IL TEMPERAMATITE   incontro n.9

IL TEMPERAMATITE incontro n.9

13 marzo 2012

costruzione di un testo onirico

 

 

Il sogno: L’ORTO

 

Vedo la mia mano aprire il cancelletto di legno e richiuderlo con delicatezza. Entro nell’orto. Subito dopo mi tolgo gli zoccoli e le calze e li lascio accanto ad un pezzo di tronco d’albero, adagiato orizzontalmente, che funge da sedile. Noto che sul tronco c’è appoggiato un libro ma non riesco a leggerne il titolo. A piedi nudi mi addentro nell’orto. Sento la terra morbida e umida sotto la pianta del piede e tra le dita. Mi dirigo verso l’uomo chino sull’aiuola coltivata a carote. Pensavo fosse il vicino, invece quando gli appoggio la mano sulla spalla, come per dirgli “Ecco, sono venuta”, lui si volta ed ha la faccia di Massimo.

Massimo: Ciao! Mi sono affrettato a raccogliere le carote perché stavano marcendo! Ha piovuto troppo nei giorni scorsi. Devi starci più dietro ai tuoi ortaggi!
Io: Perché l’hai fatto?
Massimo: Te l’ho appena detto, stavano marcendo!
Io: Non parlo delle carote.
Vedo una smorfia di imbarazzo nella sua faccia.
Massimo: Di tutto il mondo neanch e un essere mi stava parlando o ascoltando veramente. Mi sembrava di essere solo in tutto l’universo.
Io: Io ho provato a comunicare con te, ma tu ti nascondevi dentro mezze bugie, dietro mezze verità…
Massimo: Anche tu ti nascondevi dietro mezze verità, come gli altri… Te lo ricordi?
Ora stiamo in silenzio. Sento gli uccellini cantare, lui tocca alcune piante indefinibili, dall’aspetto gradevole e ne sento il profumo espandersi.
Io: Che buon profumo!
Massimo mi sorride e si alza stiracchiandosi. Va verso il tronco dove il libro si sta sfogliando assecondando una brezza improvvisa e deliziosa che ci scompiglia i capelli. Noto che anche Massimo è a piedi scalzi, e mi accorgo dei suoi zoccoli neri allineati vicino al cancello. Lo osservo mentre li indossa a piede nudo. Mi sembra un gesto elegante.
Io: Eri bello.
Massimo: Mi trovavi bello?
Io: Sì. E curavi molto il tuo corpo. Non capisco come tu abbia potuto, alla fine, maltrattarlo in quel modo.
Massimo: Era solo un guscio! Il corpo è solo la nostra apparenza. Noi ci siamo intrappolati dentro!
Io: Intrappolati?
Massimo: Intrappolati e contemporaneamente protetti dallo stesso corpo.
Allungo una mano per toccargli il braccio e mi accorgo che non è possibile, la sua camicia tra le mie dita sembra come un’immagine proiettata su un telo.
Io: Adesso sei solo anima?
Massimo: Sono il Massimo che continui a pensare e ad amare.
Mi guarda e ci sorridiamo. Mi viene voglia di mettermi subito a lavorare nell’orto, di darmi da fare. Mi volto verso un mucchio di erbacce raccolte in un viottolino tra due aiuole e sto per chiedergli se l’ha fatto lui quel mucchietto, ma appena mi rigiro verso di lui, non lo vedo più. Non c’è più. Se n’è andato. Sento la brezza che smuove le foglie e i miei capelli. Resto sola nell’orto. Anche il libro non c’è più.

 

Angela Siciliano

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Sogno (brutto)

 

 

Dalla strada guardo verso l’ultimo piano; c’è una finestra che non ho mai notato. Risalgo le scale, con le chiavi che tintinnano nella mano destra. Titta al mio fianco chiacchiera. “Non capisco, mamma, nella verifica di scienze per un solo errrore la maestra Nadia mi ha dato 9 e a Marja ha dato 8, mentre a Nina, sempre per lo stesso errore, ha dato 10 meno“ “Non so, amore, forse è una questione di confezionamento del prodotto”. Nel frattempo penso a quella finestra che non avevo mai notato. E salimo le scale mentre Titta continua con il racconto della sua giornata scolastica. Accellero il passo: quella finestra, sono sicura che non c’era….chissà! Con quell’idea fissa entro in casa e percorro il corridoio, camminando dentro il  fiume  di parole di Titta. Spalanco la porta della stanza di Jacopo e trovo i soliti palloni sparsi sul pavimento; guardo dentro la stanza di Titta e tutto è come sempre. Continuo a camminare veloce lungo il corridoio lasciando dientro di me le parole di Titta che rotolano e rimbalzano sul pavimento cercando di raggiungere i tacchi dei miei stivali. C’è una porta nuova, mai vista prima, che dalla mia casa si apre su un’ altro appartamento, la finestra della strada è là dentro. Altre stanze, altri spazi vuoti, porte da aprire, un terrazzino tipico delle case di ringhiera che comunica con un’altra casa con altre stanze ed altri spazi vuoti. Questi spazi vuoti mi fanno sorridere la pancia. Ad occhio e croce saranno all’incirca altri 90 mq. Tutti da ridisegnare, ripensare, progettare. Novanta metri quadrati di pura possibilità. Squilla il telefono in salotto, alle mie spalle. La voce di Titta allontana la me progettuale, avvertendomi che al telefono era Anna che sta arrivando con i suoi antipaticissimi figli. Ritorno sui miei passi. La parete del salotto si sgretola senza far rumore e la casa si apre al mondo esterno: entra l’aria, entra la luce. La pancia si gongola nel sorriso beato. Titta continua a raccontare di Nina e di Marja e di Marja e di Nina e di Giulia e di Alberto e di Elisa e di Andrea. Le sue parole prendono posto sul parquet del salotto con aglilità e destrezza. Scendo le scale per andare incontro ad Anna ed ai suoi figli. Titta dietro di me prosegue con la sua litania di Nina e Marja e Marja e Nina. Le scale sono bianche, tutto è bianco. Apro la porta ed entrano Anna ed i suoi antipaticissimi figli con addosso i loro soliti sorrisi idioti. Titta sorride, pure lei forzosamente ed in modo idiota e si appoggia alla parete bianca della casa che morbidamente, come latte tiepido, la ingloba. La sua voce continua a raggiungermi, raccontando di Nina e Marja e di Marja e di Nina e di Alberto…….. La mi pancia smette all’istante di sorridere ed urla, silenziosamente, all’infinito.

Carabanto

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Storia dell’alto e del basso

 

Stavo parlando con la segretaria, Una pausa necessaria a metà mattina. Eravamo in corridoio e mi  ha mostrato il nuovo sistema di entrata e uscita che il suo ufficio ha provveduto ad installare. Un portello basculante 20×20 in alluminio, posto a cinque centimetri da terra. Ha fatto una prova davanti a me, appoggiandosi al bordo con le mani, si è tirata su e spingendo con la testa, è passata dall’altra parte, dove sta la sua stanza di lavoro. Poi è ritornata fuori in corridoio, con la stessa facilità. E’ molto agile perchè ha solo 16 centimetri, dai piedi fino alla cima della testa. Io ne ho 20, e mi muovo più lentamente.
Noi senza corpo siamo ricercati dalle ditte e dagli uffici perchè siamo pensiero e azione. L’azienda deve apportare alcune ovvie modiche, come la scrivania o il telefono, ma il tutto è disponibile nei negozi di giocattoli. Ci deve essere una porta apposta per noi, con lo stesso sistema per far uscire ed entrare i gatti da casa, non costa neanche tanto. Non c’è bisogno d’altro, nè macchinetta per il caffè, nè servizi igienici, nè sedie. Per il nostro sostentamento basta acqua zuccherata all’ 1.5%. Stavamo appunto chiedendoci io e la segretaria se prendere una tazzina d’acqua insieme, quando è successo.
Nella nostra condizione siamo sensibili agli eventi improvvisi. Non avendo corpo, non siamo in grado di controbilanciare i traumi con la massa. Essere pensiero e azione significa non avere le interferenze tipiche somatiche, e questo ci rende molto apprezzati. E’ una condizione privilegiata, ma ha i suoi aspetti negativi.
Quando all’improvviso è arrivata di corsa quella donna, e trafelata ci ha detto di chiamare un’ambulanza perchè una ragazza era caduta dal tetto, è stato un colpo.
La segretaria si è infilata subito dal portello basculante per andare a telefonare e chiedere i soccorsi, mentre io ho scambiato due parole con la donna. E’ difficile parlare con qualcuno guardando in basso il pavimento, lo so. Al contrario io non ho problemi, guardo sempre negli occhi la persona con cui parlo, e questo tranquillizza molto.
Ho chiesto alla donna di raccontarmi l’accaduto. Aveva visto una ragazza camminare sul tetto di coppi, con degli scarponi assolutamente inadatti, molto grossi e piatti. Ad un tratto era scivolata sulle tegole, non era riuscita ad aggrapparsi al cornicione, ed era andata giù. Siamo rimaste ad aspettare l’arrivo dell’ambulanza, perchè non c’era altro da fare. La segretaria ci ha raggiunto passando svelta attraverso il portello basculante ed è rimasta a guardarci inquieta da dietro i suoi grandi occhiali con la montatura verde scuro.
Mentre si aspettava in silenzio, mi domandavo perchè andare a passeggiare sul tetto con un corpo e scarpe inadatte. Quelli che hanno corpo tendono a salire e a fare cose incongruenti, l’ho già notato. A loro piace l’alto, il panorama, il sovrastare. Penso sia una conseguenza dell’avere una massa tra la testa e i piedi. Noi che ne siamo privi, non abbiamo mai il pensiero di salire. Loro invece sono portati per le cose contraddittorie. Sto raccogliendo delle prove in tal senso, mi piace studiare i normali. L’alto e la sua fenomenologia è il mio campo di ricerca. Ho una mia teoria.

otilia

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Sogni

 

Oggi eviterò di fare le rive, l’ultima volta mi hanno fermata e fatto un sacco di storie solo perché era notte fonda, solo perché sono una donna. Non ho proprio voglia di perdere tempo, ho sonno e voglio andare a letto; passerò per Corso Italia, là, a quest’ora non ci saranno posti di blocco. Oh, no! Eccoli. Con la sfiga che mi ritrovo di sicuro mi fanno accostare…lo sapevo! “Buona sera signora, anzi, buon giorno. Patente e libretto” “Buonasera! Prego” “Ha bevuto qualcosa?” “Sì, una birra ieri sera a cena” “Bene. Ora comunque dovrà soffiare” “E allora, mi scusi, perché me l’ha chiesto se poi non mi crede?” “Siamo qua per effettuare dei normali controlli quindi…Ecco, ora soffi qua dentro il più forte possibile”
Ma cos’è questo strano oggetto? Chissà perchè lo chiamano palloncino se assomiglia ad un microfono. “Forte, signora, le ho detto forte. Guardi, io sono qua fino alle 6…” “Eh no, mi scusi ma io non ci tengo a farle compagnia fino a quell’ora. E comunque… ho soffiato FORTE”
Uff! Che noiosi e fastidiosi. Però, meno male che quel coso non funziona bene altrimenti mi sa che stavolta, per quel mojito, gliela lascio proprio la patente. Forse la gomma americana e la sigaretta però attenuano un po’ i valori. E vabbè, succeda quel che deve succedere, tanto, peggio di così.
“ Intanto butti via quella cicca e poi, soffi PIU’ forte, ha capito?”

Dal finestrino aperto faccio cadere la mia Merit a terra “Ho detto la cicca! La gomma americana, insomma!” “Scusi ma siamo a Trieste e qua cicca è la sigaretta” ribatto mentre dallo stesso finestrino lascio cadere anche il chewing gum. E perché lo faccio? E proprio davanti a loro, poi! Ritenta, sarai più fortunata sembra dirmi il microfono mentre avvicino le labbra e prendo fiato; lo faccio chiedendomi meravigliata come mai il tizio non mi abbia ripresa per aver imbrattato il suolo pubblico ma quel pensiero rimane sospeso e soffio con tutta la forza che posso. Le guance mi si gonfiano a dismisura, come quelle di un criceto e l’aria se ne esce violentemente, quasi a dimostrazione della rabbia compressa. “Allora vuol proprio farmi perdere tempo? Nemmeno stavolta ha soffiato FORTE! Dovrò farle il test ufficiale!” Ma come non ho soffiato forte, la folata avrebbe potuto spazzar via te e il tuo microfono stonato! “Ah, queste erano le prove tecniche? Ecco perché quello strano attrezzo non funziona” rispondo senza pensare. Il mojito deve aver abbassato le mie inibizioni e ampliato il mio senso dell’ ironia e quello di antipatia per gli uomini in divisa. Sto cominciando a divertirmi: se devo perdere la mia patente perlomeno lo farò…con classe! “Esca dall’auto e si avvicini al baule della volante” “Pensa che posso lasciare la borsetta in macchina? Sa, non si sa mai…”
Il tipo mi lancia uno sguardo interrogativo, probabilmente non ha capito la domanda per cui prosegue recitando una nenia imparata a memoria “Ora dovrà soffiare dentro questo bocchettone in modo lento ma continuativamente finché gli asterischi non arriveranno alla fine della linea in basso. Ha capito?” “Certo che sì. E quanto ci vorrà per il responso?” “2 minuti. Ma per qualcuno sono stati i 2 minuti più lunghi della sua vita”
Ah, bene. Ora si mette a fare la filosofia spicciola dell’uccello del malaugurio. Ma che test adottano per assumerli? Dopo qualche istante esce dalla macchina infernale uno scontrino; il tizio antipatico in divisa mi legge il responso: 0,37 su 0,50. Promossa. “Bene! Come vede tolgo il disturbo prima delle 6, mi spiace non poter farle compagnia fino alla fine del turno”. Avrebbe potuto credermi fin dall’inizio così risparmiavamo entrambi del tempo prezioso. “Posso andare vero?” “Sì, ma non mi venga a dire che ha bevuto solo una birra e all’ora di cena!” “Mmmh…no, ha ragione. Ora che ci penso… ne ho bevute due dopo uno spritz aperol e prima di un mojito. Buonanotte”.
Ingrano la prima, metto la freccia e lascio il posto a qualche altro aspirante cantante proprio mentre quell’omuncolo antipatico mette la scarpa sulla mia gomma da masticare. Sento le palpebre pesantissime. Voglio andare a casa.
Imbocco via del Monte; la mia Panda ce la farà? Che domanda: perché no? Ce l’ha sempre fatta. Sarà il sonno ma la strada mi sembra più buia, più ripida e più lunga del solito. Sento una strana sensazione allo stomaco e man mano che la via s’inerpica la sensazione si fa più forte e si trasforma in ansia, poi in panico. Ho paura. Perché? Mi è sempre piaciuto guidare, anche di notte. Accendo l’autoradio per distrarmi, per rilassarmi ma all’improvviso mi accorgo che riesco a vedere il muso della Panda. Ma quanto è ripida questa strada oggi? Mi sento schiacciare contro il sedile. Afferro il volante con entrambe le mani mentre Ligabue canta “Bambolina e barracuda”. I fari illuminano la strada e mi rendo conto di avere uno strapiombo a destra ed uno a sinistra. Cos’è successo qua? A questo punto dovrebbe esserci il piccolo slargo, dopo la curva stretta con a destra quella casa ristrutturata. Sento il sudore imperlarmi la fronte ma non ho il coraggio di staccare una mano per asciugarlo. “…ma dovrei chiamare. Dimmi dove hai il telefono…”. Già, avrei bisogno di un telefono anch’io, mi sento stranamente in pericolo. Con le mani strette al volante, butto l’occhio nello specchietto retrovisore e nel buio pesto scorgo la luce di un fanale che mi abbaglia all’improvviso. E’ uno scooter o una moto. No, è di certo uno scooter perché è troppo basso per essere una moto. Quella luce per un momento mi rassicura: non sono sola in questo strano posto. Però…e se invece è qualcuno che mi ha seguita? Non ho via di scampo, non c’è nemmeno una rientranza e non posso distrarmi se non voglio rischiare di precipitare. I miei occhi si muovono veloci dalla strada allo specchietto, dallo specchietto alla strada; la luce è sempre dietro a me. La Panda fatica, è vecchia, in prima tocco appena i 30 e già così il motore sembra agonizzare, il rumore assomiglia alle urla dei maiali sgozzati. “…lei ha un brutto tic adesso, dice cose strane…”. Lo scooter guadagna terreno, ora è così vicino che sembra stia per entrare nell’abitacolo. Lo stomaco mi si contorce. La mia bocca si spalanca ma non sento niente, nessuno può sentirmi, c’è solo Ligabue “…Dai aprimi la porta porta porta. Mi vuoi aprir la porta porta porta. Ba ba ba bambolina giù giù quella pistola…” Guardo ancora nello specchietto: riesco a distinguere qualche particolare; ma quello scooter io lo riconosco. E’ il suo, è lui! Il conducente alza un braccio in segno di saluto e lampeggia con gli abbaglianti. Per un momento rimango accecata dal bagliore intermittente mentre il panico scende lentamente attraverso il mio corpo fino a raggiungere le gambe che smettono di tremarmi in maniera convulsa. Che sollievo! E’ lui, e adesso so che mi sorpasserà, si fermerà e mi stringerà in un abbraccio rassicurante. Il mio sguardo torna alla strada. Una biforcazione? In via del Monte? Non c’è mai stata! Qua dovrebbe esserci il tratto in salita prima della curva e dell’incrocio! E adesso, dove vado? Sinistra, prendo la stradina di sinistra, tanto che importanza ha; lui adesso mi raggiunge ed io non ho più paura. Svolto facendo attenzione allo strapiombo, assesto la macchina dopo la curva e guardo nello specchietto: dentro solo le tenebre. Lo scooter ha imboccato la strada opposta. “…Adesso devo proprio andare, ti chiamo prima o poi…viviamo un po’ assieme, moriamo un po’ assieme…”. Mi sveglio di soprassalto, spalanco gli occhi nel buio e mi guardo attorno: sono nella mia stanza, nel mio letto e cerco di ridare al mio respiro un ritmo più regolare. Sono tutta sudata, l’afa estiva è davvero opprimente. Però…sarà meglio evitare i mojito, chissà che non sia allergica alla menta!

 G.D.

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