IL TEMPERAMATITE   incontro virtuale n.13

IL TEMPERAMATITE incontro virtuale n.13

17 aprile 2012

 

tiri liberi in palestra, aspettando che il maestro ritorni 

 

Scalinate

Fabio aveva paura delle scale.
Non si trattava, però, di una di quelle fobie banali che ti catturano dopo un avvenimento scioccante, come quando da bambino ti morde un cane e poi, da allora in avanti, non ne puoi più avvicinare uno.
Non era mai caduto dalle scale, a quanto ricordava, né aveva mai visto qualcun altro rotolare giù da chissà che piano e schiantarsi malconcio sul pavimento, con le ossa rotte. Il suo era un terrore oscuro, primitivo e puro, senza causa, e lo perseguitava da sempre.
Non appena si avvicinava alla scalinata di marmo di un palazzo curato e signorile, o ai gradini malfermi e consumati che conducono a questo o a quel monumento, lo coglieva una strana nausea e il cuore cominciava a corrergli forte in petto, come se volesse aprirsi un varco attraverso le costole e schizzare via lontano. Un paio di scalini – tre o quattro al massimo – li poteva sopportare, ma se il numero aumentava e lui si trovava nella situazione di doverli per forza affrontare, allora distoglieva lo sguardo, si appoggiava alla prima parete che gli capitava a tiro e si sforzava di respirare piano e profondamente, per non vomitare.
Insomma, non era una vita facile, come potete immaginare, ma Fabio non era il tipo che si piange addosso e maledice il destino. Certo, con un problema del genere ti rendi ben presto conto che il mondo non è uno splendido scrigno che racchiude infinite possibilità, in attesa di essere violato dall’affilata e potente intelligenza dell’uomo. Il mondo, al contrario, è solo una palla d’acqua sospesa nello spazio sulla cui superficie affiora talvolta qualche metro quadro di terra, e se non nasci con ali, pinne o zampe, tanto vale che ti abitui all’idea di strisciare.
Fabio quindi strisciava, ma con dignità.
Sapeva che certi posti gli erano preclusi dalla nascita, o almeno così considerava la faccenda, e si era rassegnato a non pensarci troppo e a condurre ugualmente la sua vita nel miglior modo possibile.
Abitava da solo in un appartamento in affitto al piano terra di un condominio in periferia, e lavorava come impiegato in un’importante ditta di trasporti. La mattina prendeva l’autobus alle 7 in punto e scendeva alla fermata di fronte al suo posto di lavoro, attraversava la strada e il portone dell’ingresso, schivava i gradini, quindi prendeva l’ascensore e saliva fino al quinto piano.
In trentun anni non aveva mai viaggiato, non si era mai spostato dalla sua città.
Nei weekend usciva con gli amici a cena fuori o a bere qualcosa, e nel complesso, a parte la questione delle scale, viveva la sua vita sereno e in pace come un canarino in gabbia.
Un venerdì come tanti, dopo cena, uscì di casa per passare la serata nel suo locale preferito, in centro. Era pieno di gente e la musica lo accolse e lo riscaldò ospitale come una coperta a novembre.
“How soon is now?” degli Smiths, anno ’85.
Chissà com’era stato davvero, il millenovecentoottantacinque…
Impossibile ricordare. Tutto ciò che gli veniva in mente erano fotografie, rapide immagini in movimento trasmesse dalla tv, la carta da parati a fiori nel soggiorno dei suoi, sua madre magra e sorridente, i colori e le acconciature di allora.
Morrissey cantava dolente e languido e lui giocava con i lego: questi furono gli anni ottanta.
Si avvicinò al bancone per ordinare qualcosa ed intanto cercava invano di incrociare con lo sguardo facce amiche, o perlomeno conosciute.
Magari qualcuno sarebbe arrivato più tardi. Bastava mettersi comodi, bere una birra, guardare le ragazze. In momenti come questo si pentiva di aver smesso di fumare da poco.
“Adoro questo pezzo…”
Era una voce di donna, profonda e bassa, e veniva da dietro. Talvolta, quando ci capita di sentire una voce che non sappiamo riconoscere, c’è un brevissimo istante che precede e accompagna il movimento che facciamo per voltarci. In quell’istante, senza che noi lo vogliamo, la mente scatta per immaginare l’aspetto di chi ha parlato, e costruisce e disegna in una frazione di secondo infiniti volti che sfumano uno nell’altro.
Naturalmente non riusciamo mai ad indovinare i lineamenti dell’uomo o la donna in questione: è uno dei vari limiti dell’affilata e potente intelligenza dell’uomo…
Quella volta, però, non fu così.
Fabio immaginò un solo viso: triangolare e olivastro, contornato da capelli neri tagliati corti e spettinati ad arte. Anche gli occhi erano neri, grandi e allungati, e ai lobi delle orecchie ci mise un paio di quelli orecchini etnici grandi e colorati che si trovano spesso esposti agli stand delle feste di paese. Poco sotto il naso, piccolo e imperfetto, stava la bocca. Era decisamente il punto forte della sua brevissima fantasia: le labbra esibivano un’aria metafisica, l’aria di quegli oggetti antichi e misteriosi in bella mostra nelle foto dei depliant dei musei, e che sembrano dirti: sono un’opera d’arte, sono unico al mondo, e tu non potrai mai avermi.
Tutto il resto non era ancora a fuoco, che era già arrivato il momento di confrontare la realtà con l’idea.
“Scusa, hai detto qualcosa?”
Con grande stupore dovette ammettere a se stesso di aver fatto proprio un buon lavoro: i due volti, quello visto e quello pensato, combaciavano perfettamente.
Quando mai gli era capitata una cosa del genere? Magari l’aveva già vista altre volte, forse proprio in quel locale, e chissà perché proprio in quel momento il suo inconscio l’aveva azzeccata.
(continua…)

L.G.

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Corda

 

Mila aveva paura di allontanarsi da casa.
Non si trattava di una di quelle paure comuni,  che potevano arrivare dopo un brutto episodio, come quando da bambina era stata morsa da un cane. Un po’ temeva i cani. Ma non era mai accaduto niente di particolare sullo stare a casa o fuori. Qualcosa era cambiato un’ estate.
La sua era una paura che aveva una consistenza solida, come una grossa corda faceva diversi giri attorno al torace. Non appena usciva e un passo dopo l’altro si apriva la distanza  da casa, la corda cominciava a serrare più stretti i suoi giri. Non importava quanto lunga fosse la strada da percorrere, quella lunga per andare in macchina al lavoro, o quella corta a piedi per andare al parco a cinque minuti da casa.  Rimaneva con la corda girata attorno per tutto il tempo in cui doveva  rimanere fuori, e sentiva la distanza come stare in  mare molto al largo, a guardare le luci lontane della costa, appoggiata a una  boa rossa, con sotto i piedi  l’acqua scura enorme.
Era un’estate. Qualcuno telefonava per invitarla a mangiare una pizza fuori, lei chiedeva di trovare  un posto vicino a casa. Nessuno aveva più richiamato.
Mila andava avanti con la corda girata attorno. Fuori si teneva a galla sopra la boa rossa, e piano tornava verso le luci della costa,  via via più grandi man mano che si avvicinava a casa.  Ci aveva fatto l’abitudine alla boa rossa e alle luci lontane. Piano  raggiungeva il punto, piano ritornava.
Non prendeva un autobus, un treno, non si spingeva mai oltre il limite dove la città finiva, un cartello stradale blu a circa venti minuti da casa.  Il viaggio lo faceva nella sua stanza, a leggere tutte le ore che si stendevano vuote e libere dopo il lavoro,  leggeva fino ad avere gli  occhi quasi paralizzati dalla  stanchezza, fino a sera. Ogni tanto una passeggiata al parco vicino casa, su e giù per i vialetti, ben protetta,  solo cinque minuti a piedi da casa.
Per andare fuori, calcolava mentalmente la strada  e disegnava  attorno alla casa  cerchi concentrici nello spazio, che si allargavano sempre più  lontano, come quando si butta un sasso in uno stagno. Dieci minuti, un quarto d’ora, venti  minuti, un’ora. Oltre il bordo dell’ultimo cerchio, il mondo esterno era compatto e lucido come un vetro, e si  interrompeva lo spazio dove poter andare. Ciò che stava al di là, appariva come un pianeta lentissimo e ghiacciato su un’orbita distante  centinaia d’anni.
Guardava dalla finestra, ascoltava i rumori, tornava alla pagina del libro, spegneva la luce. O metteva  un disco.
Un giorno, forse un sabato,  fece un giro in centro,  a dodici minuti di macchina da casa, un confine in cui poteva stare ancora con un po’ di corda serrata attorno. Una zona pedonale della città vecchia. Qualcuno  suonava,  davanti c’era gente che  si era fermata ad ascoltare. Mila si avvicinò a passi lenti,  la musica sempre più vicina. Un muro di schiene a circolo nascondevano chi  suonava  e cantava.  Si fermò, la musica formava cerchi concentrici nello spazio e la prendeva dentro, con una  forza d’attrazione che premeva su di lei.   Rimase immobile su una soglia  invisibile, oltre la quale stavano le schiene degli spettatori,  la voce di un uomo, calda e bassa,  cantava, lontana e vicina.
Si domandò quale volto, quale corpo potesse corrispondere a quella voce  e cercò di immaginare  una  fisionomia che potesse combaciare con quel suono. Immagini sfilacciate di capelli scuri, una bocca, delle braccia, affiorarono alla sua mente. Fece un passo indietro, sentendo il bisogno  di mettersi  al riparo,  di nascondersi dietro qualcosa,  un cartello, un lampione, una porta, un angolo. Si  fermò davanti alla vetrina di un negozio di occhiali che rientrava un poco dalla strada. Il  suono le arrivava ancora, ma ovattato dalla distanza. Respirò a fondo, la corda con leggerezza premeva.
(continua)

otilia

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Nuovo racconto del gruista

vedi I Racconti del gruista

 

 

L’ammasso di tegole che una volta poteva definirsi un tetto è finito in appena tre giorni.  Avevano diagnosticato che era necessaria una settimana per lo smaltimento, ma adesso in questo preciso istante molto fieramente sto facendo scendere l’ultimo carrello colmo di macerie . Due giorni e 6 ore ! Non male davvero.
Da un po’ di tempo in qua osservo me stesso e l’effetto che i punti cardinali hanno su mio stato d’animo. Ad esempio quando il longherone giallo del braccio della gru, che sembra un gigantesco ago di una bussola che punta a nord, mi sento disteso e tranquillo. Di fronte al cantiere, dove lavoro, c’è un scuola addossata alla collina che sta a  nord.
Il braccio della mia gru sarà pressappoco una decina di metri più alto del caseggiato in stile neoclassico della scuola, con i suoi finestroni belli grandi, attraverso i quali scolari e non possono guardare fuori ed “evadere” con la mente dalla loro quotidianità.  Quando manovro e sposto il braccio passando sopra la scuola mi piace vedere la punta del braccio che forma una perpendicolare con le finestre rivolte al tiepido sud. Confinando il cantiere con il parcheggio dell’istituto, sono osservatore privilegiato per tutto quello che accade nel mondo sottostante, spesso ho la sensazione di essere un sub con maschera e tubo che pigramente osserva il fondo marino. Oggi solo i manovali come me dicono maschera e tubo, gli altri, cioè gli eruditi,  fanno dello snorkeling.  Non hanno  nemmeno idea di chi fosse Pericle Ferretti, ma loro da bravi istruiti  snorkellano. Io snorkello, tu snokelli essi snorkellano … che idiozia, rido da solo. Intanto da umile operaio osservo il mondo dall’alto e cosa vedo ?
Vedo l’inizio e la fine delle lezioni, le macchine che arrivano e partono , i ragazzi nelle classi e in particolare vedo la stanza adibita a bibblioteca con le sue belle quattro finestre in pieno sole che proprio invitano alla fuga. La bibliotecaria, una donna alta con i capelli lunghi, si ferma spesso alla finestra e guarda verso la gru. Chissà dove scappa con la mente? Non so chi sia però le ho dato un nome. Un bel nome  da sirena : Lorelei. Forse un giorno dal fondo del suo mare salirà in superficie.
Certi punti cardinali li riconosco molto bene per via delle sensazioni che provo. Quando il braccio si rivolge verso ovest, dove c’è il mare, vengo assalito da una strana inquietudine ed è  come se venissi svuotato in un modo completo. Lo stesso accade se il braccio punta deciso a sud, nella direzione dove si stende la città. Però questa volta è una sensazione di ansia da pienezza. Infine verso est succede una cosa strana perché a livello emozionale sono neutro, mentre a livello fisico sono più attivo, vedo più nitidamente e respiro meglio.  Ora l’edificio sul quale lavoro è senza il tetto, così sventrato sembra un cranio aperto durante un operazione chirurgica. Anche se può sembrare strano io lo vedo così. E’ in atto un’opera di restauro per trasformarlo in scuola. Ecco la mia mente afferra la parola “trasformarlo” e  l’associa a quella frase che ho trascritto sul mio libretto, di velluto nero con quelle belle pagine color crema messa lì apposta per essere intrise con  il mio inchiostro color seppia. La frase tratta da un libro che sto leggendo che parla di catastrofi è la seguente : “I cambiamenti di forma vengono appunto chiamati catastrofi.”
Il restauro di questo palazzo alla luce di questa nuova teoria mi appare appunto come una catastrofe, e nasce in me una conseguente sensazione di paura per il cosmo tutto, e per sedare quest’angoscia scrivo . Per me scrivere è come il bisogno di bere un bicchiere d’acqua. Importante è il “bere”, il perché o il cosa è secondario. Il nocciolo della questione è da dove ? L’alto o il basso ? E’ una questione cruciale. In linea di massima sono per il basso. Infatti già da bambino immaginavo che sotto il letto abitassero mostri di tutti i tipi. Oggi come allora sono sicuro che quello che sto cercando, e che temo di trovare, stia in basso. Sono passati i tempi di quando cercavo risposte nelle cose elevate.
Amo stare in questa posizione da osservatore, come un sub guardo sotto, maschera e tubo,  il fondale lì ai miei piedi. Ruoto lentamente il braccio della gru,  nuoto nell’aria, sono di una specie diversa, non respiro la stessa aria delle creature del fondale.
Mi piace calare il gancio fino a terra, notare cose che ai più non è dato di vedere, potrei quasi quasi definirmi un privilegiato! Anzi lo sono per davvero ! La mia occupazione mi costringe a solitudine coatta e i miei contatti con il suolo sono pochi, e le poche parole che scambio sono quelle dei mimi perché spesso l’interfono non funziona  però non mi lamento, dopo tutto ho una punto di vista elevato,  che sovrasta gli altri.
La visione dal basso, cioè quello che vedono le scarpe al contrario è un orizzonte più stretto però più familiare. In questa dimensione raso terra è molto difficile puntare al cielo e vedere le stelle. Conoscere il mondo attraverso le piante dei  piedi,  è praticato dai primitivi. Se i piedi sono lo strumento di conoscenza, in basso appunto, da questa posizione periferica il cuore perde molto la sua importanza. Il centro della vita e delle cose elevate che ammanta tutto di color rosso corrida . Succede, talvolta, che qualcosa dall’alto cade in basso. Mi ricordo quel carico agganciato male, quasi giunto su in alto scivolò via dal gancio e in un battibaleno era lì a terra in frantumi, cocci di tegole sparsi dappertutto e le imprecazioni di quelli sotto, che da bravi molluschi verghiani attaccati al “fondale” guardarono in alto, ma non troppo, e incolparono me per il danno.
Francamente a me del cuore poco http://daydreamingproject.org/blog/il-temperamatite-saggio-finale/ la sua pesantezza, colore o il rumore. Di gran lunga preferisco le mani, gli occhi, i piedi sono più schietti, sinceri, umidi. Umidi come quelli di chi va con maschera e tubo, pigramente, senza fretta, osservando.

Denisio

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 Le custodie

vedi Le Custodie di Iside

 

 

USS Enterprise
Data Astrale 17.968 – Durante la perlustrazione del settore Omega Alfa 24 contatto con astronave Klingon. Al momento siamo sulla scia della nave nemica che non semb…..”

Chiusi il mio archivio vetroplastico dove avevo appena guardato la serie televisiva d’epoca, “Il diario del Capitano”. Non mi ricordavo nemmeno quando l’avevo caricata. Ogni volta mi meravigliava l’ingenua semplicità con cui in epoca antica era stato immaginato il futuro, e questo mi divertiva. Alcuni problemi con le guide laser del porto di Besslerovia ci avevano costretto a rimanere in orbita senza poter atterrare sulla Luna, così avevo deciso di ripulire il mio archivio stick, e avevo scoperto quella serie d’epoca nascosta negli anfratti della mia memoria portatile.
Guardando fuori dai finestrini della navetta, già distinguevo la cupola di cristallo-cemento e titanio che delimitava la città. La volta cristallina come una bolla di sapone combaciava perfettamente con il perimetro del cratere Callistus, dove sorgeva la colonia. Le luci che provenivano dall’interno insieme ai segnali intermittenti rossi e blu posti all’esterno, la facevano sembrare una torta di compleanno con tanto di candeline accese.
Besslerovia era la prima colonia umana extra-Terra, dove con grandi acclamazioni per il progresso era stato introdotto il computo del tempo in C.C. Colony Century. Ma era stata solo una trovata propagandistica per incentivare i trasferimenti dalla Terra alla Luna. Alla fine non c’era stato nessun esodo biblico verso il mare blu profondo dell’universo.
La colonia non era mai stata un luogo per emigranti in cerca di nuove opportunità, ma era diventata dall’inizio un centro di ricerca, un avamposto militare, un centro minerario e naturalmente un deposito di scorie radioattive, e a questo riguardo gli antichi film d’epoca avevano visto giusto.
Besslerovia richiamava l’aspetto di una qualunque periferia industriale, tante costruzioni quadrate che fungevano da laboratori e dormitori, hangar e magazzini per macchinari, strade rettilinee con le immancabili rotonde agli incroci, alberi, erba sintetica lungo i viali. Al centro della città c’erano gli edifici governativi, un ospedale, e l’area ricreativa con bar, cinema e negozi, tutto quello che serve per vivere una vita quasi normale. Da ultimo era stato aggiunto il cimitero. Le autorità avevano stabilito che era troppo costoso e complicato il trasporto delle salme, o delle ceneri, dalla Luna alla Terra. La verità però era un’altra.

Si aprì una porta ed entrò l’infermiera.
Colonello Pfeifer… “
Uhm … sì ?” risposi girandomi.
Colonello Pfeifer, è l’ora del Tzore.”
Ah sì ! Prego faccia pure.”
Sollevai la manica sinistra e porsi il braccio alla donna. Lei con fare professionale e asciutto introdusse l’ago nella vena, senza che avvertissi il minimo dolore, e con calma iniettò il fluido giallo ocra.
Il Liquido Tzore, o LT, era stato chiamato così dal suo creatore, uno scienziato polacco, Stanislaw Tzore, che aveva messo a punto un miscuglio di nanorobot e microparticelle magnetiche.
Una volta iniettato nel corpo, questo fluido biomeccanico si diffondeva in tessuti, organi, vene, modificando la reazione alla gravità, e permetteva di resistere senza danno a pressioni altissime o bassissime. Non erano più necessarie tute pesanti per ambienti con bassa gravità, nè scafandri pressurizzati per resistere alle enormi pressioni di alcuni pianeti.
Il sangue saturo di LT diventava di un bel colore blu intenso e in caso di ferita si aveva la strana sensazione che dal proprio corpo uscisse del detersivo liquido invece che sangue.
Grazie all’LT era stato possibile allungare la durata delle esplorazioni spaziali, da quel momento gli equipaggi delle navi non soffrirono più dei tipici disturbi da mancanza di gravità. L’attrezzatura personale degli astronauti era molto più semplice. Bastava un unico leggero scafandro per affrontare l’esterno in qualsiasi situazione, e in più si poteva sfruttare a pieno la velocità extra-luce per gli spostamenti interplanetari. Era stata una scoperta rivoluzionaria, alcuni addirittura avevano proposto di modificare il calendario da Colony Century in LT Century, senza successo però.
Ma con il progetto Neue Thule, l’esplorazione dei satelliti di Giove, erano emersi i primi inconvenienti dell’ LT. Sei delle otto navi di Classe Isim impiegate nella missione erano andate perdute. Stranamente i rapporti ufficiali avevano taciuto che tutti i componenti degli equipaggi si erano suicidati. Dopo confuse e superficiali indagini, venne stabilito che la causa probabile dell’evento era una non ben identificata sindrome claustrofobica spaziale. Dopo il progetto Neue Thule, altri casi simili si erano verificati. Il Comitato Generale degli Affari Spaziali aveva decretato che l’uso dell’L.T. non poteva superare i sette mesi consecutivi per gli equipaggi destinati ad attività civili, e di un anno e due mesi per quelli militari . Il risultato era stato positivo, da allora la situazione era rimasta stabile e sotto controllo.

Nella mezz’ora di assoluta immobilità in cui ero costretto a stare dopo l’iniezione di LT , riandai con la mente al messaggio di Fergusson, che avevo ricevuto sul mio archivio vetroplastico il giorno prima. “Vieni a Besslerovia subito.”
Già il vecchio Fergusson ! Erano anni che non ci vedevamo, dai tempi del Costa Rica, il nostro arrivederci non era stato dei migliori, anzi avevo ancora la cicatrice in testa, lat destro, dal colpo che mi ero preso quando mi aveva scoperto a letto con sua moglie.
Povero Fergusson, tradito proprio da me, il suo compagno di accademia e migliore amico.
Quando avevo ricevuto quel suo messaggio, sulle prime avevo pensato che volesse vendicarsi ancora per il fattaccio di anni prima, perchè ne era assolutamante capace. Poi riascoltando più volte la voce registrata, mi ero reso conto che c’era qualcosa di serio in quella richiesta. Dannatamente serio. Non riuscivo però a capire perché avesse cercato proprio me.
Stavo lavorando al progetto Seele, che svolgeva indagini governative molto riservate sulla missione Neue Thule. Secondo alcuni ricercatori, nelle procedure di teletrasporto si verificavano delle circostanze molto simili ai casi che avevo riportato nel mio dossier, e che presentavano un’analogia con i suicidi degli astronauti. Ero il maggiore esperto in teletrasporto, e  per questo avevo ricevuto l’incarico di dirigere il progetto.
Mi divertivo quando nel film “Il diario del Capitano” un raggio di luce blu spostava i protagonisti dell’Enterprise da una parte all’altra dello spazio. La realtà era molto diversa, tristemente diversa.Quando anni prima avevo iniziato ad occuparmene, la tecnologia era riuscita a riprodurre la forza di coesione tra cellule smaterializzate. Dopo un periodo di incoraggianti prove con animali, si era passati al teletrasporto umano. Ero stato relatore tecnico per l’utilizzo a scopo bellico della tecnologia di trasporto a distanza, per tre anni presso i laboratori A.T.T. di Anversa, e ricordavo che nelle sperimentazioni  si erano presentati quasi subito dei problemi.

Durante la delicata fase di ricostruzione della materia scomposta, in gergo WAB (WiederAufbau), c’era una certa probabilità di errore, lo si sapeva da tempo. Negli esperimenti con gli animali, gli errori di ricostruzione avevano prodotto creature mostruose. Erano stati introdotti dei correttivi, segnali spia all’interno del fascio Brueck che trasportava le particelle del soggetto smaterializzato. Una specie di serratura di sicurezza che impediva a particelle estranee di insinuarsi nel fascio trasportatore, evitando errori nei codici di ricostruzione. Qundi era iniziata la sperimentazione su soggetti umani, che sembrava funzionare alla perfezione.
Ma quel che il 17 marzo era accaduto a Robert J. Jenkins, volontario, un ragazzotto alto e biondo con occhi blu mare, non era stato assolutamente previsto.
La fase WAB procurava uno stato di assenza per un paio di minuti, poi tutto ritornava alla normalità. Nessuno si era allarmato quando Jenkins, dopo il teletrasporto, versava ancora in quella condizione. Purtroppo non c’era stato alcun cambiamento nemmeno dopo un paio di ore, nè dopo un giorno, nè dopo un mese. Jenkins era rimasto con i suoi occhioni blu da neonato a fissare il cupo cemento grigio del laboratorio.Altri giovani volontari erano stati utilizzati nelle prove, tutti avevano fatto la stessa fine. A cominciare da Jenkins. i soggetti dei primi esperimenti, furono catalogati come “custodie”. Arrivati alla dodicesima custodia, il progetto era stato sospeso.Wassermeyer per primo aveva studiato Jenkins, ed era giunto  alla conclusione che nei soggetti “custodia” mancasse una parte dell’essere umano. Le funzioni istintive, fame, paura, e pulsioni riproduttive erano intatte, così come il linguaggio, sebbene piuttosto elementare, però mancava una coordinazione delle attività a livello profondo. Wassermeyer, figlio di un pastore luterano della Bassa Sassonia, aveva azzardato l’ipotesi che le “custodie” erano semplicemente prive dell’ anima.
In un primo momento l’ipotesi di Wassermeyer non venne presa in considerazione, ma in seguito a  ricerche approfondite, ne era stata riconosciuta la fondatezza, nonostante lo scetticismo di  qualche ricercatore. Restava un mistero però la causa del fenomeno che disperdeva chissà dove il corpo animico delle custodie durante il teletrasporto.
Ricordavo di aver sentito qualcosa di simile riguardo ai primi cloni umani classe Adam. Avevo cercato Hopkins, del reparto clono-tecnologie, che con molta riluttanza mi aveva dato le informazioni di cui avevo bisogno.
Nei cloni umani il cervello risultava perfetto dal punto di vista fisiologico,  ma nonostante questo, non erano in grado di fissare una memoria nel loro Io, né di sviluppare una personalità.Era come se mancasse loro qualcosa. Nel suo laboratorio di cloni,  anche Hopkins aveva collezionato “custodie” che crescevano, si nutrivano, interagivano parzialmente, ma nient’ altro. Per questo si era rivolto al dottor Anton Schoen, un luminare della cibernetica.
Schoen, fondatore e presidente dell’Istituto per le Tecnologie Cibernetiche, Quest-Bienfield, riconosciuto a livello internazionale, aveva fatto fortuna con le sue protesi artificiali di occhi, orecchie, nasi, arti e organi interni. ”Auf Natur, Besser Als Natur”,  “dalla natura, meglio della natura” era il motto che appariva all’entrata dell’istituto.
Si diceva che nella sua clinica di Ginevra ci fosse un reparto molto riservato, specializzato in protesi maschili, frequentato da una ricca e altolocata clientela che sborsava parcelle astronomiche per ottenere una nuova dimensione alla sua vita.  Forse grazie a queste frequentazioni, l’istituto  aveva ricevuto delle commesse governative, e Schoen si dedicava alla ricerca sulle personalità artificiali. Era riuscito a mettere a punto dei programmi che permettevano agli organismi cibernetici di acquisire la personalità elementare simile a un ragazzo di otto o nove anni, e nonostante gli sforzi, non era riuscito a superare quel limite.
Nei cloni di classe Adam, Schoen aveva scelto di impiantare un’unità vetroplastica che di memoria generale. L’unità era composta di ricordi ed emozioni standard, e coordinava gli stimoli esterni. Ma non era stato un successo. Dei pochi cloni Adam sopravvissuti tutti restavano a uno stadio evolutivo infantile, senza progredire mai. Jenkins era stato impiantato nella clinica di Londra. Il risultato era stato considerato un fallimento, ma non  da tutti.

 Il suono del mio archivio vetroplastico mi ricondusse d’un tratto al presente, distraendomi dai miei pensieri. Era una chiamata del Capitano Zipfer.
Signore, da Besslerovia ci informano che i problemi sono risolti e possiamo attraccare al molo 6.”
Procediamo, allora. “ risposi.
Tra meno di un’ora saremmo sbarcati alla base Luna, e finalmente avrei incontrato Fergusson.
Ero in ansia per quell’incontro come un imputato che attendeva la sentenza di un processo. Chissà perchè mi aveva chiamato il “Rosso”, così veniva chiamato Fergusson., per via dei capelli rossi da scozzese o irlandese. Era nato a Santiago del Cile, da padre canadese e madre cilena, e l’unica cosa britannica in Fergusson era lo smodato uso di whisky di malto scozzese, questo sì.
Dopo la laurea in Archeologia Spaziale era stato in Accademia dove si era specializzato in Scienze delle Comunicazioni Extra-Mondi, la sezione militare per gli addetti alle relazioni con civiltà extraterrestri. Eravamo nello stesso corso. Io ed il Rosso ci eravamo piaciuti a prima vista ed eravamo diventati amici, troppo  forse.
Dopo lui, era stato assegnato alla base di Montreal, centro per le comunicazioni extra-terrestri, dove era rimasto poco a causa del suo debole per il whisky.
Quando passava le ore libere nei bar, in compagnia di qualche bella donna e dei drink, parlava a ruota libera del suo lavoro, così oltre alla fama di noioso interlocutore da cui girare al largo, si era guadagnato presso l’amministrazione un giudizio pesante di persona inaffidabile.
Era stato trasferito alla XI sezione di Puerto Verde, Costa Rica, dove stavo prestando servizio a quell’epoca. Ma in verità la base di Puerto Verde era uno strano coacervo di persone poco gradite alle alte sfere, oltre a ricercatori e  militari di carriera che aspiravano a passare di grado con il punteggio di un centro di ricerca.
Così con il Rosso parcheggiato ed io in attesa del passaggio di grado, quel periodo era stato un vero paradiso, dove avevamo trascorso lunge oziose giornate, come ai tempi dell’Accademia. Con un’unica differenza, la presenza della signora Fergusson, Clarissa.
Un forte rumore, come una vibrazione che si trasmetteva al pavimento dalla sala di manovra, mi fece capire che eravamo prossimi all’attracco. Le guide laser dello spazio porto avevano agganciato i radio fari dell’astronave.
Era un suono tipico, unico, un misto tra uno sciame di calabroni e le cicale nelle notti d’estate in Provenza. Chiunque fosse stato sulle navette o sulle fregate dei viaggi extra-Terra, non lo dimenticava. perché quel fracasso assordante era indelebilemente associato al sollievo dell’arrivo alla base, ovunque ci fosse una colonia umana. Voleva dire casa e sicurezza.
Mi sentii sollevato come le altre volte sentendo quel rumore, ma un pensiero si accese istantaneo nella mente, e mi rabbuiò. Clarissa era ancora la moglie del Rosso ? 

otilia

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Jenkins

vedi Le custodie 

 

Mi chiamo Jenkins, Robert J. Sono alto e biondo con gli occhi azzurri. E’ scritto sul cartellino d’identità che porto al polso destro, il mio preferito. Sul lato destro ho il piede destro, che anche mi piace. Oggi a colazione ho mangiato corn flakes e latte, e una tazza di orzo.  Non danno il caffè. Oggi piove. Le lenzuola sono bianche e fresche, il soffitto è solo bianco, la finestra è quadrata, si vede colore verde oltre il vetro. Qualcuno è venuto a farmi visita ieri. Una signora con lunghi capelli biondi, ma non come i miei, diciamo a strisce. Si è seduta sulla sedia accanto al letto. Mi ha guardato in silenzio. Ha messo qualcosa sulle lenzuola, lato destro, ed è uscita dalla porta, a sinistra. Dopo ho tirato fuori la mano dal lenzuolo e ho provato a sentire a destra cosa c’era. Era una cosa di lana. L’ho fatta scivolare sotto il lenzuolo perchè qui non vogliono che teniamo niente, neanche un regalo. Poi mi sono addormentato e mi sono svegliato che era chiaro. Stamattina dopo la colazione, l’ho tirato fuori. E’ un vecchio maglione , il colore diciamo rosso, ma non so bene, è mescolato, non è il colore della luce rossa sopra la porta, l’allarme. Lo conosco bene quel colore, la lampadina si è accesa diverse volte.
E’ un rosso triste. Io so cosa è triste. Il dottor Schoen è contento se io dico la parola triste, sorride. Anche gli infermieri sorridono se io dico la parola triste. A me non viene da sorridere se dico la parola triste. Il maglione quindi è rosso triste,  e anche morbido. Io so cosa è morbido. Il cuscino è morbido. Morbido vuol dire sprofondare, come fa la testa sul cuscino. Quindi il maglione  è morbido e rosso triste, e vuol dire che si sprofonda mentre qualcuno sorride, ma non io.
La signora con capelli biondi lunghi è già venuta qui tre volte, ha un cartellino appeso davanti, dove c’è una sua foto piccola, ma così piccola che non capisco, e una scritta.  La signora resta lontano seduta, e non capisco cosa c’è scritto.
La prima volta che è venuta qui, si è seduta sulla sedia, mi ha guardato in silenzio, e a un certo punto ha messo le mani sulla bocca. Se questo sia triste non so, la bocca era nascosta dalle mani, e quindi non so, forse sorrideva ma non voleva farlo vedere. Gli occhi invece erano lucidi come il vetro della finestra quadrata. Un giorno molto prima di questo, quando Il dottor Schoen ha visto delle lacrime venire giù dai miei occhi, è uscito di corsa dalla stanza ed è tornato poco dopo con altri tre medici. Si sono fermati un bel po’, e uno di loro si è messo una mano sulla bocca, come la signora dei capelli lunghi e biondi. Il dottor Schoen, prima di uscire di corsa dalla stanza, mi aveva fatto qualcosa a un braccio, il sinistro, e ho sentito una punta. Per questo sono uscite le lacrime dai miei occhi lui non sa che a sinistra sento tutto di più, anche i rumori. Il dottor Schoen mi ha spiegato cosa è successo, e mi ha detto che quando ci sono lacrime, i miei occhi navigano come barchette nelle onde, e che non devo preoccuparmi per questo, e lui sorrideva mentre mi diceva questo. Anche gli altri tre medici sorridevano, e quello che aveva tolto la mano dalla bocca, aveva gli occhi che navigavano lucidi a vetro.

La prima volta che è venuta qui, la signora coi capelli lunghi e biondi aveva occhi che non navigavano nelle lacrime, ma sprofondavano nelle lacrime come naufraghi. Me lo ha detto il dottor Schoen che i naufraghi sprofondano nel mare, quando mi ha raccontato la storia dell’Enterprise che è caduta sulla Terra. Aveva anche usato la parola tragedia. Quindi i naufraghi sono morbidi, perchè sprofondano. La parola tragedia non so, ma deve essere vicina al morbido, credo. Sicuramente non a triste, perchè il dottor Schoen non sorrideva. Quando raccontava dell’Enterprise. mi ha anche detto che non era una barchetta, come per le lacrime, ma una barca molto grande. Quindi l’Enterprise aveva lacrime e occhi enormi, per questo era una tragedia, credo. Le altre due volte che la signora dai capelli lunghi biondi è venuta qui, si è seduta sulla sedia e mi ha guardato, senza fare altre cose. A parte il maglione, ieri.
Non so dove nascondere il maglione. Lo troveranno prima o dopo. Il dottor Schoen a volte mi guarda serio e non sorride. Questo succede quando mi guarda con un bastoncino di luce che mette vicinissimo all’occhio destro, poi passa al sinistro, e dopo non sorride. Se scopre il maglione, credo che il dottor Schoen diventa serio e lo fa portare via. Forse il colore gli piace, dato che il maglione è rosso triste, e lui sorride sempre se dico la parola triste. Basta che dico tante volte la parola triste, e lui sorride sicuro. Così il maglione può rimanere accanto a me.
Provo a mettere il maglione sul fianco destro, sotto il lenzuolo, e sento sulla pelle il morbido, cioè mi viene da sprofondare. Provo a spostare il maglione sulla pancia, e anche lì sento morbido, solo che è diverso. Si muove.
Non so bene, ma si muove. Non capisco, ma si muove. Dopo viene una cosa che non so se dire se morbida o triste. E’ calda, fa delle onde di caldo, a cerchi, a partire da un punto di allarga. A questo punto non so più, perchè le due parole, triste e morbido, si fondono e non so più. Sprofondare e non sorridere sono vicini a quello che succede se mi metto il maglione appoggiato sulla pancia, che mi copre fino dove cominciano le gambe. Devo chiedere al dottor Schoen, ma poi si mette a scappare, di sicuro, e torna con altri dieci medici. O chiedo agli infermieri, loro sono gentili. Ecco potrei usare questa parola, il maglione sulla pancia è gentile, perchè gli infermieri sono gentili, me lo ha detto un giorno il dottor Schoen, quando erano stati qui a massaggiarmi, e cambiare le lenzuola, con un buon odore a punta. In quella occasione gli infermieri mi fanno qualcosa di delicato e deciso, muovendomi di qua e di là. Dopo sto bene e si sente l’odore a punta in tutta la camera, non solo su di me.

otilia

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Il vecchio maglione

vedi TENTATIVO n.2

 

Ma perchè mi ha portato qui?
Non so. Continuo a non capire. Se n’è andata.
Clarissa, dove sei? Come hai potuto farmi  questo, lasciarmi nelle mani di questo stoccafisso! Perchè?

Lui sta a letto, il letto è bianco, la stanza pure, una finestra sul parco, una sedia. Fine. Lui sta fermo, disteso. Non si alza mai, non parla mai, dice solo alcune parole, grazie, buongiorno, buonanotte, triste, morbido. IO  sono abituato al divano di cinz a fiori di Clarissa, alla sua conversazione brillante, alle sue risate.  Lui mi guarda in silenzio, in silenzio mi trascina sotto le lenzuola e in silenzio mi stende sulla sua pancia, e resta in silenzio fino a quando mi sposta di lato,  sempre a destra. IO ho l’abitudine di essere premuto sulla pancia morbida di Clarissa, che si muove ondeggiando come una sirena sopra di me, e fa i suoi vocalizzi melodiosi, e poi accelera come un delfino malato di  fame d’aria su e giù dal mare e sopra, e  alla fine canta, mantenendo un lungo accordo alto che poi si affievolisce. In genere dopo Clarissa si fa un riposino, tenendomi stretto al suo petto rilevato.
Lui resta fermo tutto il giorno. In silenzio. Quando vengono gli infermieri, mi nasconde  dentro al  cuscino, in un anfratto della fodera, dove me ne sto appallottolato come un  uovo per diverso tempo, perchè gli fanno un sacco di controlli, prelievi, lo rivoltano di qua e di là. Poi è l’ora del professore,  un colosso in camice bianco e occhiali, con una voce bassa e cavernosa. Ho pensato che tipo di vocalizzi farebbe una voce così se mi mettesse fra le sue cosce, a fare il delfino  come Clarissa. Mi piacerebbe provare, così per cambiare.
Conosco a memoria il corpo di Clarissa, perchè ho fatto degli esperimenti, anzi lei mi ha portato  nei suoi punti preferiti.  So quello che le piace, ormai.  Direi che dove ci sono  dei rilievi,  cioè dove i suoi contorni sono rotondi,  non importa a quale latitudine,  Clarissa canta molto bene, a lungo, e con un accento direi quasi drammatico, persino  espressionista in taluni casi.
Come faccio ad abituarmi a lui? Sta zitto, mentre lei Clarissa  parlava, parlava sempre, e se non parlava, cantava, e quando aveva finito di cantare, parlava.
Eravamo soli io e lei, senza intrusi.
Lui è un intruso. Si è insinuato fra di noi. Chi è per te Clarissa questo essere vacuo?
Cosa abbia in mente una donna, non si sa. Aveva me, mi adorava, e nello stesso tempo e chissà da quanto tempo,  pensava a lui, allo stoccafisso. Non è che mi abbia tradito, no, peggio, mi ha offerto a lui come un mazzo di rose.  Ecco, spine e petali sulla pancia, petali soprattutto. Vedi Clarissa, non riesco neanche a immaginare nella mia anima una vendetta. Perchè io HO un’anima,  me l’hai data tu mentre cantavi a bocca spalancata e sbilenca.
Ti odio per questo.

otilia

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DISCREZIONE E VORACITA’

o Il Maglione riveduto

 

comincia da qui

 

 

Oggi c’è qualcosa di strano.  Mi sento spaesato. Cerco Clarissa e non la vedo, non la sento ma soprattutto non la tocco. Clarissa, dove sei? Come hai potuto farmi  questo, lasciarmi nelle mani di uno sconosciuto!  E perché poi?
Sono ancora frastornato da quel che è successo poco fa. Lui li fermo nel letto, lo sguardo fisso nel nulla, a fantasticare un corpo nudo di donna,  con l’idea assurda che un’immagine possa diventare reale. Perso nelle sue fantasticherie,  non si cura di me, io sono solo un oggetto per lui,  niente più che un pezzo di lana, un vecchio maglione.
Senza dire una parola si alza. Mi spinge in alto, sento tutta la sua spinta concentrata in un solo punto di me stesso. Mi meraviglia il fatto che uno migherlino come lui possegga tanta forza. Non ho mai provato una cosa simile con Clarissa, con lei era diverso. Lui non parla, mi manca la melodia della voce di Clarissa. Improvvisamente mi afferra, sento le sue mani forti attorno a me, mi manca il fiato per la stretta. Mano destra sotto e mano sinistra sopra. Ho la testa confusa. Quella morsa delle sue mani mi fa male, però anche mi piace. E’ una strana sensazione, quanto diversa dal soffice tocco di Clarissa, sarà  questo che mi  soggioga. Lei esplorava lentamente tutto attorno a sè,  si concentrava su alcuni punti particolari, ma era diverso. I punti spingevano su di me, ma erano più dicreti. Ecco, la parola giusta è discreti. Lei li premeva con delicatezza, li stuzzicava, mentre lui non è discreto, anzi ha un tocco vorace. A pensarci bene la differenza sta in un aggettivo: lei discreta, lui vorace.

Clarissa non avrebbe mai osato trattarmi così, quasi con violenza. Lei,  dolce, delicata,  ma soprattutto discreta. Il suo era come un affacciarsi all’uscio  e chiedere il permesso di entrare. Un piccolo passo prima, poi un altro ancora e timidamente entrava, poi si ritirava. Poi  rientrava, ma questa volta si spingeva un po’ più a fondo per esplorare. A me piaceva questo suo esser discreta. Discreta anche nel parlare, una voce lieve e calda,  come il canto della sirena che ammalia Ulisse. I suoi vocalizzi melodiosi accompagnati da ondeggiamenti sopra di me, per poi accelerare come fosse un delfino malato di fame d’aria, su e giù dal mare, e alla fine il canto, un lungo accordo alto che poi si affievoliva,  mentre io immobile godevo nel sentire il canto della sirena assieme alle onde del mare. Oggi invece  nulla di tutto ciò!  Invece delle onde del mare,  c’era una tempesta che mi scuoteva su e giù, anzi spesso il giù durava più a lungo del su; invece di un delfino era un capodoglio possente che scendeva nelle profondità e non si curava della pressione abissale che attanagliava il suo corpo. Proprio il contrario, era questa pressione delle profondità, che comprimeva ogni singola zona di lui,  a procurargli più piacere. Poi riemerso in superficie per l’ultima volta,  uno sbuffo, alto copioso nel cielo,  ma niente gorgheggi, niente canti solo un lamento sordo di chi è stato per troppo tempo nelle profondità marine.
Lui e  Clarissa in una cosa sono simili, entrambi si concedono una sosta dopo. Il mare stanca.  Si abbandonano a uno stato di riposo,  lui rimane  in un silenzio  abissale,  fastidioso per me.  Come faccio ad abituarmi ? Sta zitto, mentre Clarissa parlava, parlava sempre, e se non parlava, cantava, e quando aveva finito di cantare, parlava. Eravamo soli io e lei, senza intrusi. Un’unione discreta, ecco l’aggettivo giusto. Discreta.
Si stava bene. Poi è arrivato lui, l’intruso. Tra me e Clarissa ! Adesso che c’è un momento di quiete,  vedo  la differenza tra lo stare con Clarissa o con lui.  Sì, perchè non sono soltanto un oggetto del loro piacere, ma posso fare  confronti  e giudicare.
Ad essere sincero, lui mi è piaciuto, anche se il suo tocco è rude. E mi è piacuto tanto. Questo pensiero mi sconvolge. Io che amo la delicatezza,  ho provato invece un intenso piacere da quel tocco deciso e pesante. C’è stato un momento  quando lui mi ha preso,  come d’ istinto  desideravo anch’io scendere di più, essere soffocato da quella pressione,  poi risalire in superficie, e nuovamente scendere nell’abisso del mare scuro e inesplorato. Avevo una strana voracità. Non potevo fare a meno di scendere ancora, volevo raggiungere il limite, andare oltre quel linite, fino al soffocamento. Poi  risalire in superficie, e vuotarmi  con uno sbuffo che mi scuota tutto e mi faccia stare bene,  e vorace inghiottire altra aria fresca, e ancora aria,  fintanto che il respiro si plachi, ritorni naturale e leggero come la brezza che increspa appena un mare estivo.
Sono ancora sconvolto, tremo, mi sento vuoto dentro. Forse è dovuto alla mancanza d’ossigeno delle profondità oceaniche. Ho nostalgia di Clarissa e del suo dolce corpo tenero che mi coccola, mi accarezza, mi sollecita. Ma oggi ho scoperto una cosa. In cuor mio sono vorace.
Spero che il corpo di Jenkins si riprenda presto perché ho voglia di sentirmi  ancora forte e tenace, voglio gonfiarmi a più non posso d’aria, e scendere nelle profondità del mare, sentire  i  muscoli del suo dorso spingere con forza verso il basso, per farsi strada tra la densità dell’acqua profonda e buia, provare l’ebbrezza di sfiorare il soffocamento.
Ho bisogno di lui. Ho bisogno di Jenkins. E’ la mia vera natura.

 Denisio the T.

 

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