IL TEMPERAMATITE  incontro n.11

IL TEMPERAMATITE incontro n.11

27 marzo 2012

testo + cinema

 

AMELINA BELLA

(ricordando Montmartre)

 

 

Nino lentamente aprì l’occhio destro, quello sinistro ancora non rispondeva ai comandi del suo cervello. Come un moderno Polifemo iniziò ad osservare quello che gli stava attorno : pareti tappezzate con carta colore rosso vinaccia e in rilievo tante piccole alabarde, alcune foto in bianco e nero, una stampa di Magritte, delle pesanti tende colore verde marcio alle finestre, la testiera del letto in ottone e delle corde ancora lì appoggiate che penzolano come spagetti scotti sul bordo dello scolapasta. Un leggero aroma di caffè e creme brulè invasero la stanza e così si ricordò.

 Amelina!

  Era a casa di Amelina, come una valanga i ricordi giunsero a valle della sua mente. Il giro in scooter assieme, salgono da su a casa di lei, il vestito dell’eroe mascherato con quella “Z” bianca sul cappello vagamente ipnotica, le giostre e corde. Amelina che gli sussurrava all’orecchio – Zu, zu dai ti voglio zvestiti. – e il suo dubbio profondo se lei fosse davvero francese a causa di quella strana inflessione con la “Z” . Questo mulinello di eventi lo stimolò a tal punto che anche l’occhio sinistro inziò a funzionare.

  Ah, adesso andava meglio.

Mise a fuoco la porta socchiusa della camera di colore giallo ocra sbiadito. Fra un po’ questa lentamente si sarebbe aperta, lui avrebbe assaporato il tintinnio delle posate e delle tazzine del caffè che sobbalzano sul vassoio, il viso sorridente di lei che sorgerà come il sole al mattino da dietro la porta, con quei bei capelli nero corvino a caschetto come Cleopatra. Amelina, invece, sarebbe rimasta immobile per un attino ad osservarlo compiaciuta, e si sarebbe goduta la vista del proprio amante ancora assonnato, e poi con voce molto sensuale avrebbe detto :

“Booonnjoouurrr Mon Amuuur !”

 Avrebbero fatto colazione a letto assieme e continuato o a fare all’amore finchè se ne avessero avuto voglia.

Dalla cucina, ora, intenso l’odore del caffè misto a creme brulè si diffuse dappertutto. Rumore di passi leggeri che si avvicinavano. Eccola stava arrivando ! La porta spinta dal vassoio pigramente si aprì cigolando e per primo fece capolino un vassoio in lamierino rivestito pvc a scacchi blù e bianchi. Sopra un bricco con il caffè fumante, croissant e la tanto attesa creme brulè, cibo da supereroi. Sbucò poi una falda nera seguita dall’intero cappello con la “Z” bianca sopra, vagamente ipnotica, sotto una maschera tutta nera, sotto ancora due labbra con il rossetto rosso vampiro. Attorno al corpo esile della ragazza un mantello nero con la fodera rossa, rosso vampiro. Che pazza questa Amelina vuole ancora giocare al sesso mascherato. Però devo ammettere che così conciata proprio mi piace.

“Amelina, bellina sei davvero una bomba.”
“Lo so “Ninno Kid” gattino mio….”
Nel sentire come aveva pronunciato la parola gattino un profondo brivido lo scosse salendo dai lombi fino al cervello e continuò:
“E dimmi sei venuta qui per catturare Ninno Kid ?”
“Sì, sì sarai solo mio e  nessuna altra potrà averti a parte me.”
“Dai allora – la sfidò – vieni qua che facciamo un duello all’ultimo sangue.”

 Dopo una lunga mattina di sesso in maschera, Nino ed Amelina, distesi sul letto stavano mano destra nella mano destra, mentre in quella sinistra di entrambi accarezzavano una Gauloise fumante. Si godevano la comoda serenità del dopo amplesso, lì semplicemente senza parlare osservando un soffitto bianco, ma completamente uniti.
Nino spense la sigaretta e bevve un lungo sorso di caffè,  era freddo però ancora buono.  Guardò la sua Amelina distesa sul materasso come una sogno a primavera, ancora con la maschera addosso e il cappello in testa con quella “Z” bianca, vagamente ipnotica. Talmente ipnotica che non poteva fare a meno di fissarla continuamente e pensare ad Amelina che diceva : “Dai Ninno Kid, Zkopami ancora, dai zu zu….”  Non poteva e non voleva più rimanere nel dubbio e con voce interrogativa chiese :
“Amelina Bella …..”
” Zì, gattino mio.”
“Posso chiederti una cosa ?”
“Certo, tutto quello che vuoi…..”
“Ma perché per fare sesso invece di mascherati da “Wonder Woman” preferisci Zuperman… “

Denisio Tortuosetti

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La Mossa Kansas City

 

“E così… mi suggerisci di farla ingelosire?”

Antonio era a dir poco perplesso. Aveva finalmente deciso, lui così riservato e discreto, di confidarsi con Daniele a proposito del periodo difficile che stava vivendo con Sara, e adesso l’amico (il saggio della compagnia, l’ “Oracolo” come lo soprannominavano tutti) se ne usciva con questa idea infantile.

“Non proprio, quello che ti suggerisco è di organizzare una Mossa Kansas City.”

“E che è?”

“Ma dai! Non dirmi che non hai visto “Slevin”?”

“So di deluderti, ma temo di non condividere con te lo stesso immaginario…”

L’ “Oracolo” era un buon amico, a volte assolutamente prezioso, ma aveva l’abitudine, irritante ed ipnotica insieme, di condire i suoi interventi con molteplici riferimenti alla cultura pop. Il problema era che spesso la sua idea di cultura pop si rivelava un catalogo sterminato di dischi, libri, film e fumetti decisamente di nicchia, che solo pochi eletti avevano la fortuna di conoscere.

Quando si manifestava questa fausta occasione, il prescelto di turno (o il malcapitato, a seconda dei punti di vista) viveva l’inebriante esperienza di venire lentamente fagocitato dalla logorrea dell’ “Oracolo”.

“E’ incredibile, l’hanno visto tutti! E’ un film di una decina d’anni fa con Josh Hartnett, Lucy Liu, uno spettacolare Morgan Freeman e una marea di attori famosissimi! Pensa che vi recita pure Stanley Tucci in una delle sue più brillanti interpretazioni…”

“Primo: mi manca. Secondo: Che c’entra questo “Slevin” con la mia situazione?”

“All’inizio del film Bruce Willis – proprio così, c’è anche lui! – racconta ad un tizio la filosofia che sta dietro a questa fantomatica Mossa Kansas City. Si tratta di far concentrare l’attenzione del pollo su una cosa, mentre in realtà tu ti muovi da tutt’altra parte e lo sorprendi alle spalle!”

“Ok, non potevi semplicemente chiamarlo “diversivo”?”

“Bravo! E poi con che scusa ti citavo questo fantastico film?”

“Va bene, va bene… spiegami dunque in che modo dovrei avvalermi di quest’astuta e spregiudicata tecnica?”

“Io un’idea ce l’ho, e se vuoi te la racconto, ma ti avverto: come dice Bruce, quando fai una Mossa Kansas City ci scappa sempre almeno un morto…”

L.G.

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Suggestion cinematique

 

“Manga?”
Non capiva quella parola, ma da tutte le parole che erano state dette attorno dai due compagni di classe che parlavano col maestro, sembrava una cosa con un certo rumore, piena e fitta. E l’aria, l’aria che emanava era quella del tempo intrepido, scattante, di ragazzo, di bambino, col fumetto arrotolato in mano, l’ultimo numero appena comprato, i capelli tagliati a spazzola, i calzoncini corti e la maglietta.
Lei, con quella sera che cadeva e il tenero e fresco che si respirava nella piazzetta, accanto ai due  compagni e al maestro che parlavano,  aveva un silenzio da ascoltare, senza colore, in un tempo come di periferia, piano e lento. Un film in bianco e nero, basse case con le botteghe accanto ai portoni, le scale ripide che portano al piano superiore, la cucina con le sedie di legno dipinte di bianco. L’aria di Parigi di Marcel Carnè. Un odore di zuppa di cipolle nella cucina dove Jean Gabin si siede. E il pugile magro, che le ricorda tanto suo padre da giovane. C’è il sogno, c’è un amore su un letto in bianco e nero, lei ha i capelli corti da mannequin, lui la guarda con occhi aperti e chiari. Si perdono. In una pellicola in b/n che non fa rumore, ha un colore simile all’aria che si respira all’angolo di una piazzetta. Accanto.
“Manga”, una parola che non conosceva, ma era lì col suo rumore, e un filo, come un nastro di seta lasciato cadere sul fianco, a terra,  che avrebbe voluto raccogliere.

otilia

 

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