetti rettangolari di metallo scuro.
“Buonasera, signora. E’ quasi ora di dire buonasera, ormai; anche se nella capitale i tempi sono dilatati e si cena tardi ……”
Sorrido cercando di darmi un tono ma mi sento imbranata e penosa. Quanto mi odio! Mi siedo davanti a lui, in punta di poltrona e cerco di assumere un tono cordiale. Ironizzo su me stessa fingendo una  disinvolura che in questo momento assolutamente non ho.
“Sa, io vengo dalla provincia del nord est. Ed ho sempre fame!”
Congiunge le mani ossute e le porta davanti al viso che si apre in un largo sorriso, la barbetta bianca vibra leggermente .
“Ah, beh, se per questo,  anch’io vengo da una provincia del nord ed ho sempre fame. E come lei, mi viene da dire guardandola, consumo tutto quello che mangio. Metabolismi attivi, evidentemente ”
“Com’è la vita del Ministro?”
“Una serie interminabile di cene. Infatti io personalmente non ho fatto molta fatica a fare il ministro. Mi sono sentito subito portato. Una predisposizione naturale al masticamento ed alla deglutizione. Se lei, come dice, ha sempre fame, potrebbe pensare di intraprendere la carriera politica. Arriva anche in ritardo. Quindi possiede  già due delle più significative caratteristiche che contraddistinguono chi fa il politico di professione. Quando la smetterà di trovare scuse banali per il suo ritardo ma si comporterà come se la misurazione del tempo fosse una convenzione che non la tocca, allora sarà printa a gestire il potere” “Beh, immagino che nella sua vita di ministro abbia fatto tante altre cose, oltre che cenare ed arrivare in ritardo. Mi racconti un po’”
“Vero, ho fatto anche colazioni (tardi) e sono stato anche a molti pranzi (tardi). E disegnato gatti”
“Disegnato gatti?” “Disegnare gatti è la mia vera e unica missione. Disegno sempre gatti. Anche mentre aspettavo lei, che tardava. A proposito: forse il fatto che io oggi sia arrivato puntuale mi dovrebbe far riflettere sull’opportunità di chiudere con la politica. Sto perdendo smalto.”
“Signor ministro, il giorno in cui il governo Prodi è caduto, cosa ha fatto?”
“Ho disegnato gatti”
“Ha disegnato gatti?”
“Sì. Ero là, nel mio studio, con la porta chiusa. Avevo mandato via tutti i miei collaboratori (per inciso: grandi lavoratori, molto preparati, tecnici che vivono di tramezzini e che per questo non sono adatti a ruoli di potere) e mi sono messo a disegnare gatti.”
“E cosa facevano i gatti che stava disegnando?”
“Domanda intelligente. Perché, sa, io di solito i miei gatti fanno quello che fanno gli altri gatti: dormono, girano sui tetti, si acciambellano vicino al fuoco. Quel giorno invece erano gatti in guerra: un esercito di gatti in divisa.. Agguerritissimi. Armati fino ai denti. Bardati per un assalto degno della battaglia di Okinawa. Tutti militari semplici” “I GAP! Gatti Armati Proletari!”
Scoppia a ridere: la barbetta bianca che trema, la testa buttata all’indietro.
“Lei mi piace; non divverrà mai famosa come la Annunziata, ma lei mi piace!”

Carabanto

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Impossibile intervista

 

 

Entro nella stanza e la porta viene richiusa, subito dopo, alle mie spalle; mi guardo attorno, l’atmosfera che respiro là dentro mi mette un po’ a disagio ma non ho il tempo di soffermarmi a sondare le mie sensazioni perché i miei occhi incontrano altri occhi, illuminati appena dalla fioca luce che entra dalla piccola finestra.
“Prego, si accomodi” dice l’uomo seduto al di là del tavolo.
“Grazie” affermo sedendomi.
Il signor G. tira la sua seggiola al di qua del tavolo, accanto alla mia, azzerando le distanze; questo non l’avevo previsto. Ora siamo così vicini che tra le nostre pupille non c’è nemmeno una zona d’ombra. Lui si è accomodato accavallando le gambe ed appoggiando la schiena in modo rilassato. Io mi schiarisco la voce ma rimango in silenzio, abbasso lo sguardo, mi guardo le punte delle scarpe. Quando alzo gli occhi vedo che una delle sue sopracciglia sta disegnando una virgola sopra l’occhio sinistro.
“Mi scusi, lei è venuto qua per intervistarmi, giusto?” dice il signor G.
“Sì, certo” rispondo
Silenzio. “Avrei dovuto passare il lucido sulle scarpe prima di venir qua” penso
“Bene, se vuole, io sono pronto” incalza lui.
Rigiro la penna fra le dita. “Si sta innervosendo” penso ancora “e non è una buona cosa, un buon inizio per qualcosa”
“E quindi?”
“No, vede, è che avrei così tante domande da farle che…”
“Ma si sarà pur fatto una scaletta, giusto?”
“Sì certo” ripeto continuando ad evitare il suo sguardo.
Sento un rumore, uno struscio, uno stridio e deduco che il signor G ha cambiato posizione: ora i suoi piedi sono paralleli, perfettamente aderenti al pavimento, a pochi centimetri dai miei.
“Guardi, non vorrei insistere ma non ho molto tempo da dedicarle; sa com’è, la vita qua, ora…Vogliamo iniziare o preferisce che rimandiamo? Magari oggi lei è un po’…indisposto. E’ così, vero? La vedo un po’ pallido, vuole che le faccia portare un bicchiere d’acqua?” dice il signor G con un tono leggermente beffardo.
Provo a staccare lo sguardo fisso sui frammenti di pulviscolo depositato sulle mie Clark e illuminato dal sottile raggio che arriva dalla piccola finestra come una spada laser e lo sposto leggermente in avanti: i suoi stivaletti grigi, informi, inzaccherati e senza lacci mi impauriscono. Percorro verticalmente un’immaginaria linea che si perde nelle righe orizzontali bianche e nere spaesandomi.
Avevo un sacco di domande da fargli, avevo studiato il signor G per mesi, letto fascicoli, dichiarazioni, visto foto; sarebbe stata l’occasione della mia vita quest’intervista: il serial killer più seriale della storia, i delitti più efferati e meno prevedibili della criminologia, le prove meno provate. Ma adesso quel numero impresso sulla sua maglia, quelle immagini che mi ricompaiono davanti…Mi rendo conto di essere immobilizzato dalla paura; ma non è solo paura, la mia: mi accorgo ora che non mi interessa proprio conoscere i dettagli di quegli omicidi, i motivi che lo spingevano a compierli. Questo animale non ha nulla da dirmi.
“Guardia!” grido per farmi aprire alzandomi di scatto.

 

G.D

 

 

 

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