IL TEMPERAMATITE   saggio finale

IL TEMPERAMATITE saggio finale

MODEL SMILE

di Cristina Roggi

 

Il linoleum verde strideva sotto gli zoccoli delle infermiere lacerando le orecchie sensibili di chi stava aspettando fuori. Le pareti rimandavano un chiarore livido e scivoloso che attutiva i rumori provenienti dalla rianimazione ma amplificava il giallo della luce artificiale del neon al soffitto. Le sedie, schierate sotto le pareti, aspettavano che qualcuno si decidesse a sedersi, ma  nessuno gradiva la consistenza della plastica rossa: sarebbe stato come rimanere schiacciati sotto una pressa mettersi lì seduti, mentre in piedi l’attesa sembrava meno condizionata.
Il rumore meccanico delle macchine non arrivava fin là ma ugualmente era presente, immaginato, riprodotto in una fantasia che prendeva corpo, incespicando qua e là.
La stampa che conta, del settore, era tutta lì in quell’atrio senza stile. L’incidente, o come bisognava chiamarlo, era accaduto pochi minuti prima della sfilata che apriva la giornata di Alta moda a Milano: Eva avrebbe dovuto sfilare per la Collezione di Dolce&Gabbana che quell’anno, finalmente,  anticipava Versace e Cavalli. La piccola folla dei giornalisti, saputo dell’accaduto, si era riunita sotto le finestre del Palazzo della Moda in attesa dell’ambulanza per seguire da vicino le operazioni di soccorso. Arriva il mezzo, e un giovane dottore con una barba curata e un maglione a righe salta giù, si fa  largo tra la folla e si inginocchia sull’asfalto guardando da vicino cosa ne era rimasto di Eva, dopo un volo di 10 metri. In pochi minuti una barella a cucchiaio si stacca dal suo ripostiglio, come una navicella spaziale dall’astronave-madre, e raccoglie un giovane relitto dal lungo abito azzurro di strass lacerato in più punti. Una corazza tutta luccicante e chiassosa lontana dal biancoenero di Dolce&Gabbana: sembra stranamente richiamare lo stile di Versace e rende ancora più plausibile il tentato suicidio. I giornalisti schizzano in avanti seguendo l’ambulanza da vicino a sirene spiegate: si è visto poco, fotografato ancora meno, giusto il vestito, una testa bionda dai capelli riversi sul duro metallo della barella, un piede ossuto dalle unghie dipinte di nero, insomma una bambola spezzata in più punti da riparare o forse da buttare via.
Eva non è ancora morta; legata strettamente al suo cucchiaio si sforza di non sentire il dolore credendo così di poterla simulare la fine. Gli occhi sono chiusi anche se ogni tanto i due infermieri intuiscono tra le palpebre l’iride verde chiara; lo sguardo indugia sulla scollatura che mostra un triangolo di pelle graffiata, una spallina mangiata, una clavicola forse rotta. Il viso è stranamente intatto, bianco, scavato sotto zigomi alti come se precipitando si fosse protetta il volto. Una magrezza d’ordinanza la taglia tutta, la rende uguale alle altre modelle, figlie di una stessa madre. Il dottore con la barba curata non aveva mai assistito una modella, non ne aveva mai vista una nemmeno da vicino quindi, guardandola, si interroga se sia una di quelle fotografate nelle pubblicità di biancheria intima da quattro soldi che tappezzano Milano; non gli sembra di riconoscere quella pienezza, anzi. La vede fragile e colpevole di qualcosa, un essere che respira appena catturato tra il sonno e la veglia; Eva è sotto le sue mani che ora intuiscono, come tante altre volte hanno fatto, il tormento del corpo, la vita addormentata sotto l’apparenza della morte.
Arrivati al pronto soccorso gli infermieri scaricano la barella che non pesa quasi niente; si buttano in un ascensore evitando i giornalisti già lì in attesa del loro scoop. La rianimazione accoglie Eva come un abbraccio. Le analisi inducono a un moderato ottimismo: bisogna aspettare che si stabilizzi e poi forse aprire quel corpo per ripararne qualche organo secondario.
“Starà in rianimazione sotto costante osservazione in attesa di sciogliere la prognosi. Non c’è altro da aggiungere.” Il primario fa un gesto tante volte provato dentro di sé a favore della stampa;  con la mano benedice, professionale e caritatevole, i giornalisti e sparisce come una visione a rallentatore dietro la porta invalicabile della rianimazione.
Eva è lì dentro attaccata dai tubi che la fendono e la collegano al monitor. Si sente nuovamente sola, e allora può riprovare la sua mutazione, può sforzarsi di vivere la fine di tutto stringendo gli occhi più forte, schiacciando il mento sulla clavicola ammaccata, perdendo l’aria dai polmoni.
Non ce la fa. Attraverso le narici passa  un odore che improvvisamente le rende doloroso lo sforzo di morire: un sentore di abiti sporchi e un acido che attanaglia la gola la inchiodano al suo passato e non le concedono di scivolare via. È a casa: dalla finestra di camera sua vede la sterminata pianura, le mietitrici,  i contadini che si passano lo straccio tra la nuca e il collo a tergersi il sudore, con il petto nudo per il caldo mentre si chiamano da un punto all’altro superando il fremito meccanico e la distanza. Ha 13 anni, è sola e nell’ombra di quel pomeriggio, sogna di essere al centro di un mondo diverso; cullata dai suoi desideri si guarda le lunghe gambe, il seno incipiente, il broncio provocante sul vetro della finestra, i capelli biondastri e lisci tirati su. Sì, perché non così?
Ora ha 16 anni ed è a Praga. La chiamano Eva da qualche mese, dicono che è un nome più adatto, più internazionale. É in fila per il suo primo shooting importante; si cercano nuovi volti per uno stilista italiano. Il fotografo giovane le dice di mettersi sulla punta dei piedi e di guardare come se cercasse qualcuno tra la folla. “Eva -le dice- Eva guarda me ora”. Lei raddrizza lo sguardo su di lui e prova il broncio, e si tira su i capelli mentre una piccola folla annoiata applaude.
Quante altre volte si è messa in posa, ha convinto gli esperti ai casting, ha sbaragliato le altre mostrando il suo corpo lunare, il suo volto dai zigomi potenti, la sua falcata spericolata. Le battaglie hanno lasciato morti e feriti ma le guerre sono sempre da rifare.
“Sorridi, sorridi” le dice l’infermiera a un soffio di distanza dalla sua faccia “non sei una modella? E allora devi sorridere”. Caterina le apre un sorriso buono tra gli occhi, le accarezza la guancia  e cerca di convincerla semplicemente con la dolcezza dolorosa dello sguardo morbido.
Eva la vede ogni mattina affaccendarsi intorno a lei, ricrearle uno spazio accogliente con il mondo, muovere le mani sul suo corpo esausto a pulire, girare, voltare. Come si fa a sorridere mentre ciò che si sente è immobile dentro di sé?
Caterina insiste con la sua cantilena “Sorridi al mondo Eva, mostra come sei bella, come sei forte e coraggiosa”. Ma lei è stufa di sorridere fingendo, specchio delle emozioni di altri. E invece le vengono in mente le parole di una poesia imparata da poco “Sì è bello morire, quando la nostra giovinezza arranca su per la roccia, a conquistare l’alto”: è lì che stava, laddove si è lasciata precipitare. Finirla dal punto più alto, dalla cima della montagna, lei nata nella pianura.

Cristina Roggi

 

————————————————————————————–

FORZA LUCIA

di Elena Pizzutti

 

Caro ramo del lago di Como, per una volta, ti prego, volgiti a mezzanotte : se  la sento cinguettare ancora sul famoso incipit, mi accascio sul banco ! Le brillano gli occhi mentre parla delle sciagure diquesti disgraziati abitanti della terra lombarda del tempo che fu : inizio a pensare che la prof si crogiuoli nelle sfortune di questi personaggi che se potessero cercherebbero di sicuro un altro autore .  Basta, basta, basta con questa Provvidenza : non ci credo che alla fine vada tutto a posto, che i buoni siano sempre premiati, e i cattivoni puniti con la condanna all’eterno supplizio . Non potevano andare un po’ diversamente le cose ? Lucia, timorosa e timorata, non ci inganni : qualche segnale devi averlo dato al perfido don Rodrigo, altrimenti non saremmo qui  a sorbirci questo strazio da quasi 2 secoli ! Sveglia come sei, perché lasciare tutto in mano  a quel pasticcione di Renzo ? Se ti affidi del tutto a  lui non andrai lontano , come fai a non accorgerti che è ingenuo, impulsivo , e non fa altro che  cacciarsi nei guai ? Dai Lucia, forza e coraggio : risparmia ancora un po’, metti da parte una piccola  quota e impegnati ad avviare un nuovo laboratorio tessile : così non avrai bisogno di fuggire nel  cuore della notte , di versare fiumi di lacrime calde, farti ospitare da una suora frustrata e rancorosa e  da una  benefattrice bigotta e autoritaria ! non dovrai sottostare all’aspro, tremendo Uomo Senza Nome ( era così  orribile a dirsi ??) ma porterai avanti il frutto del tuo lavoro facendo crescere un bel gruzzoletto .  Fai vedere chi sei a quel capriccioso , maligno don Rodrigo : verrà da te a implorarti di rifare tutta la tappezzeria di casa, tutti i suoi indumenti, e lo lascerai letteralmente in braghe di  tela, ad annoiarsi con quei prepotenti dei suoi bravi.  Mostra  a Don Abbondio cosa significhi  avere coraggio: quello è un pavido, un egoista, un meschino che sotto sotto vorrebbe fare la corte  a tua madre Agnese, di certo la sua vocazione non era sincera ! Nel tuo ramo di lago , non c’è spazio per questi petulanti, arroganti, insignificanti parassiti : bando alle ciance, tutti in fila di buon mattino a lavorare, altro che castelli, roccaforti, palazzoni e garbugli da azzeccare : son davvero quelle come te che fanno andare la filanda ! Metti da parte la  dote, il curato non vi vuole sposare ? Vivaddio, non sarà l’unico al mondo ! Lasciamo stare Fra Cristoforo : lui è davvero preso da cose serie, e mi pare persino troppo cerebrale e inquieto per un happy end già previsto . I bravi si mettono in mezzo ? Non ti curar di loro, scansa l’ingiustizia e vola alto, e ci ricorderemo del tuo volo e non del Nibbio: comodo fare il capetto dei prepotenti e vita e passare alla storia per essersi commosso per il pianto di una fanciulla . Renzo ti vuole molto bene, ne sono contenta e convinta : prendilo per mano, bastano poche cose, ci penserà davvero la Provvidenza anche quando lo voglio io per una volta  .. e fuggite di notte, basta un guscio  di noce  per  passare all’altra riva , l’acqua è placida non siamo in aperto oceano ! Lasciatevi alle  spalle gli abitanti della città  opportunisti  e interessati solo alla propria sicurezza, i cugini di campagna un  filino  saccenti e pietrificati , e una serie smisurata di insopportabili truffaldini : conti zii, signorotti    e parassiti  di ogni  genere , alla larga !  La vera peste sono loro , tolgono ossigeno , purezza ed  energia alla vostra linfa vitale , il vero lazzaretto è la loro vita e non quel posto per ammalati  fragili  e  disgraziati, esposti al contagio dell’ottusità e dell’ignoranza oltre che a quello del morbo . Basta piagnucolare, basta  sorridere bonariamente , basta paternalismo e ,  questa benedetta ironia manzoniana fa forse ridere chi se l’è data a gambe !

Elena Pizzutti

————————————————————————————-

———————————————————————

 

Dove si fa un riepilogo delle storie scritte da Otilia, e si capisce che
hanno un tema, dello scomparire e del destino, che si dirige dritto
come uno zeppelin verso il saggio finale

tutto comincia dalla trasformazione di un gatto  che decide di lasciare la realtà terrena utilizzando la luce solare per cambiare stato.

Invece a Parigi, una mattina nebbiosa d’inverno, Maigret commette una distrazione che si rivela fatale per il destino di una donna, Cecile, che dopo essersi presentata per giorni nell’ufficio, resta inascoltata e scompare, lasciando una morsa inquieta  nel  cuore del commissario.

Intanto a Roma, Ennio Flaiano  nell’immobilità della domenica mattina, legge il titolo sul frontespizio del copione appena finito, nota la  parola  “dolce”,  la taglia con un tratto di matita blu; la parola  scompare,  via “dolce”,  la vita affonda malamente.

Più a nord, una città-enigma ha intorno una campagna stretta fertile, non ubertosa;  case basse, linee rette,  incroci tutti uguali, scarsi indizi  sugli abitanti che si intravvedono appena la domenica mattina, dove si capisce che la  parsimonia è una forma di scomparsa.

Un oscuro disegno si intreccia in una stanza vuota,   dove oggetti, bustine di tè e crema pasticciera sono gli spietati agenti di un complotto antiletterario, per un mondo di sole cose,  libero e  guarito dal personaggio.

Qui si introduce un dialogo attorno Topo , figlio assente i  cui  genitori funesti  decretano il destino,  con lucida determinazione nel sopprimere la vitalità grazie all’ausilio di sostanze e  affezione letali.

Per contrasto, un’anima cerca  il monologo interiore, che non trova perchè s’impantana nel mentire,  così la verità cala pesante al piano di sotto, e la menzogna appare nella sua nuda semplice verità,   simile a un pane necessario.

Mistero e segreto sul desktop dove file affioranti come vongole nella sabbia, intrecciano fili di storie, a ritmo  serrato, in bilico tra un chiudersi e un aprirsi.

  la scomparsa dell’innocenza   è il capitolo in cui uno spostamento di senso precipita una cosa bianca e morbida  in una discesa cieca nella sensualità, che a sua volta accarezza con lo sguardo il desiderio di fronte.

storia del basso e dell’alto è un quadro dai tratti onirici che vede esseri umani e non umani alle prese con la scomparsa di una ragazza che cammina sui coppi con scarponi lisci e va giù dal tetto.

intervista impossibile
dove  Raymond  Carver  scompare continuamente in cucina e l’intervistatrice aspetta.

– – – – – – – – – – – — – – – –

 

Personaggi verso l’epilogo. Pièce in un atto (dove compare finalmente il saggio finale)


Interno giorno, un salotto color crema, al centro un divano dove sono seduti Maigret e Flaiano, a fianco tre poltrone, un tavolino basso su cui è posata una coppa di cristallo riempita all’inverosimile di una crema bianca pannosa.

Maigret :“Dov’è il  gatto  ?” (accarezzando con la punta di un dito la cosa  bianca adagiata  nella coppa di cristallo)

Flaiano: “Non so, un momento fa era qui, nella sua cuccia al sole.” (fumando lentamente una sigaretta)

Maigret: “Se è scomparso anche il gatto, me ne vado.” (serio)

Flaiano: “Perchè? La scomparsa è un cambiamento di stato, è naturale . Piuttosto se fossi in Lei, starei attento a quella cosa, non la tocchi.”

Maigret: “Le sembra pericolosa?”

Flaiano: “Sì, c’è qualcosa di equivoco. La guardi bene, non vede come slitta il significato nelle curve sinuose?”

Maigret: “No, non vedo niente.”

Flaiano: “Lei sa cosa è (sottovoce) un feticcio?”

Maigret: “ Vedo soltanto una cosa. Bianca e morbida. Innocente.”

Flaiano: “La cosa NON è quello che sembra, si spaccia, insinua e poi in fondo, zack! Guardi bene.. E’ (pianissimo) …e..ro…ti..ca.”

Maigret: “E’ ridicolo! Voi scrittori confondete ogni cosa. La tocchi.” (gesto invitante di Maigret)

Flaiano: “Ah no, non mi faccio incantare. Sembra  umile, innocentina. Invece il senso della cosa bianca e morbida,  è scivolato, capisce, ben oltre la grammatica, è un abisso! (pianissimo) dei sensi.”

(entrano MICIA E MICIO e si accomodano sulle poltrone di lato)

Micia: “Micio, vieni a sederti qui, si parla di grammatica, e Topo ne ha tanto bisogno, vero?”

Micio: “Sì Micia, ne ha bisogno.”

Micia: “Così  Lei conosce  la grammatica?”

Flaiano: “A volte.” (lentamente )

Micia: “Topo ha dei problemi. Lei dà lezioni?”

Flaiano:“Solo se viene qua, sul divano. Non mi sposto, io.” (categorico)

Micia: “Oh, capisco. Anche Topo non si sposta, vero Micio?”

Micio: “Sì Micia, non si sposta.”

Micia: “E quindi niente! Povero Topo, resterà all’oscuro di grammatica ! Cosa è questa cosa bianca?”

Flaiano: “Non la tocchi, stia indietro.”

Micia: “Ma sembra innocua e morbida.” ( chinandosi a osservare nella coppa)

Micio: “Sì, innocua.”

(entra da sinistra L’AMICO UDINESE)

L’amico udinese:  ( in tuta attillata violettazzurra da ciclista e una bicicletta  a mano ) “Chiedo perdono,  hanno visto forse la mia amica smontata dal treno che devo accompagnare a casa mia a piedi mentre lei guarda attorno le case basse a due piani ?”

Micia: “Lei chi è scusi? Da dove arriva così conciato? Dove crede di essere? A Udine?”

L’amico udinese: “Brava!  Da cosa si vede?” (allargando i pettorali)

Micia: “Si vede e basta, intanto lei di corporatura è concentrato, come un tubo di pomodori,   si capisce che è parsimonioso.” ( ben scandito)

L’amico udinese: “Ha intuito e anche straordinario! Deve venire a Udine.”

Micia: “Ma neanche per sogno! È un posto pieno di enigmi, e  Topo ne soffrirebbe. E poi in ogni caso non si sposta mai,  vero Micio?”

Micio: “Vero Micia.”

Flaiano: “Topo è un soggetto interessante, ho un’affinità, mi piace.”

Micio: “Che affinità, scusi? “( interpella con molto interesse )

Micia: “Micio, non disturbare il signore con domande sciocche. Di grazia, che intende insinuare?”.

Flaiano: “Voi siete frenetici. Io e Topo, invece, siamo uomini liberi, pratichiamo l’immobilità.”

Micia: “Ho sempre saputo che Topo ha delle qualità eccezionali. Senti Micio cosa dice il signore?”

Micio: “Sento Micia.”

Maigret: “Comunque sia, il gatto è scomparso, e non si può sparire dalla cuccia così, come cipria nel vento. Qualcuno lo ha visto?” (con aria contrita)

(entra YOTA  da sinistra e si accomoda su un’altra poltrona libera)

Yota: “Io l’ho visto” (entrando nel salotto con un enorme borsa di nylon  gonfia di roba)

Maigret: “Dove ? Come? Quando?” (a raffica)

Yota:“Calma!  Il gatto sta benissimo, non si affanni!”

Maigret: “E dov’è? Mi dica almeno dov’è?”

Yota: “Non so.”

Maigret: “Mi dica tutto quello che sa, la prego.” ( in angoscia)

Yota: “Non so. L’ho visto che evaporava, anzi non  è esatto. E’ sublimato.” (enciclopedico)

Maigret: “ Spieghi, La prego.” (aperto)

Yota: “L’ho proprio visto tutto a  puntini luminosi, tipo fotoni , in tanti colori arcobaleno. E saliva, saliva, su su. Poi non si è visto più.”  ( esplicativo)

Maigret: “Lei mente ! Non si è mai visto un gatto a fotoni! Menzogna! ” (sbotta)

Yota: “Non tocchi questo argomento! Sono sensibilissimo.”

Maigret: “E magari ha raccolto le briciole del gatto! Mi faccia vedere subito cosa ha in quella borsa!”

Yota: “No.” (e stringe a sé l’enorme borsa di nylon)

Flaiano: “Faccia quel che le chiede, e la smetta di mentire.” (calmo e piano)

Yota: “D’accordo. Ma sappia che io sono discepolo di Heisenberg. Finchè non apro la borsa il gatto c’è, insomma è molto probabile ci sia. Voglio uno scambio. Voi mi date la cosa bianca e morbida che sta nella coppa di cristallo, e io vi do la mia borsa.”

Maigret: “Lei che dice? Ci conviene?” (dubbioso a Flaiano)

Flaiano: “E’ la soluzione più comoda.”

Maigret: “D’accordo. Prima ci dia la borsa e dopo le passo la coppa.”

Yota: “Non ci sto. Prima la coppa e dopo la borsa.”

Maigret: “Che facciamo?”

Flaiano: “Aspettiamo. Forse farà una mossa falsa.”

Yota: “D’accordo, aspettiamo.”

Maigret:“ Accendiamo il computer?” (sfregandosi le mani)

Flaiano: “Io non mi muovo.”

Maigret: “Qua ! il portatile!  guardi che desktop fitto di files come stelle.”

Flaiano: “Guardi là in alto, apra RAGNO,  leggiamo.” (assetato)

Maigret: “E  BACIO  invece ?” (curioso)

Yota: “Proviamo  BUONA.”  (con occhi languidi)

Maigret: “Lei è perverso! E non tenga la bocca aperta a quel modo.”

Yota: “Conosce la parola “erotico”?”( strafottente)

Maigret: “Cosa c’entra questo?”

Yota: “Ha mai assaggiato una cosa bianca e morbida come quella?” ( insinuante)

Maigret: “Non ricordo.” (secco)

Yota: “Sicuro? Di nascosto forse, andiamo .. possibile che Lei non abbia mai …. ?” (ammicca)

Maigret tace.

Yota: “Risponda.”( sogghigna)

Maigret tace ancora.

Yota: “Intanto che lei pensa, apriamo questo file qui.?”

Flaiano: “Lei non  mi piace, non so ancora perchè.” (fumando lentamente

BUONA

otilia

———————————————————————-

L’autobus

di Carabanto

 

L’autobus frenò nella notte accostando al marciapiede. Le porte si aprirono con il classico rumore di stantuffo e la luce bianca dei gradini si rovesciò all’esterno, abbagliando per un istante le persone in attesa. Con un umido scalpiccio diverse paia di calzature affrontarono i due gradini del pullman ed entrarono a far parte del suo universo luminoso. Per ultime, un paio di scarpe da tennis arrivarono di corsa e si staccarono di scatto dal cordolo della strada, abbandonando il buio del selciato. Il proprietario delle scarpe da tennis si sedette veloce nella prima fila di sedili, subito alle spalle del conducente che si era girato a guardarlo ed aspettava. In alto, sulle loro teste, una piccola tv seminava attorno i bagliori verdognoli del reality del venerdì sera. “Qual è il capolinea? “ chiese affannato l’uomo dalle scarpe da tennis.
“Beinasco” rispose il conducente.
“Quant’è il biglietto?” chiese l’uomo  cercando di recuperare una respirazione normale.
“11,50” replicò l’autista.
L’uomo dalle scarpe da tennis si frugò nelle tasche  dei pantaloni, tirò fuori due banconote da 20 euro stropicciate ed umide e ne allungò una al guidatore.  Quello si girò verso il limite di demarcazione della luce dell’abitacolo, strappò un biglietto e da un contenitore rotondo a scomparti cominciò a far scivolare fuori una per una le monetine del resto.  Le porse all’uomo dalle scarpe da tennis da dietro le spalle, senza più distogliere lo sguardo dal buio della strada, chiuse le porte e fece ripartire il mezzo. Tra i passeggeri chi seguiva il reality con gli occhi incollati allo schermo della tv, chi leggeva, chi già si era abbandonato alla tremolante mollezza del sonno da autobus. L’uomo dalle scarpe da tennis si passò velocemente una mano tra i capelli bagnati, riportando indietro la ciocca che gli era scesa sulla fronte. Una piccola smorfia di dolore gli attraversò il volto. La spalla destra conciava a farsi sentire. Abbassò gli occhi sulle monete che il guidatore gli aveva passato e mentalmente le contò, ricacciandole nella tasca. Si sporse nuovamente verso il posto di guida e nell’allontanarsi dal sedile lasciò stampata l’impronta della sua schiena. Era fradicio di sudore.
“A Beinasco trovo delle coincidenze?”
“Per dove?”
“Indifferente”
“Le coincidenze ci sono sempre, dipende da dove si vuole andare” rispose filosofico l’autista.
“Diciamo verso Aosta”
“Si, c’è un autobus che copre la linea fino ad Aosta”
“E quanto viene il biglietto fino ad Aosta?”
“Se non sbaglio Beinasco – Aosta fanno 17 euro, ma non lo so di preciso . E non conosco gli orari. Io non faccio mai quella tratta. Io arrivo a Beinasco e torno indietro e poi riparto per Beinasco. Ogni giorno, 8 volte.  Solo una volta ho coperto la tratta  fino a Novalesa. La moglie di un collega aveva appena partorito e così ho fatto io la sua tratta. Ma non mi è piaciuta, quella strada. Io sono fedele, alla mia strada. Non son mica uno di quelli che guida ovunque, io…. No, no……… io porto la gente solo nei posti che conosco, sulla strada che conosco. Son mica un irresponsabile, io!”
L’uomo dalle scarpe da tennis nel frattempo si era lasciato ricadere pesantemente sullo schienale del sedile, isolandosi nei suoi pensieri ed il guidatore continuò per un po’ a filosofeggiare da solo sulle tratte dei bus. Cristo se era esausto! Si passò entrambe le mani sul viso e calcolò che con quello che aveva in tasca  poteva arrivare al massimo fino al confine con la Francia. Non di più. O forse nemmeno al confine, considerato che qualcosa avrebbe dovuto anche mangiare e bere, prima o poi. Ma questo non era il momento di pensare al problema dei soldi. Ci avrebbe pensato in seguito. Ora doveva solo allontanarsi.  Alzò la testa e volse gli occhi al bagliore verdognolo della TV  dove due donne ormai quasi cianotiche si stavano urlando insulti. Il sudore gli si stava gelando addosso e cominciava ad avere freddo. Cercò di chiudersi il colletto della polo che gli stava incollata umidamente  al torace e quel solo piccolo movimento fu sufficiente per far partire una saetta di dolore verso il bicipite. Gli sembrava di avere la bocca piena di sabbia e  la saliva ormai solida gli si fermava agli angoli della bocca in una sorta di colla biancastra.   L’autobus continuava ad attraversare il buio della sera  e l’uomo dalle scarpe da tennis si accartocciò su se stesso, abbracciandosi da solo nel tentativo di riscaldarsi. Poco dopo l’autista rallentà la marcia, sterzò lievemente verzo destra e si fermò. “Sanfrè” disse in modo atono una voce femminile registrata. Le porte si riaprirono con il rumore di stantuffo. La luce degli scalini si lanciò fuori dall’abitacolo, illuminando  uno stazzonato impermeabile beige indossato da una donna che stava immobile in attesa. La donna dall’impermeabile beige salì i due gradini e gli occhi dell’uomo dalle scarpe da tennis passarono distrattamente sui suoi capelli.  A stento l’uomo riuscì a trattenere un sobbalzo e sbiancò in volto. Quei capelli freschi di messaimpiega! No, non era possibile. Lui sapeva che non poteva essere. Ne aveva la certezza. L’uomo dalle scarpe da tennis socchiuse gli occhi in due strette fessure, come fanno gli astigmatici quando vogliono mettere a fuoco qualcosa. Ebbe improvvisamente di nuovo caldo e viso e collo passarono dal bianco cinereo al rosso porpora. No, non era possibile. Eppure, quella particolare luce che si rifletteva suì capelli della donna dall’impermeabile beige era quella luce là. Inconfondibile. Pure il sottile profumo che quei capelli spargevano attorno. Lacca per capelli o forse una di quelle schiume che le donne usano per mantenere più a lungo l’acconciatura. Ricominciò a sudare copiosamente, il sangue che gli pulsava nelle tempie, il cuore che sembrava uscirgli dal petto.  Non poteva essere lei.  Non poteva essere lei. Lui aveva la certezza che non era lei. L’aveva lasciata là, in quella stanza silenziosa, l’aveva guardata un’ultima volta mentre il manico gli aderiva pienamente al palmo di una  mano mentre nell’altro braccio sentiva il peso della borsa; se ne era andato camminando nelle sue scarpe da tennis e subito dopo si era liberato le mani buttando tutto nel primo bottino che aveva incrociato. Non era possibile. Non era possibile. NON ERA POSSIBILE! Urlò dentro la sua testa. La donna dall’impermeabile beige mostrò una tesserina  plastificata al conducente e così facendo uscì dal confine tra luce e buio ed entrò pienamente nell’universo luminoso della pancia dell’autobus:  aveva gli occhi scuri e il naso un po’ greco. Niente occhi azzurri, niente nasetto alla francese, niente neo sullo zigomo sinistro, niente frangia di capelli buttata con finta noncuranza sul lato della fronte. L’uomo dalle scarpe da tennis sentì un’ ondata di sollievo partirgli dalle ginocchia ed infrangersi nello stomaco liberandolo dalla morsa che lo aveva attanagliato. Ricominciò a respirare normalmente. Non era lei. Ovvio che non era lei. Evidente che non era lei. Lui lo sapeva molto bene che non poteva essere lei. Aveva visto con i suoi occhi dove l’aveva lasciata. Era stato solo uno stupido scherzo della sua fervida immaginazione. O della sua coscienza. Anche di questa cosa della coscienza avrebbe dovuto occuparsi, prima o poi. Ma questo non era il momento di occuparsi della coscienza. Ci avrebbe pensato in seguito.Ora era il momento di allontanarsi. L’uomo dalle scarpe da tennis abbassò gli occhi e notò gli aloni rossastri e umidi  attorno alle tasche dei pantaloni; imprecò silenziosamente e con un moto di stizza cercò di farli sparire strofinando il tessuto con la mano, ma il suo braccio destro era ormai completamente indolenzito e senza più forza. “I muscoli conservano la memoria dei nostri movimenti più che il nostro cervello”  diceva il suo fisioterapista. Cazzo, se era vero!  Sentiva ancora  le vibrazioni  che partivano dal polso per precipitarsi nel  bicipite  e scaricarsi violentemente nella spalla:  il manico stretto nella mano, il polso fermo, alzare il braccio e colpire.  Ancora, ancora e ancora. Il sudore che cola dalla fronte, il fiato che manca. Alzare il braccio e colpire. Ancora, ancora e ancora. Il muscolo che trema dallo sforzo, i vestiti che si infradiciano. Alzare il braccio e colpire. Ancora, ancora e ancora. Sentire il rumore del colpo che arriva a destinazione ed il soffocato lamento dall’altra parte.  Alzare il braccio e colpire. Ancora, ancora e ancora. L’uomo dalle scarpe da tennis scivolò nel torpore del sonno con nelle orecchie il suono di quei colpi che si confondeva con quello del battito del suo cuore, mentre sul piccolo schermo due anziani signori si lanciavano commossi in un abbraccio rimbalzando sulle loro stesse pance.

“Giovanni!”
L’uomo dalle scarpe da tennis sussultò.
“Giovanni, ci sei?”  “Il servizio”
L’uomo dalle scarpe da tennis, vedendo con la coda dell’occhio  l’alone che la terra rossa del campo aveva lasciato sulla tasca dei suoi pantaloni, tirò fuori la pallina gialla e la lanciò in aria. Il manico  della racchetta  stretto nella mano, il polso fermo, alzò il braccio e colpì. Era venerdì, la serata del solito doppio al solito club con i soliti colleghi dello studio. Sua moglie, fresca di messaimpiega, con i suoi occhi azzurri, con il suo nasetto alla francese, con il suo neo sullo zigomo sinistro, con la frangia di capelli buttata con finta noncuranza sul lato della fronte, che giocava al solito  burracco, aspettandolo per la solita cena, al solito ristorante, con il solito menù di pesce a soli 35 euro bibite incluse.  Una sicurezza. L’autobus che si era fermato al lato della rete del campo richiuse le porte con un  classico rumore di stantuffo e ripartì nella notte, assieme al desiderio di fuga di Giovanni, l’uomo dalle scarpe da tennis.

Carabanto

 

——————————————————

 

LE CUSTODIE DI ISIDE

di Denisio Tortuosetti

 

forse una volta esistevano esseri umani dotati di un’anima, ma difficilmente quello che oggi alberga negli uomini verrà accolto nel Regno dei Cieli

 

USS Enterprise

Data Astrale 17.968 – Diario del Capitano.

Durante la perlustrazione del settore Omega Alfa 24 contatto con astronave Klingon. Al momento siamo sulla scia della nave nemica che non semb…..

Con un sorriso divertito chiusi il programma che riproduceva questa antica serie televisiva. Non mi ricordavo nemmeno quando o perchè avevo caricato nel mio archivio vetroplastico questo filmato. Ogni volta mi meravigliavo per l’ingenua semplicità con cui veniva immaginato il futuro secoli fa, e questa ingenuità mi divertiva.  Eravamo costretti a rimanere nell’orbita lunare più del previsto a causa  dei problemi con le guide laser dello spazio porto di Besslerovia, così durante  quel tempo morto  decisi di riorganizzare e ripulire il mio archivio stick, scoprendo negli anfratti della mia memoria portatile quella serie di filmati d’epoca.

Ad occhio nudo, guardando fuori dei finestrini della navetta,  si poteva già notare  la cupola di cristallo-cemento con ossatura in titanio arricchito che delimitava la città lunare. La volta cristallina come una bolla di sapone combaciava perfettamente con il perimetro del cratere di Callistus, al suo interno gli edifici della colonia .  Le varie luci provenienti dal didentro assieme ai segnali di pericolo intermittenti rossi e blu posti all’esterno tutto intorno ad essa, la facevano assomigliare ad una torta di compleanno glassata con tanto di candeline accese. Besslerovia è considerata come la prima colonia umana nello spazio e dal giorno della sua ufficiale messa in funzione fu anche introdotto un nuovo calendario mondiale, non data astrale come nel filmato di prima bensì qualcosa di più evocativo : C.C. Colony Century. Ma era solo propaganda, in realtà si era davvero lontani da un esodo umano verso il mare blu profondo dell’universo.

La colonia fin dall’inizio non fu mai un luogo per emigranti in cerca di nuove opportunità ma un centro di ricerca, avamposto militare, centro minerario e, questa volta sì ci avevano azzeccato gli antichi, deposito di scorie radioattive. Il suo aspetto richiama quello di una bella periferia industriale, costruzioni quadrate che fungono da laboratori e dormitori, hangar e magazzini per macchinari, strade rettilinee con le immancabili rotonde agli incroci,alberi ed erba sintetica lungo i viali, nel centro della città gli edifici governativi, un ospedale, e l’area ricreativa con bar, cinema e negozi, cioè tutto quello che serve per vivere una vita quasi normale. Ultimamente era stata aggiunta una nuova sezione alla città : il cimitero. Le autorità avevano stabilito che è troppo costoso e complicato il trasporto delle salme, o delle ceneri dalla luna alla terra. La verità però era un’altra.

Si aprì una porta ed entrò un’addetta all’infermeria.

  • Colonello Pfeifer…
  • Uhm – risposi girandomi verso la voce
  • Colonello Pfeifer, è l’ora dell’assunzione del liquido Tzore.
  • Ah sì ! Prego faccia pure.

Nel dire questo sollevai la manica sinistra e porsi il braccio alla donna. Lei con fare professionale ed asciutto introdusse l’ago nella vena, senza che avvertissi il minimo dolore, e con calma certosina iniettò tutto il fluido giallo ocra.

Liquido Tzore o L.T., chiamato così in onore del suo creatore, uno scienziato polacco  : Stanislaw Tzore, è un miscuglio di nanorobot e microparticelle magnetiche. Una volta iniettato nel corpo, questo fluido biomeccanico si diffonde in ogni parte del corpo umano :  tessuti, organi, vene, modificando la struttura dell’organismo a seconda delle condizioni di gravità presenti nell’ambiente esterno permettendo di resistere senza danno a pressioni altissime, o bassissime. In breve non erano più necessarie tute appesantite per ambienti con scarsa forza di gravità, nè tantomeno servivano scafandri pressurizzati per resistere alle enormi pressioni di alcuni pianeti. Il sangue saturo di L.T. diventa di un bel colore blu intenso e in caso di ferita si ha la strana sensazione che dal proprio corpo fuoriesca detersivo liquido invece che sangue. Grazie a questo ritrovato fu possibile allungare la durata delle esplorazioni spaziali, gli equipaggi delle navi non soffrirono più dei tipici disturbi da mancanza di gravità, l’ingenieria aerospaziale non fu più costretta a studiare sistemi complicati per creare gravità artificiale all’interno delle astronavi, l’attrezzatura personale degli astronauti era molto più semplice, bastava un unico scafandro per affrontare le varie situazioni di forza di gravità e cosa altrettanto importante finalmente si riusciva a sfruttare appieno la velocità extra-luce per gli spostamenti interplanetari. A tutti sembrava che questa fosse la scoperta destinata in assoluto a rivoluzionare il vivere dell’umanità, alcuni addirittura giunsero a  proporre di modificare il calendario da Colony Century in LT Century, senza successo però.

Purtroppo con il progetto Neue Thule – cioè l’esplorazione umana dei  satelliti di Giove, vennero a galla i primi inconvenienti con l’ L.T. ; secondo i rapporti ufficiali  6 delle 8 navi di Classe Isim impiegate nella missione andarono perdute. Cosa strana ,che da nessuna parte nei rapporti ufficiali appariva, tutti i componenti degli equipaggi si erano suicidati. Dopo confuse e superficiali indagini fu stabilito che la causa probabile dell’evento era una non ben identificata sindrome claustrofobica spaziale. Ma dopo il progetto Neue Thule altri casi simili apparvero sempre più frequentemente.Il Comitato Generale degli Affari Spaziali decretò  che l’uso dell’L.T. non poteva superare i 7 mesi consecutivi per gli equipaggi destinati ad attività civili, e di un anno e 2 mesi per quelli militari . Il risultato fu positivo, da allora la situazione è stabile e sotto controllo.

Nel periodo di assoluta immobilità che si è costretti a mantenere dopo aver assunto l’L.T.  affinchè il liquido penetri appieno nel corpo, con la mente andai alla richiesta di Fergusson :  farmi venire immediatamente a Besslerovia.

Già il vecchio Fergusson ! Erano anni che non ci vedevamo, dai tempi del Costa Rica,  il nostro   arrivederci non fu uno dei migliori, anzi portavo ancora la cicatrice sul lato destro del cranio per il colpo che mi sferrò quando mi scoprì a letto con la moglie. Povero Fergusson, proprio io il suo compagno di accademia e migliore amico. Mah…. sono cose che succedono nella vita. Quando ricevetti la sua comunicazione con la preghiera di presentarmi da lui, sulle prime pensai che volesse ancora vendetta per il fattaccio di  anni fa, è un tipo capace di queste cose lui; poi riascoltando più volte la registrazione mi resi conto che c’era qualcosa di davvero serio in quella richiesta. Dannatamente serio. Non riuscivo però a capire perché proprio io.

Attualmente sono a capo del progetto  Seele, incaricato di svolgere indagini governative molto riservate sui fatti della missione Neue Thule. Ricevetti l’incarico causa i miei molti anni passati a studiare il teletrasporto e gli effetti sul fisico umano, secondo alcuni componenti del progetto Seele c’erano delle circostanze molto simili tra i casi studiati da me e quanto successo ai suicidi, probabilmente causati da L.T.;  perciò venni convocato ed accettai.

Non potei fare a meno di ridere ad alta voce nel ripensare al filmato di prima dove gli attori si spostavano da una parte all’altra dello spazio attraverso il teletrasporto. La realtà era molto diversa, tristemente molto diversa. Quando iniziai ad occuparmi di questa tecnica, essa era già molto progredita, dopo aver superato i primi ostacoli nel  ricreare la forza di coesione tra cellule smaterializzate, ora si procedeva a passi da gigante. Dopo vari eseprimenti con animali eseguiti con successo si passò al teletrasporto sugli umani ed appunto in quel frangente entrai in scena io. Ricevetti l’incarico di relatore tecnico per l’esercito sulle potenzialità a scopo  bellico di questa tecnologia. Passai tre anni presso i laboratori A.T.T. di Anversa, ricordo bene tutto quel periodo e in particolare ricordo molto bene quella  volta che ci accorgemmo che qualcosa stava andando storto negli esperimenti.

Durante la fase di ricostruzione della materia scomposta ,la più delicata, denominata in gergo WAB (WiederAufbau) , potevano esserci errori e questo lo si sapeva da tempo : alcuni mostri erano già apparsi nelle sale teletrasporto;  si  riuscì a risolvere il problema introducendo dei segnali spia all’interno del fascio Brueck  che trasporta le particelle del soggetto smaterializzato. Questi segnali spia come una specie di serratura di sicurezza ,impediscono a particelle estranee di insinuarsi nel fascio  trasportatore così non vi è più spazio per anomalie o errori nei codici di ricostruzione della materia. Tutto era stato risolto e sembrava anche funzionare alla perfezione.

Ma quello che si presentò quel 17 marzo era qualcosa di veramente inaspettato. Si era offerto come volontario per l’esperimento pilota il giovane Jenkins, Robert J. Jenkins un ragazzotto biondo ed alto, con occhi blu mare. Tutto sembrava essersi concluso per il meglio. La fase WAB,  procura uno stato di assenza e confusione mentale per un paio di minuti poi tutto ritorna alla normalità; sugli animali si era riscontrato che questo stato confusionale non perdurava più di 5 minuti. Non ci allarmammo pertanto se il giovane Jenkins dopo alcuni  minuti versava ancora in quella condizione di assenza. Purtroppo per lui quella condizione non cambiò nemmeno dopo un giorno, ne dopo un mese e probabilmente il povero Jenkins ancora oggi sarà in quello stato, rinchiuso chissà dove con quei suoi bambineschi occhioni blu a fissare il cupo cemento grigio. Ma la scienza ed il Governo non si possono fermare davanti a questi piccoli intoppi, perciò  seguirono  altri giovani Jenkins, disgraziatamente tutti con lo stesso epilogo. Il risultato del teletrasporto era che dopo la fase WAB ci si trovava difronte ad un essere umano vivente privo di personalità e in uno stato semivegetativo. A cominciare da Jenkins in poi questi poveretti furono catalogati come : “Custodie”. Arrivati alla dodicesima custodia il progetto fu sospeso. Bisognava capire cosa accadeva a quelle persone che entravano nella cabina A come esseri umani normali ed uscivano dalla cabina B come custodie.

Fu Wassermeyer che per primo li definì con quel temine; egli stava studiando lo stato di Jenkins, o almeno quello che di lui ne era rimasto, e giunse alla conclusione che mancasse qualcosa all’interno della persona. Tutte le funzioni istintive continuavano ad esistere: fame, paura, comunicazione attraverso gesti e linguaggio disarticolato, pulsioni riproduttive, però mancava un qualcosa che coordinasse il tutto a livello profondo ed interiore. Wassermeyer, figlio di un pastore luterano della Bassa Sassonia, per primo azzardò l’ipotesi che le custodie potessero  essere prive della propria anima.

Nessuno all’interno dei laboratori A.T.T. fu d’accordo con l’affermazione di Wassermeyer all’inizio, poi a seguito di test, prove e ricerche quasi tutti non poterono fare altro che  convenire con lui; l’unica cosa che potesse mancare alle custodie era l’anima, perché tutto il resto c’era e funzionava regolarmente. Il motivo perché il corpo animico delle custodie andasse perso durante il teletrasporto e soprattutto dove andasse a finire era un grosso mistero per tutti, anche per il figlio dell’uomo di Chiesa.

Dal canto mio presi contatto con Hopkins del reparto Clono-tecnologie e sviluppo, sapevo che lui con i suoi  esperimenti per ottenere cloni umani aveva avuto dei problemi similari. Anche se con molta riluttanza Hopkins mi dette le informazioni di cui avevo bisogno. Venni a conoscenza così, dei vari problemi con i primi cloni umani, classe Adam.  Questi non riuscivano a svilupparsi mentalmente, cioè non costituivano una propria personalità nonostante un regolare sviluppo fisico; anche Hopkins era difronte a delle custodie che crescevano, si nutrivano,interagivano parzialmente ma nulla più. Lo sviluppo del cervello era perfetto, non c’erano lesioni od alterazioni alcune pertanto nessuno sapeva più dove sbattere la testa per capire il motivo perché questi esseri non avevano la capacità di fissare una memoria nel loro io, sviluppare una personalità, costruire relazioni. Anche qui era come se mancasse qualcosa, forse la stessa anima che sembrava mancare a Jenkins e le altre undici custodie.

Hopkins e la sua equipe risolsero questo problema, sotto forti pressioni governative causa l’elevato costo del progetto, molto elegantemente. Chiamarono in soccorso un luminare della cibernetica : il Dr. Anton Schoen.

Il Dr. Schoen, fondatore e presidente dell’Istituto Quest-Bienfield e mondialmente riconosciuto come l’avanguardia nelle tecnologie cibernetiche, aveva fatto fortuna con le sue protesi artificiali di occhi, orecchie, nasi, arti ed organi interni . Queste erano talmente perfette, che difficilmente potevano essere riconosciute come sintetiche, perciò sfacciatamente sopra l’entrata dei suoi uffici e cliniche appare la scritta : Qu-Bi Institute –  A.N.B.A.N.

Dove ANBAN significa “dalla Natura, meglio della Natura” (Auf Natur, Besser Als Natur) e si capisce bene chi è riferito come sottointeso  il nome : Natura.

In pratica non c’era nulla del corpo umano che l’Istituto non potesse ricostruire, impiantare, sostituire e farsi pagare profumatamente per farlo. Male lingue però parlavano che nella sua clinica di Ginevra c’era una sezione speciale e riservatissima. Questo reparto era specializzato in protesi maschili, e lunghe file di alti funzionari governativi e riccastri di ogni risma attendevano di essere ricevuti per poter ottenere una nuova o migliore dimensione della propria vita.  Grazie a queste frequentazioni il Dr. Schoen acquisì moltissime amicizie influenti e ottimi agganci politici, così  il suo Istituto riceveva spesso e volentieri  costosissime commesse governative; accadde anche per il caso dei cloni Adam.

Da tempo il dottore si occupava anche di personalità artificiali, ed era riuscito a mettere a punto dei programmi che permettevano agli organismi cibernetici di acquisire una propria personalità, ma molto semplice. Per ragionamenti e  complessità di idee rispecchiavano la mente di un ragazzo di 8 o 9 anni e nonostante gli sforzi profusi non si riusciva a superare questo limite.

Per il caso Adam si scelse appunto di impiantare  un’unità vetroplastica che fungesse da memoria generale per il soggetto. L’unità raccoglie i ricordi, l’emozioni e tutti gli stimoli provenienti dagli organi sensitivi per coordinarli, decodificarli, reagire a questi, ed elaborare pensieri base per formare un carattere. Funzionò. La speranza segreta, e anche l’esperimento, del Dr. Schoen era  che la sua unità di programma inserito in un organismo vivente desse dei risultati maggiori, quasi stupefacenti, ma non successe. Dei pochi cloni Adam ad oggi sopravvissuti tutti sono ad uno stadio evolutivo mentale di un ragazzino. Cosa, che a volerla dire tutta, non dispiace molto al Governo.

Il suono del video  mi distrasse dai miei pensieri. Era il Capitano Zipfer.

  • Signore, da Besslerovia ci informano che i problemi sono risolti e  possiamo attraccare al molo 6.
  • Procediamo, allora. – risposi

Bene, tra meno di un’ora sbarcheremo sulla luna e potrò finalmente incontrare Fergusson; ero in ansia come uno scolaretto il giorno prima della gita con la scuola. Chissà cosa vuole da me il “Rosso”, così viene chiamato Fergusson da chi lo conosce dai tempi dell’accademia per via della sua folta chioma riccia e rossa; potrebbe essere scambiato per uno scozzese od irlandese, ma è nato a Santiago del Cile da padre canadese e madre cilena e l’unica cosa che l’accomuna con l’Inghilterra è lo smodato uso di whisky, questo sì rigorosamente scozzese. Dopo la  Laurea in Archeologia Spaziale  venne in Accademia e qui si specializzò in Scienze delle Comunicazioni Extra-Mondi la sezione militare per gli addetti alle relazioni  con civiltà extraterrestri conosciute e non. Frequentammo il corso assieme. Io ed il Rosso ci piacemmo a prima vista e diventammo subito amici, troppo amici e forse troppo subito.

Dopo il corso, lui, fu assegnato alla base di Montreal, grosso centro dove sono concentrate quasi tutte le attività svolte a tessere e migliorare i  rapporti con altre civiltà extra-terra. Però la sua permanenza lì durò poco a causa del suo debole per il whisky. Il Rosso durante le sue ore libere passate nei bar, in compagnia di qualche bella donna o bottiglia, aveva il difetto di parlare troppo; parlava troppo del suo lavoro così oltre ad essere  mortalmente noioso per chi l’ascoltasse divenne una  persona scomoda per le alte sfere, una spina nel fianco per le attività  governative riservate.  Venne assegnato, allora, alla XI sezione  di Puerto Verde, Costa Rica, dove stavo prestando servizio io. Ricerca e sviluppo per la creazione di colonie spaziali era il compito ufficiale della nostra sezione, ma in verità era uno strano coacervo di persone poco gradite dalle alte sfere, ricercatori seri, e militari di carriera che avevano bisogno di riempire il proprio curriculum con anni di servizio presso centri ricerca per poter elevarsi di grado.  Così con il Rosso parcheggiato ed io in panchina in attesa di promozione di grado, Puerto Verde divenne un accogliente angolo di paradiso dove trascorrere le nostre lunge oziose giornate, sembrava di essere tornati ai tempi dell’Accademia; con un’unica differenza : Clarissa, la signora Fergusson.

Un forte ronzio proveniente dal pavimento mi fece capire che eravamo prossimi all’attracco. Le guide laser dello spazio porto avevano agganciato i radio fari dell’astronave. E’ un suono tipico, unico. Chiunque abbia volato attraverso lo spazio non può dimenticarlo, un misto tra il ronzio di uno sciame infuriato di calabroni e il frinire delle cicale nelle notti d’estate in Provenza. Nessuno può dimenticare questo rumore perché significa che anche questa volta tutto è andato bene, si è ritornati sani e salvi alla base. Inconsapevolmente mi sentii sollevato, poi un pensiero corrugò la mia fronte : Clarissa !

Sarà ancora assieme al Rosso ?

Denisio Tortuosetti

—————————————————————————

 

IL PESCE PALLA

di G. D.

 

Quella mattina l’aria era così tersa e ricca di profumi che Virginia si soffermò davanti al portone per alcuni minuti prima di incamminarsi. Aveva un mucchio di cose da sbrigare eppure stava ritardando di mettersi in moto, godendosi i raggi del sole che si riflettevano sulle finestre del palazzo di fronte. Riconobbe subito quella della cucina del tizio che abitava proprio sulla traiettoria del suo sguardo quando, la sera, si affacciava per fumare una sigaretta con la testa fuori; era un ragazzo carino, un po’ bohemien, con dei lunghi capelli rasta. La individuò subito perché vide le scarpe da rocciatore sul davanzale, all’aria, come sempre quando il tempo lo permetteva. “Uscire di casa con l’intenzione di uccidere qualcuno è una sensazione che toglie il fiato e che ti fa vedere tutto come non l’hai mai visto prima; ogni cosa assume un aspetto nuovo e ti fa sentire in bilico tra il possibile e l’impossibile, tu non sei più davvero te stesso e la realtà si confonde con l’irrealtà. Da ciò la surreale lucidità organizzativa che caratterizza tutti i momenti che precedono i delitti premeditati…”. Aveva letto quella frase per l’ennesima volta, prima di scendere, ed ora se la stava ripetendo, come un automa, fissando le scarpe beige con le croste di fango rugose. Inspirò profondamente, riempiendosi i polmoni di fiori di maggio e di salsedine, e s’incamminò giù per la stretta strada che arrivava in riva al mare. Le sue scarpe rosse scricchiolavano sopra i sassi producendo un rumore curioso che assomigliava al frinire dei grilli mentre le ruote del trolley incespicavano, costringendola ad indietreggiare e tirarlo con forza con una mano come avrebbe fatto con un cocciuto mulo recalcitrante, mentre con l’altra si scostava dagli occhi una ciocca bionda, ribelle, lontana dal resto dei suoi capelli lunghi raccolti sulla nuca. Di tanto in tanto sfiorava l’impercettibile protuberanza sul davanti della valigia per assicurarsi che il piccolo sacchetto di morbido cuoio, infilato nella tasca esterna, fosse sempre là. L’aveva comperato in uno dei negozi etnici perché le aveva ricordato quello usato dagli indiani per trasportare erbe medicinali o, al contrario, veleni mortali. Nel suo, la minuscola capsula di tetradotossina. “Che grande scoperta internet!…l’impossibile che diventa possibile, appunto” pensò arrivando in fondo alla discesa.    Entrò nel bar, proprio di fronte al piccolo porticciolo. – Salve! Il solito caffé macchiato, grazie – –  Ciao Virginia, certo. Che mattiniera, qualcuno ti ha buttato giù dal letto? Sono appena le sette e… come siamo carine oggi! –  disse la barista porgendole la tazzina  – Sei in partenza? – chiese osservando il bagaglio  – Sì, prendo il treno fra un’ora –   – Per…? –  – Torino. Vado a Torino a trovare un’amica ma mi fermo solo una notte –  rispose lei senza alzare gli occhi dal quotidiano. La barista fece una smorfia, prese l’euro dal banco e percepì, con un certo disappunto, che la conversazione si era conclusa così, lasciandola con una fastidiosa curiosità che di certo l’avrebbe accompagnata fino all’orario di chiusura. Virginia afferrò lo scontrino e, salutando, trascinò il trolley fuori dal bar. Bruna la seguì con lo sguardo. Di gente ne aveva conosciuta parecchia servendo i caffé chiusa in quel bar da vent’anni. Alcuni clienti erano noiosi come mosche, sempre là a raccontarle tutti i loro fatti; li conosceva bene come le sue tasche, quasi ci abitasse assieme: e dei nipoti adolescenti che non studiavano, e delle mogli brontolone, e dei mariti farfalloni; di alcuni sapeva perfino di debiti di gioco, di malanni o di avventure consumate in qualche sordida pensione con tanto di dettagli e commenti personali. Altri, le piante grasse, come li definiva Bruna, erano muti; entravano, facevano un cenno con la mano e stavano seduti ai tavolini anche per ore, senza rivolgerle mai la parola. Non sapeva mai se fossero immersi in troppi pensieri o se non ne avessero proprio. Virginia invece non era mai riuscita a classificarla: la conosceva solo da un paio d’anni, da quando, cioè, si era trasferita in zona, ma dove di preciso non le era stato dato di sapere, come pure se dividesse l’appartamento con qualcuno o se fosse una single, né di cosa si occupasse nella vita. Sì, entrava sempre con il sorriso ma era cordialmente distaccata, scambiava due parole con tutti, persino con le piante grasse; al signor Antonio, poi, si era affezionata particolarmente, lo aiutava ad alzarsi e lo accompagnava alla porta prendendolo sotto braccio e, il sabato mattina, gli leggeva persino l’oroscopo commentandoglielo  – Dai Anto’, oggi è la sua giornata fortunata, dicono che farà un incontro importante. Vede che hanno ragione? Eccomi qua! –  E lui là, a sorridere come un bambino con quei due denti che gli sono rimasti in bocca. Però, se qualcuno le chiedeva qualcosa di lei, trovava subito una scusa per andarsene. Mah! “Oggi poi, neanche ha alzato gli occhi dal giornale. Cosa le costava dirmi che ci andava a fare a Torino? Io la conosco bene quella città, ci abita mia cugina, avrei potuto darle qualche indicazione su dove andare a pranzo, o a cena. E poi, in giornata? Che idea! Una volta che arrivi là, conviene fermarsi un pochino di più, godersi anche le vie del centro, i negozi. E con quel vestitino stretto…da un’amica? Secondo me, me la voleva dare a bere” fantasticò Bruna osservando le barche ormeggiate nel porticciolo di fronte. Passava delle ore, quando il bar era vuoto oppure pieno solo di quei clienti che facevano da tappezzeria, a costruire delle storie su qualcuno, specie di passaggio, che le aveva fatto visita. Non le era in fondo mai piaciuto servire cioccolate e bicchierini di grappa. Ecco perché, ai clienti troppo riservati, aveva in fondo, sotto sotto, sempre preferito quelli più ciarlieri, quei clienti che, con il loro ronzio, le davano la possibilità di costruire dei fantasiosi intrighi emozionali, studiare soluzioni per nipoti adolescenti indisciplinati in lotta contro il mondo, fornire terapie per ogni sorta di malanni e vivere le vite degli altri.

Seduta nello scompartimento, Virginia ne apprezzò la solitudine: a quell’ora, il sabato mattina, non partiva molta gente. Con lo sguardo fisso sui campi che la rincorrevano ripensò alla busta che aveva imbucato qualche giorno prima. Il biglietto parlava chiaro “Chissà se….mi piacerebbe molto rivederti….Sarò solo di passaggio, sabato. Ti invierò un messaggio per darti il numero della stanza ma sii discreto: io, ora…Compera un mazzo di fiori, anzi, di rose rosse e dì che devi fare una consegna”. Era trascorso così tanto tempo ma era certa che sarebbe venuto. L’idea di scrivere quelle poche righe su quella carta da gioco era perfetta per farsi riconoscere senza svelarsi veramente. Il sorriso ironico, beffardo e un po’ diabolico dell’immagine le rimandò il suono inquietante della risata della pellicola facendole arrivare un leggero senso di nausea. “Avrei dovuto mangiare qualcosa” pensò sfilando il libro dalla valigia. “…Giulia si accese nervosamente una sigaretta facendo scorrere la parte superiore del suo cellulare. Nessun messaggio. Pensò che quei telefoni modello slide rendevano le cose più semplici ma aumentavano l’insorgere di movimenti isterici. Si aggirò per la cucina, spostò distrattamente il bicchiere sul lato sinistro del lavabo e diede una rapida occhiata all’arrosto nel forno, poi riprese in mano il cellulare.”Allora lo chiamo io, anzi no, gli invio un sms, meno invasivo, più leggero. Ma cosa scrivo? E il tono? Incazzato! Sì, brava, così nemmeno ti risponde. Provocatorio? Ma no, faccio finta di niente. Sicuramente sarà stato impegnato e si è scordato di chiamarmi. Però come faccio a sapere se stasera ci vediamo. Ho anche rinunciato ad uscire con Paola e andare al cinema. Ma sì, ora lo chiamo così forse sono ancora in tempo per raggiungerla. Però, forse dovrei aspettare ancora un po’, tanto, che m’importa del film, non riuscirei neanche a concentrarmi”. Spense la sigaretta nel posacenere e, subito dopo, ne accese un’altra. Passando davanti al divano si fermò ad osservare la sottoveste che aveva acquistato quel pomeriggio, semplice ma raffinata, di seta blu” “Tanto non la indosserai, che illusa. Dai, telefona a Paola, cosa stai aspettando? – mormorò Virginia” Ma come si fa a ridursi in quello stato? Manca solo che adesso ti metti a piangere! “ “Giulia la sollevò dal divano e se l’appoggiò sopra alla tuta di ginnastica che stava indossando mentre immaginò la faccia di lui, a quella visione, quando gli avrebbe aperto la porta”  “Ah, ma allora sei proprio tonta? Sveglia! Non viene, ti dico che non viene. Avrà qualche nuova “visione” da godersi a quest’ora e lo sai anche tu!” “Sì, ora lo chiamo e gli descrivo la mia nuova sottoveste così viene di sicuro”. Scivolando sotto la spinta delle sue dita, il cellulare s’illuminò; Giulia fece scorrere la rubrica e premette il simbolo della chiamata “Il cliente da lei selezionato risulta al momento irraggiungibile…”e con le lacrime che le rigavano il volto striandolo di nero mascara, si buttò sul divano” “Ma sì, brava. Chissà a cosa ti serve quel cervello se poi non lo usi. Che nervi! Si può sapere come hai fatto a innamorarti di un uomo così? Con uno così ti ci puoi divertire tenendolo però… a debita distanza. Sottovesti, cenette deliziose, pensieri gentili? Bisognerebbe che impari qualcosina, cara la mia Giulia. Dai su, comunque, non sei ancora pronta, vedrai che domani si farà vivo, come da copione!” – Ciao! Ho visto ora che ieri mi hai chiamato. Avevo il cellulare scarico ed ero a cena con degli amici…Successo qualcosa?- – Ma no, niente. Però dovevamo vederci, ricordi? –  – Noi? Non mi sembra, non ti avevo dato un appuntamento –  – Avevi detto che sabato saresti stato libero – – Già, ma poi mi è arrivato quest’ invito…Tu, invece, cos’hai fatto?-  “Dai, abbi il coraggio, sputagli addosso la tua rabbia, la tua sofferenza” – Sono uscita con delle amiche – – Ah, bene! Allora, ci vediamo stasera?Passo da te alle 20 –  “Si vede che ieri sera gli è andata male, poverino, e tu consolalo, forza. Anzi, già che ci sei, stendigli pure un tappeto rosso! Solo le donne innamorate, a volte, riescono ad essere così…ridicole e patetiche e le loro parole, i loro discorsi assolutamente privi di utilità” Ok, ti aspetto, ho anche comperato una sottoveste nuova – – Mmmh! Non vedo l’ora di vederla. Se cucini qualcosa di buono io porto una bottiglia di vino. A più tardi – Il treno rallentò a poco a poco con uno stridore prolungato fino a fermarsi; Virginia infilò il libro nella tasca esterna del trolley, quella più grande, poi sfiorò il piccolo rigonfiamento poco più in alto. Quando scese sulla pensilina si guardò attorno: il gioco di travi d’acciaio e di cristalli del tetto della stazione di Milano l’aveva sempre affascinata. Con entrambe le mani si lisciò il tubino rosso per aggiustare alla meno peggio le pieghe e i segni del viaggio e si avviò all’uscita. Il sole sembrava averla accompagnata ma gli odori e i rumori erano molto diversi; dalla borsetta estrasse gli occhiali neri e guardando lo sfrecciare di tutte quelle automobili attese il verde per attraversare. L’aria le sembrava irrespirabile. “Ci devo essere quasi, la via è questa.. Accidenti!”: il tacco rosso si era infilato perfettamente nella grata di un tombino. “Nooo! Questa poi no, non ci voleva”. Con molta concentrazione iniziò a spingere, roteare e far scivolare avanti e indietro il piede ma la morsa che teneva la sua scarpa inchiodata e immobile non lasciò la sua preda.  Abbandonato il manico del trolley si sfilò la scarpa restando con un piede scalzo a mezz’aria e si chinò verso il tombino “Ti prego, non puoi farmi questo, ridammi la mia scarpa. Con quello che l’ho pagata non te la lascio! ” esclamò mettendosi a strattonare soffiando contemporaneamente sulla ciocca di capelli per farla tornare dietro l’orecchio fino a riappropriarsi della preziosa calzatura “Siii! Chi la dura la vince”  pensò con orgoglio. Arrivata davanti alle porte girevoli dell’albergo, si specchiò per un istante prima di spingerle ed inspirò l’aria pesante a pieni polmoni. Iniziava a sentire una piccola morsa allo stomaco e le sue mani si erano fatte umidicce “Ce la posso fare. Ce la devo fare!”. La hall era maestosa: pavimenti bianchissimi in marmo di Carrara, divani di pelle grigi e gocce di lampadari che scendevano ad accogliere gli ospiti. Il suono dei suoi tacchi sembrava il battito di un cuore impazzito ma si smorzò, attutito dal tappeto, proprio davanti al banco in legno massiccio della reception.  – Buongiorno! Ho prenotato una stanza via email. Giulia Rossi, una singola, per stanotte – – Buongiorno signora e benvenuta. Ora controllo. Sì, stanza numero 146, primo piano, ecco la chiave –   – Grazie –  disse sorridendo al giovane maitre che osservava il suo aderente tubino   – Mi servirebbe un documento –   – Certo – rispose lei rovistando con una mano nella borsetta  – Oh no! – proseguì – devo averlo lasciato nel cruscotto. Desideravo tanto farmi una doccia dopo così tante ore al volante. Ma lo sa che ai caselli si trova sempre la coda? Pensavo si fossero sveltiti con i pass –  – Già, è davvero spiacevole. Guardi, me lo porti più tardi, prima del cambio turno, io sono in servizio fino alle 21.30 – aggiunse facendo, quasi senza accorgersene, l’occhiolino a quella donna  che aveva la sfida negli occhi – La ringrazio davvero molto, le sono riconoscente. Passerò proprio a quell’ora, dopo la cena, così magari potrebbe indicarmi un qualche locale dove trascorrere il resto della serata e…farmi anche compagnia, se non ha già degli impegni – affermò girando su se stessa e sentendo lo sguardo dell’uomo posarsi sulla riga nera delle calze che finiva, scomparendo, dentro la scarpa fiammeggiante  – Al suo servizio, signora, sarò felice di accontentarla – aggiunse con un bisbiglio l’uomo godendosi un piacevole brivido scorrergli lungo la schiena. Virginia entrò nell’ascensore sorridendo e godendosi un piacevole brivido scorrerle lungo la schiena. Dopo aver letto i nomi dello staff dal sito dell’albergo, le era stato facile scoprire, attraverso un provvidenziale social network, che Gianni, 26 anni, proveniva da una piccola cittadina di periferia e che a Milano si era da poco trasferito. Dalla foto del profilo appariva evidente che era un giovane bruttino, con un paio di occhiali dalla montatura dozzinale e con quello sguardo perso di uno che, in quel posto, non sa ancora bene cosa stia cercando. E dai messaggi che si erano scambiati, altrettanto facile capire che era anche acerbo, sprovveduto e altrettanto sfortunato con le donne. Aveva accettato subito la richiesta di amicizia inviatagli da certa Rosanna, 24 anni, e risposto con solerzia a tutte le sue domande che gli erano sembrate un evidente, quanto inaspettato, segnale di interesse. Dopo aver catturato la sua attenzione ed instaurato una sorta di complicità e confidenza, Rosanna gli aveva lasciato intendere di essere una ragazza molto disinibita, dai sani appetiti e con qualche, lieve, tendenza sadomaso; non aveva avuto alcuna inibizione nemmeno nel descrivergli il corpetto in pelle nera ed alcuni dei “giochi divertenti” che aveva acquistato di recente e ancora mai usato. Alla sua proposta di vedersi, si era ovviamente sentito lusingato ed eccitato e aveva ringraziato il cielo per quel suo nuovo impiego che lo aveva portato in una grande città; al suo paesino, ancora oggi, erano poche le ragazze che si concedevano con facilità e, ovviamente, lo facevano con i tipi più carini. Terminate le scuole superiori, aveva tentato di corteggiare una cassiera dell’ipermercato della sua zona ma i suoi modi goffi, il suo imbarazzo e la sua timidezza, lo avevano fatto desistere presto davanti all’ iniziale reticenza di lei. Qualche anno più tardi, assieme ad un amico, aveva deciso di provare qualche approccio al “Fanny Night”, discoteca aperta ad una trentina di  chilometri da casa sua. Il frastuono non agevolava la comunicazione e le ragazze che Gianni aveva deciso di approcciare, lo guardavano, gli sorridevano con i loro bicchieri colorati in mano ma poi continuavano a chiacchierare fra loro e, risucchiate, si perdevano confondendosi nella ressa di entità asessuate e psichedeliche. L’unica che sembrò interessata a stabilire un qualche tipo di rapporto fu Dalia che accettò subito il gin tonic che lui le offrì. Si sedette sullo sgabello del bar, proprio di fronte a lui ed ascoltò i soliti convenevoli di presentazione, guardandolo dritto negli occhi, incurante dell’omogenea e chiassosa folla alle sue spalle. Gianni se ne innamorò subito e, dopo il terzo gin tonic al quale non era abituato, le propose di uscire un po’ e di sedersi in macchina per chiacchierare con maggior tranquillità. I gin tonic però lo resero fin troppo audace e quello che inizialmente sembrò a Dalia un ardente interesse di un giovane vissuto, fatto di baci anche passionali ai quali era già mentalmente predisposta a ricambiare, si trasformò ben presto in un’arrestabile e frenetica pulsione troppo a lungo repressa: le mani di Gianni iniziarono a spostare, toccare, tastare il corpo della ragazza senza controllo, in maniera convulsa, spasmodica ma soprattutto senza arte, senza ritmo, alla ricerca di un puro auto piacere. Quando arrivarono in pochi secondi, scivolando lungo la gamba, all’altezza dell’inguine, Dalia si girò di scatto verso di lui, gli assestò un pugno ed uscì dalla macchina lasciandolo con mille domande. Da quel giorno Gianni si guardò bene dal tornare al “Fanny Night”, convinto che tutte le ragazze fossero a conoscenza dell’episodio e lo considerassero un maniaco pericoloso. A volte, la sera tardi, quando i suoi si coricavano, si collegava a qualche sito porno, rivivendo la sensazione intensa che aveva provato sfiorando le mutandine di Dalia e mescolando confusamente sogni romantici a desideri di passione. Immaginando l’incontro con Rosanna, sul quale da solo con il portatile acceso, nella stanza offertagli provvisoriamente dall’albergo, aveva costruito un seguito erotico, aveva risposto fornendo alla giovane, in modo dettagliato, tutti i suoi orari di servizio ed alcune informazioni sulle abitudini dell’hotel. Virginia pensò quindi che sarebbe stato un gioco abbindolarlo con la prospettiva di una serata e raggirare l’ostacolo del documento, tanto più che quella tale Rosanna era scomparsa dall’etere e dalla sua vita lasciandogli, ancora una volta, un appetito non soddisfatto. Arrivata davanti alla 146, infilò la chiave nella toppa e sospinse con un piede il trolley dentro la camera buia.  A tastoni cercò l’interruttore e subito dopo, quel che le apparve, la soddisfò. La stanza era lussuosamente appariscente, sobriamente sfarzosa proprio come l’aveva immaginata guardando gli scorci dal sito. A destra, il bagno: piastrelle piccole e lucenti facevano da contorno ad una vasca idromassaggio color turchese, il grandissimo specchio rendeva tutto dilatato, le spugne blu e azzurre riposte con cura sullo scalda salviette e, dalla boccia in vetro, i petali emanavano un profumo inebriante. Sulla mensola, sopra il lavabo turchese, alcune confezioni incartate di saponette e mini boccette di shampoo e bagno schiuma con il marchio dell’albergo. “Chissà chi ha il coraggio di usare questi prodotti dall’odore anonimo. Però, le ciabatte usa e getta in spugna non sono una cattiva idea!” disse ad alta voce aprendo la busta di nylon “dopo le scarpe con il tacco 10 centimetri farebbero gola a chiunque” Sfilandosi il vestito iniziò a far scorrere l’acqua nella vasca e chiuse la porta del bagno alle sue spalle. Il letto, ricoperto da un copriletto di seta beige, era sistemato accanto alla portafinestra, di fronte, un armadio ed una scrivania in ciliegio. La moquette grigio perla era morbida, soffice e stranamente lucida per esser stata calpestata tante volte “Mi chiedo quali prodotti usino per tenerla così pulita” si disse Virginia aprendo il trolley ed estraendo il suo beauty, il libro e una bottiglia. Con lo sguardo ripercorse ogni angolo della stanza: sotto la scrivania, il mini bar con le mini bottiglie di acqua, vino, gin e wisky. “Meglio questa” pensò riponendo al fresco quella costosa, comperata per l’occasione. Tornata in bagno, si tolse anche la biancheria, versò un rigagnolo oleoso nella vasca e ci entrò impugnando il cellulare in una mano. Si immerse fino al collo nella schiuma profumata, con un braccio penzolante dal bordo e gli occhi chiusi, assaporando la sensazione di torpore che la invase e i pensieri ora annebbiati dal vapore e dal profumo dei petali. Con grande sforzo sollevò il braccio e digitò sulla tastiera “Stanza 146, ore 18. Ti aspetto”. Il suo corpo ebbe un fremito e le sue orecchie cominciarono a ronzare. “No, resta qua Virginia. Non è il momento per quel genere di ricordi” si disse ma, subito dopo, decise di poter concedersi un tempo per il passaggio; in fondo, erano appena le 15.30. Si sporse appena per lasciar scivolare il cellulare sul tappetino azzurro ed afferrare il libro, poi ritornò ad immergersi quasi completamente. “…Giulia lo salutò con un bacio e richiuse la porta. Sentiva di nuovo dentro quel qualcosa di indescrivibile e riusciva a rivedere quell’altra se stessa parallela; lui la faceva sentire diversa dalla lei che conosceva a e a farle vivere quella sensazione di felicità e di purezza. Forse simile solo a quella di una persona morta e poi risorta o di un condannato all’improvviso graziato” “Sì, con la differenza che un malato terminale o un condannato decidono di affidare le loro vite nelle mani di qualcuno perché non hanno nessun altra speranza, lo fanno perché non hanno altra scelta. Tu, invece, hai deciso di affidare la tua vita nelle mani di uno che la sta maciullando a poco a poco, piano piano e quasi con gusto. Nessuno ti condannerebbe per il tuo desiderio di amare ma smettila di vestire d’oro e pietre preziose un articolo da bancarella. Che strazio!” “Avevano trascorso una serata bellissima ed emozionante, fitta di confidenze e risate; mentre lei armeggiava ai fornelli, lui aveva apparecchiato la tavola e scelto un cd per accompagnare la loro cena. Era stato tenero, premuroso, aiutandola persino a risolvere quel problema con uno scarico intasato. Poi, come sempre, la passione era esplosa fra loro. Ripensando a tutti quei momenti e vedendolo uscire, non poté fare a meno di inviargli un sms affettuoso poco dopo. “Sì, ma non ti montare la testa!”  “Che tipo! Dovrebbero dargli l’oscar per la miglior interpretazione: un biscottino e una bastonata, una parolina dolce o un complimento solo quando serve e un bel concentrato di veleno e spremuta di limoni. Quanto mi sta antipatico! Sessoooo, Giulia! Si chiama sesso, e forse nessuno ti ha spiegato che puoi farlo benissimo anche con qualcuno che si dimostra emotivamente umano. Umano, non extraterrestre. Non stai in un libro di fantascienza! Magari avrà anche lui i suoi problemi e se andasse un po’ in analisi forse scopriremmo che il suo pessimo rapporto con le donne è dovuto ad un trauma ma, a noi, che ce ne importa? Non siamo mica qua per salvare tutta l’umanità e non abbiamo a disposizione l’eternità. Quindi, Giulia, va bene che ognuno ha i suoi tempi ma quanto te ce ne vuole prima di scrollarti di dosso questo pesante e inutile fardello? Cavoli, se proprio vuoi scoparci perché è il sesso migliore che tu abbia mai fatto, se vuoi goderti liberamente le tue reazioni passionali, ricordati che è di quello che stiamo parlando, solo di quello!” “Dopo esser uscita dalla doccia, si avvolse nell’accappatoio e salì sulla bilancia. “45 kg? Non avevo più avuto questo peso dalla terza media” I suoi pensieri sembravano essere entrati in un labirinto e non riuscivano a trovare la via d’uscita. Osservava la pila di bollette da pagare senza trovare la forza per decidersi a farlo e la lista della spesa si allungava restando appesa con una calamita al frigorifero vuoto.  La richiesta di periodi di pausa che ciclicamente le arrivavano, la stordivano ed annientavano ancor più di quelli fuggevoli, intensi ma impalpabili di quando si frequentavano. Pause dovute anche a semplici sue proposte che varcavano la soglia dell’oggi, a piccoli segni d’amore che venivano subito interpretati in negativo perchè si addentravano, si spingevano oltre la barriera che lui aveva innalzato per difendere il suo territorio. E quelli più teneri erano proprio quelli ritenuti i più sospetti,i  più pericolosi, quelli da reprimere con maggior decisione. Ci aveva provato davvero, questa volta, a non sconfinare, a non chiedere niente, diventando quasi un’invisibile presenza. Quando si vedevano riusciva persino a controllare le sue emozioni, quelle che l’ avrebbero spinta a corrergli incontro ed abbracciarlo, rimanendo invece inchiodata dalla paura di essere respinta e fingendo un distacco al quale si aggrappava come ad un’ancora di salvezza. Eppure, ad un tratto, la frustrazione di emozioni soffocate troppo a lungo le risalì dallo stomaco ed uscì allo scoperto; Giulia mise un piede al di là del filo spinato, proprio sopra la mina antiuomo sistemata con strategia, lasciando esplodere tutto il cinismo, il disprezzo e l’insensibilità che racchiudeva e che la investirono con tutta la loro forza riportandola indietro, oltre il muro, stremata e vinta. E a rafforzare l’argine sforzato,ristabilendo le posizioni iniziali, ancora una volta la comparsa di un’altra donna, di altre donne per sottolineare la provvisorietà e l’inutilità della sua presenza. “Ma cosa c’è di sbagliato in me? Cosa non ho che dovrei avere per farlo restare, per farmi amare?” si disse guardandosi allo specchio e continuando a chiedersi se lui avesse la percezione della sorda distruzione che aveva provocato ancora una volta dentro di lei..” “Ci sono domande che, ad un certo punto, bisogna smettere di porsi, prendendone le distanze senza trovare una risposta che spesso non esiste” “ E, ancora una volta, si ritrovò a ricostruire quel castello di menzogne nel quale sopravvivere durante la sospensione quasi come se la sua assenza comparisse per rendere ancor più seducente la sua presenza” “Eh beh, ma allora sei davvero un caso disperato!”  Virginia uscì dalla vasca e si avvolse nell’accappatoio; entrò nella stanza ed estrasse dalla valigia la biancheria pulita. Fece scorrere la zip della piccola tasca, sfilò il sacchettino di cuoio, slegò il nodo ed osservò la piccola capsula di liquido trasparente. “La tetradotossina è una neurotossina potentissima: ne basta un milligrammo, una capocchia di spillo, per uccidere una persona in un minimo di 20 minuti fino ad un massimo di un paio d’ore. Si trova all’interno di alcuni pesci della famiglia dei tetradontidae, come il pesce palla, in particolar modo nella loro pelle e nel fegato”. Quando aveva letto quell’articolo scientifico, Virginia sbarrò gli occhi e la sua mente iniziò a galoppare come un cavallo imbizzarrito. Per alcuni giorni non fece che rimuginarci su “Sei davvero uscita di testa! Chiedi aiuto a qualcuno, vai a farti una sauna , una lunga corsa, no, meglio, corri da uno psichiatra e fatti imbottire di tranquillanti, sedativi, stabilizzatori dell’umore! A cosa stai pensando, ti rendi conto che stai farneticando? “ si diceva a momenti “Però, non è un caso se ho letto quell’articolo, nulla avviene per caso. E’ la soluzione perfetta e neanche impossibile da realizzare” ribatteva a se stessa, subito dopo. Si ricordò allora di Mauro, quel suo vecchio amico che si era trasferito in Giappone da due anni ed aveva lanciato una succursale di un negozio in franchising; non lo sentiva da parecchio ma tra loro non c’erano mai stati problemi di quel genere, rimanevano comunque affiatati quindi, alla fine, si decise a chiamarlo. – Ciao Mauro! Sono io, Virginia. Come te la stai passando là? Il negozio funziona? – – Ehi, pulce! Finalmente ti fai sentire! Qua va da dio, gli affari son decollati alla grande, è stato un successo il negozio. Io mi ci sono un po’ abituato a questi ritmi anche se all’inizio è stata dura. E poi, ormai mi son fatto un giro di amicizie. Sto bene. Tu, piuttosto, com’è che chiami? –  – Mi serve solo un piccolo favore: dovresti cercarmi un ristorante dove servono la carne del pesce palla e poi sapermi dire il nome del cuoco – – Eh? Ho capito bene? Vuoi il nome di un cuoco giapponese? Hai deciso di prenderti un marito a distanza? Non è che puoi usare le chat come tutti o…trovartene uno un po’ più vicino? –  – Ma che stupida idea! E’ troppo lungo da spiegare, comunque mi serve solo per fare una ricerca personale, niente che possa interessarti né tanto meno ho intenzione di sposarmi per procura. Allora, pensi di poter aiutarmi oppure no?–  – Se non hai intenzione di metterti nei guai, sì, credo non sarà difficile, ho diversi amici di qua, chiederò in giro. Ci sentiamo presto allora, un bacio – – Ciao, un bacio anche a te e, a presto! – Dopo aver chiuso la comunicazione Virginia era elettrizzata, si sentiva pulsare le tempie e non riusciva a stare ferma. Non poteva crederci lei stessa: aveva messo in moto un piano diabolico! I giorni successivi controllò i messaggi di posta elettronica decine di volte al giorno finché ricevette una mail da Mauro:”Ciao pulce! Dunque, dalle mie ricerche ho scoperto che nel ristorante “Sushi Zen” lavora il signor Yio Yoshi un cuoco eccezionale specializzato proprio nella carne di pesce palla. Si è diplomato in quest’arte, dopo aver seguito un corso apposito perché, se non lo sapevi, la pelle ed il fegato di quel animaletto, contengono un potente veleno in grado di uccidere una persona in pochi minuti. Le sue carni, invece, sono ricercate e squisite, perciò, solo un’abile selezione, pulitura e divisione delle parti, permette di poterle gustare senza…inconvenienti spiacevoli!!! Spero di esserti stato d’aiuto e conto che tu mi illumini presto su queste tue curiosità orientali. Ricordati che se hai intenzione di aprire un ristorante giapponese in franchising, potrei esserti utile! Ah! Non di poco conto, nel caso le tue mire fossero invece proprio quelle di accasarti: il signor Yio Yoshi…non è niente male neanche come uomo! A presto”. Ottenuta quella preziosa informazione, Virginia si affidò ai social network riuscendo a scovare Yio. Trasformandosi in Mara, giovane ricercatrice, non trovò grossi impedimenti nello sfondare una porta semiaperta spacciandogli un fantomatico progetto promosso dall’Università che intendeva promuovere un suo studio riguardante la possibilità di estrarre una sostanza che, se mescolata ad una piccola quantità di tetradotossina, sarebbe stata in grado di curare una di quelle malattie, cosiddette rare, che ovviamente evitò di menzionare e della quale non si soffermò a lungo sui sintomi e la patologia. Era certa che il signor Yoshi, che da sempre aveva fatto solo il cuoco, sarebbe stato ben più interessato ad altri aspetti della faccenda: Mara difatti, con il suo entusiasmo, si spinse presto a coinvolgerlo emotivamente nel suo progetto di ideali umanitari, facendolo sentire indispensabile per la riuscita dello stesso e offrendogli il sogno di un momento di gloria e di immortalità attraverso la probabile campagna pubblicitaria del farmaco. Campagna che avrebbe di certo previsto una ricompensa economica da parte di qualche casa farmaceutica, viaggi in tutto il mondo e conferenze alle quali Yio non avrebbe potuto mancare. Certo, lo studio avrebbe richiesto un po’ di tempo ma lei era la prima ad essere interessata ad una rapida conclusione. La richiesta di Mara non sembrò turbare in alcun modo il senso etico del signor Yoshi, né innescare dubbi nella sua mente; in fondo, era risaputo che nei paesi occidentali il commercio di carne di pesce palla era stato abolito da anni e che, tanto più, nessuno là sarebbe stato in grado di separarla da pelle e fegato per estrarne la neurotossina utile allo scopo medico-scientifico, come lei stessa aveva più volte sottolineato quindi, le inviò la capsula con l’esatta quantità che lei gli aveva richiesto. Due mesi più tardi però Mara dovette informare Yio che, sfortunatamente, l’Università aveva bocciato, momentaneamente, il finanziamento al suo progetto per mancanza di fondi ma che non aveva del tutto bocciato quell’idea. Sarebbe stata quindi sua cura ed interesse, rifarsi viva non appena le cose avrebbero preso una piega più positiva. Dopodichè anche Mara, come in seguito Rosanna, scomparve dall’etere e dallo scibile con la stessa velocità con cui si dissolse il suo progetto, come un micronauta in una qualche pausa temporale della macchina del tempo. “…Erano legati da una sorta di passione, da un gioco che oscillava tra la strategia e la suggestione fisica. La potenza di quel meccanismo portava Giulia ad una sfida continua, con se stessa, con lui. “Lo amo alla follia. O sono diventata folle amandolo?” si chiedeva spesso “Lo amo nonostante la delusione, la disperazione. Mi chiedo come io riesca a farlo. Ma questo non fa che farmi alzare la posta cercando di vincere quella sfida ed arrivare a lui. Oramai mi sono quasi rassegnata, ho accettato l’idea che per poter stare dentro la partita devo azzerare tutti i miei bisogni, rinunciare – congelandoli –– ai miei stessi sentimenti,alle mie emozioni. Sono persino arrivata a giustificare le sue ciniche e sprezzanti reazioni. Ma io, chi sono adesso? Chi sono diventata?” Guardò l’orologio, le 16.45; si avviò davanti allo specchio ed iniziò a truccarsi con cura: stese un velo di fondotinta e l’ombretto verde, passò il mascara sulle lunghe ciglia e diede una corposa pennellata di fard alle guance che assunsero il colore dell’imbarazzo, dell’emozione e di una fremente ed eccitata sorpresa. Si spalmò l’olio su tutto il corpo ancora abbronzato poi s’infilò l’intimo che lasciava intravedere le forme sensuali ed il lungo gilé solo parzialmente abbottonato. I piedi scalzi assaporarono la morbidezza della moquette grigio perla lasciando delle deboli impronte, subito cancellate dall’adattarsi spontaneo del pelo sintetico. Ripiegò il tubino rosso, raccolse calze e scarpe e chiuse il tutto nel trolley; prese i due bicchieri,  li appoggiò sopra la scrivania ed abbassò leggermente la persiana. Aveva immaginato quella scena, nei minimi particolari, centinaia di volte dopo averlo contattato ed ora, eseguiva tutto meccanicamente con surreale lucidità organizzativa, sospesa in bilico tra la realtà e l’irrealtà, tra il possibile e l’impossibile. Alle 18.04 sentì bussare alla porta “Puntuale, come sempre” pensò Virginia andando ad aprire.  – Ciao! Accomodati – – Ciao! Che sorpresa, dopo tanto tempo. E che piacere! Fatti vedere: ti trovo in gran forma. Sei… proprio come ti ricordavo – disse lui con un sorriso sfacciato, facendo scivolare lo sguardo dentro la scollatura del gilé. Lei lo osservò un momento, facendo un passo indietro: i capelli neri leggermente spruzzati di bianco alle tempie e quei suoi occhi verdi, profondi, che le ricordavano il mare di un paese tropicale. Indossava una polo blu “Strano, non gli sono mai piaciute” pensò Virginia ed un paio di pantaloni casual ma di marca della stessa tinta. – Grazie, non sei molto cambiato nemmeno tu. A parte qualche chiletto in più…- – Subito un complimento, grazie! Non vorrai mica fare la serpe, no? Faccio finta di non aver sentito quindi… voilà, ecco qui le sue rose rosse, bella signora! – esclamò facendo sporgere il braccio da dietro alla schiena – Ma, a proposito…cos’era quella storia della consegna, con discrezione, perché tu, ora…Tu ora cosa? – – Che belle! Davvero un bel mazzo soprattutto considerando che è il primo che mi regali, grazie. Bè, io ora sono… diciamo impegnata. Mi andava di rivederti dopo tanto tempo ma non volevo rischiare. Anzi, hai avuto qualche problema giù? Qualcuno ti ha chiesto qualcosa? – – Ma no, rilassati, al banco della reception non c’era nessuno, la tua reputazione è salva. Sono stato bravo quindi merito un bacio di riconoscenza! – disse avvicinandosi. Virginia sentì la stanza inondarsi del suo profumo, provò una fitta allo stomaco mentre le sue mani iniziarono ad inumidirsi. “Controllati. Niente può andare storto. Ce la puoi fare, ce la devi fare!” si disse e prontamente indietreggiò con disinvoltura. – Sei il solito! Ma dai, siediti, raccontami qualcosa di te, di cos’hai fatto in questo tempo – gli disse scostando le due sedie dalla scrivania e portandole al centro della stanza. – Non penso sia un argomento interessante, comunque, ho fatto carriera, sono un vip! Piuttosto, chi è il grande uomo che ha saputo conquistarti? Sei sempre stata una donna intelligente, immagino lui lo sia altrettanto però…hai cercato me quindi, forse, a letto… non è com’era fra noi due? – – Mi ritengo soddisfatta, in tutti i sensi, e non intendo aggiungere alcun particolare. Questo non ha niente a che fare con il fatto che, essendo a Milano di passaggio, abbia sentito l’impulso di rivederti: ci eravamo lasciati…maluccio l’ultima volta – – Già, lo so. Mi è dispiaciuto fosse finita così tra noi. Le altre…lo sai, non significavano niente; tra me e te c’era sempre stato qualcosa di più ma tu…mi ci hai costretto, dovevo difendermi!-. “Le solite parole, la solita tiritera. Sembra che il tempo si sia fermato!” pensò Virginia sentendosi pervadere da un senso di nausea; per un momento ebbe l’impulso di schiaffeggiarlo, di sputargli addosso e trascinarlo fuori dalla stanza. Il suo profumo le penetrava nelle narici, anestetizzandole i pensieri e riportandola, a momenti, pericolosamente indietro con la memoria. – Dai, non è il momento di recriminare, di discutere di ciò che è stato. Non abbiamo tante ore a disposizione, io ho il treno alle 22.15, e non siamo qua per questo, per parlare di allora, credo. Non è mai stato un punto di forza nella nostra relazione, se non ricordo male. Piuttosto, ti va un bicchiere di vino? – – Mmmh…ecco la Virginia che mi piace. Certo che mi va, che domande! Però, mentre tu stappi la bottiglia, potrei usare il bagno: sono fuori da stamattina, mi darei una rinfrescata – – Fai pure, c’è un accappatoio appeso e un bagnoschiuma niente male, offre la casa! – – Offerta troppo invitante per resisterti. Dammi un paio di minuti e sarò di nuovo qua, per te -. Rimasta sola nella stanza, si staccò da tutto, concentrandosi sulle fasi studiate meticolosamente; farlo era la sua sola salvezza. “Non sei tu, tu sei un’altra” si ripeté. Aprì il mini bar, estrasse la bottiglia e la stappò, poi versò il vino in uno dei bicchieri, mise la mano nel sacchetto di cuoio, schiacciò tra le dita la capsula trasparente e lasciò cadere le gocce di liquido che si persero in quel mare purpureo. Sentiva l’acqua della doccia scorrere, il rumore le arrivava ovattato offrendole una sensazione di oblio come la risacca del mare in una giornata afosa. Infilò nuovamente l’involucro trasparente di gomma nella tasca del trolley e richiuse la lampo; ripose la bottiglia nel piccolo frigorifero e ne estrasse una di wisky, poi si sedette sul bordo del letto. Dopo qualche istante l’acqua cessò di scorrere e la porta del bagno si aprì. Il suo cuore ebbe il tempo di cessare di battere prima che lui le si avvicinasse. – Senti: ho un buon odore? – L’anonimo bagnoschiuma aveva eliminato ogni traccia di antiche trappole – Direi perfetto! Ecco qua il tuo calice: brindiamo a questo incontro! – – E tu? Dov’è il tuo bicchiere? – – Avevo bisogno di qualcosa di più forte e poi, mi hanno sempre fatto impazzire queste mignon – rispose facendo tintinnare la bottiglietta di wisky sul suo bicchiere – Se l’effetto è quello di farti impazzire…benvenuta mia mignon! A noi due – disse e, dopo aver bevuto un sorso di vino, le fece scendere con le dita la spallina della sottoveste. – Hai sempre quell’ odore, quello che mi è mancato – le sussurrò spingendola piano sul letto – Non avere fretta. E poi…hai ancora del vino nel bicchiere; la pulitura del copriletto di seta non è compresa nel prezzo della stanza! – – Provvedo subito, darling – replicò bevendo l’ultimo sorso ed appoggiando il bicchiere alla scrivania – Riguardo alla fretta, invece…. l’hai detto tu che abbiamo solo qualche ora a disposizione – disse sogghignando – Però, che effetto! Non so se è il tuo odore o il vino ma mi sento euforico e intorpidito al tempo stesso, come se la bottiglia me la fossi bevuta tutta. Niente male quel vino, lo prendevamo spesso, un tempo – – Allora te ne verso ancora un dito e ti faccio compagnia, stavolta. Il wisky l’ho finito – disse Virginia alzandosi dal letto – ma faccio prima una piccola sosta in bagno, aspettami! – – E chi si muove – Eccolo là, disteso, immobile sul letto, un braccio a penzoloni. Le 19.50, venti minuti esatti. “La scienza non è un’opinione”. Virginia si avvicinò al letto,  provò a chiamarlo sottovoce ma non ottenne alcuna risposta. “Oh, ma guarda, sei stato di parola una volta tanto. Hai detto che non ti saresti mosso e difatti…sei immobile!” Nella sua testa un turbinio vorticoso di sensazioni quasi prive di emotività. “I sintomi minori insorgono istantaneamente, quelli maggiori rapidamente. Il primo è un leggero intorpidimento della lingua e delle labbra accompagnato da un senso di oblio, di estasi, al quale seguono difficoltà a camminare o a reggersi in posizione eretta. Insorgono poi paralisi, insufficienza respiratoria, cianosi, ipotensione ed aritmia cardiaca” citava l’articolo scientifico. Virginia lo osservò insistentemente: le sue labbra erano leggermente bluastre come quelle dei bambini che prolungano oltre modo la loro permanenza in piscina, un po’ socchiuse e piegate di lato, quasi a fissare, in tono canzonatorio, quel sorriso beffardo con il quale l’aveva lasciato entrando nel bagno; anche attorno agli occhi stavano comparendo degli aloni scuri. “Ti dirò, non sei niente male nemmeno così, sembri solo un po’ truccato. Anzi, sicuramente sei meglio così, perlomeno non fai danni”  Allungando il braccio, toccò la valigia che aveva spinto sotto al letto e la tirò a sé; vi infilò una mano dentro, prese la macchina fotografica, un quadernetto, una penna ed un termometro; dopo aver scattato una foto, annotò qualcosa sul notes. Portò il quadernetto sulla scrivania risistemandoci accanto le due sedie; prese il bicchiere, lo infilò in una busta e lo buttò nel trolley. Dal bagno si riprese il beauty e, davanti all’enorme specchio, diede una spazzolata ai lunghi capelli che legò in una coda. Ripose l’accappatoio al gancio e la boccetta di bagnoschiuma sulla mensola “Grazie, mi hai salvato la vita!” disse ammiccando; tutto era di nuovo ordinatamente impersonale. Con il cellulare in mano, cercò uno spazio sul letto “Dai, fatti un po’ più in là” disse spingendo il corpo inerme qualche centimetro più a destra. – Paola! Ce l’ho fatta! – – Non vedevo l’ora che tu mi chiamassi. Ho camminato avanti e indietro per due ore come un leone in gabbia. Tutto secondo i piani? Lui è…? – – Sì, assolutamente sì. Nessun intoppo ma non posso raccontarti altro al cellulare. Ti chiamo da casa domattina e ci vediamo – – Certo, ovvio. A domani. Svegliami pure all’alba, anzi, vieni da me direttamente – – Va bene, passerò prima dal pasticcere, c’è da festeggiare! Cosa preferisci: cornetti alla crema o torta Sacher? – – Entrambi! Ciao – In quell’ angolo del letto, con le spalle appoggiate alle parete, Virginia guardò quel corpo freddo accanto al suo, gli sorrise, poi riprese a leggere. “…Ogni volta era una volta nuova, quasi come se Giulia non avesse una memoria a lungo termine. I fantasmi della sua mente si dileguavano, scomparivano, lasciando posto ad una nuova euforia e a quell’emozione che apriva ancora la porta a quel pericoloso e seducente ospite che nascondeva sotto al mantello delle armi affilate. “Se vuol tornare ancora da me vuol dire che gli sono mancata, che prova qualcosa, che non può stare senza di me. Stavolta di certo sarà divers:, non vorrà più perdermi”mentì Giulia a se stessa. E in quello stesso momento capì che la verità è indelebile e che non poteva più continuare a vivere nelle menzogne. Per troppo tempo aveva cullato la sensazione che solo lui potesse arrivare alla sua vera essenza. Ma aveva cullato un abbaglio: lui non le rimandava la vera immagine di se stessa e delle sue qualità bensì, attraverso uno specchio per le allodole, gliele rimandava deformate, rimpicciolite. “Sì, lui mi fa sentire diversa da quella me stessa che avevo conosciuto ma mi fa sentire peggiore”  “Ecco, brava, finalmente cominci a ragionare e a vedere oltre allo strato di prosciutto con cui hai deciso di bendarti gli occhi! Dai, guardalo bene: non è lui l’uomo dei tuoi pensieri, è solo una controfigura! Devi smetterla di lottare per qualcosa che vive solo nella tua mente”  “Ma non ho la forza per resistere. Non ho la forza per fare a meno di lui, per liberarmi e riprendermi la mia vita. Il nostro è un gioco in cui lasciare il gioco non fa parte delle regole”  Si infilò i jeans e abbottonò tutto il lungo gilé; sulla parte del decolletè che rimaneva scoperta, un foulard annodato morbidamente attorno al collo. Aprì il mobile bar e stappò una bottiglia d’acqua; fece il giro del letto e scattò un’altra foto da quella posizione. Alzò con fatica il braccio disteso lungo il corpo e vi spinse nel mezzo, accanto alla spalla, il termometro. “E ma non collabori affatto. Su, sii cavaliere” “Dopo 2 ore, temperatura del corpo 28°”. Strappò una pagina dal notes che poi appoggiò assieme a tutto ciò che c’era ancora in giro sopra al tubino e chiuse il bagaglio. Diede ancora un sorso alla bottiglia, si sistemò con attenzione la parrucca castana, allacciò le scarpe e con il trolley uscì dalla stanza. Scese la rampa di scale e, alle 21.22, s’incamminò verso la porta girevole dell’uscita. Le scarpe da tennis non producevano alcun rumore sul pavimento bianchissimo in marmo; con la coda dell’occhio, passando davanti al banco in legno massiccio della reception, scorse Gianni, con lo sguardo incollato alle porte dell’ascensore, nella fremente attesa di una donna con i capelli lunghi biondi avvolta da un sensuale tubino rosso.   Ripercorse a ritroso la strada dell’andata; passando sopra al famigerato tombino gli fece una boccaccia liberatoria. Giunta davanti ad una buca delle lettere, lasciò scivolare una busta bianca: “Per Gianni Ambrosi c/o Hotel Portici via Mazzini 57 Milano”. Sulla seconda di copertina di “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes, una dedica anonima “ Qui dentro                                                             – meglio che altrove- potrai trovare alcune delle risposte alle mille domande che, da tempo, ti tormentano”. Seduta nello scompartimento, ne apprezzò la solitudine: a quell’ora, il sabato sera, non partiva molta gente. Non appena il treno lasciò la stazione, Virginia prese il libro dalla tasca esterna del suo trolley, infilò la penna tra i denti e scorse rapidamente le pagine fino a trovare l’ultima riga letta, poi, stappò la biro. “…La disperazione, la gelosia, la rabbia ed il senso di fallimento ormai erano le sole sensazioni che Giulia riuscisse a provare; voleva liberarsene ma, per farlo, doveva distruggere lui. L’idea le venne per caso, dopo aver letto un articolo che parlava di veleni quindi iniziò a tessere una rete mortale fino ad arrivare alla tetradotossina.. Con il veleno in mano, decise di scrivergli, proponendogli un incontro chiarificatore in territorio neutrale. Prenotò una stanza in un albergo subito fuori città, usando un indirizzo mail falso, aperto, e subito dopo richiuso, da uno dei bar maggiormente frequentati da studenti e non residenti del centro e si presentò alla reception sotto falso nome. Arrivata nella stanza, gli inviò un messaggio e poi, nell’attesa, predispose ogni particolare con fredda lucidità. – Dai, non fare così, lo sai che le altre per me non contano niente. Tu invece… e noi due…- – Noi chi? Noi due cosa? Noi non siamo mai stati un noi. Tu non hai mai voluto che questo accada. Perché allora, ogni tanto, lo fai comparire come un coniglio dal cilindro?La nostra è solo una falsa intimità, una complicità travestita: nessuno di noi due si è mai veramente addentrato nell’altro e forse, se lo facessimo, non saremmo nemmeno in grado di riconoscerci. E non è detto che quello che vedremmo ci piacerebbe.  Lo capisci che così non fai altro che prolungare un’inutile agonia? – – Agonia! Non dirmi che senza di me staresti meglio” le disse avvicinandosi e cingendole la vita “E poi, perché dobbiamo sempre parlare di questa storia, abbiamo cose ben più interessanti da condividere, non possiamo divertirci? – aggiunse sfiorandole le labbra con la lingua e facendo scorrere le dita lungo la sua schiena. Giulia fu percorsa da un brivido. – Sì, certo, hai ragione. Parliamone più tardi, abbiamo tutta la notte davanti. Piuttosto…ti va un bicchiere di vino? –  disse porgendogli il calice. Eccolo là, disteso, immobile. Sembra addormentato. Sempre maledettamente bello. Già, sempre maledettamente bello ma sempre maledetto. E le sue parole, sempre le stesse. Eppure Giulia ci aveva creduto. Si avvicinò al letto e sentì il suo profumo invaderle le narici fino ad annebbiarle i pensieri. Quel profumo le era sempre piaciuto e l’aveva sempre eccitata. Osservò le sue labbra bluastre, gli aloni scuri attorno agli occhi e quel sorriso beffardo che gli era rimasto fissato, quasi in tono canzonatorio. Nel vederlo così provò un senso di compassione e di rimpianto e non seppe resistere: gli accarezzò il viso, poi, si abbassò e gli sfiorò le labbra con le sue. Erano così fredde che le sembrarono estranee. Subito dopo, barcollando, corse in bagno e, con la testa quasi dentro al w.c. vomitò. Quando tornò nella stanza, la rabbia e l’amarezza si erano riprese, con forza, il loro posto. “E’ la fine che ti sei cercato. Non puoi, non devi farmi pena. L’ultima volta mi hai guardata andarmene, andandotene a tua volta, con quello stesso sguardo vuoto, inespressivo- quello che devo avere io adesso- scostandoti quel tanto che bastava per non farti sfiorare dalla mia sofferenza. Non hai nemmeno capito, concentrato com’eri a barricarti dietro alle tue scuse, dietro alle tue paure, che ormai avevo alzato così tanto la posta da aver perso me stessa, la mia vera essenza. Avevo perso la mia ironia, la voglia di amarti, di giocare e in questo cammino si era perso anche quel potere inebriante, quella magia che ci esaltava entrambi e ci teneva uniti. Non era rimasta che l’aspra realtà di un terreno arido in cui io non riuscivo a scorgere altro che la morte: i fantasmi di ciò che eravamo stati” Quella strana e curiosa calma ed il distacco erano però solo temporanei: le emozioni e i ricordi la stavano divorando: era ora di andarsene. Non avrebbe mai pensato di farcela, fino alla fine, ma col tempo aveva imparato bene l’arte della finzione, di ingannare se stessa e gli altri. E quell’arte l’aveva usata per recitare il suo ultimo spettacolo. Si era ripresa ciò che lui le aveva rubato ed ora, era ora di ricominciare. Ovunque. Si infilò i jeans e il maglione, indossò la parrucca castana, si voltò ancora un momento per guardarlo e si avviò all’uscita”. The end. Virginia scrisse quelle ultime due parole quando ormai il treno, rallentando a poco a poco con uno stridore prolungato finì per fermarsi; infilò il libro nella tasca esterna del trolley e si incamminò verso casa. La notte era tersa e, alzando gli occhi in alto, riuscì a scorgere il carro di stelle luminose proprio sopra di lei. Inspirò l’aria a pieni polmoni riempiendoli di fiori di maggio e di salsedine. Giunta davanti al portone, si girò: la luce della finestra di fronte alla sua era illuminata, le scarpe da roccia incrostate di fango erano ancora sul davanzale. Quell’immagine le diede un inspiegabile senso di sicurezza. Era così stremata che, appena entrata in casa, si buttò sul divano con la parrucca castana ancora a coprire i lunghi capelli biondi e si addormentò all’istante.

– Allora, dai, raccontami tutto, ogni minimo dettaglio. Dalla curiosità e dall’ansia non sono riuscita a chiudere occhio stanotte! – disse Paola aprendo il sacchetto di brioches ancora tiepide. – Io, invece, ho dormito come un sasso – – Ma come hai fatto dopo… una cosa così? Sei proprio da rinchiudere! Allora…lui com’era? Che ha detto? Non si è accorto di niente? E prima, avete…insomma, siete anche stati a letto? E poi, davvero son bastati 20 minuti? E tu…? E alla fine…l’hai lasciato davvero là, così? E…dov’è la torta Sacher? – – Calma, calma. Una cosa alla volta. Tanto per cominciare, la torta non c’era! – disse Virginia sorseggiando un po’ di caffé dal bicchierino di plastica che le aveva messo davanti Paola – Prima o poi mi deciderò a regalarti delle tazzine normali: che squallore questi bicchierini usa e getta – – Ma dai, ti sembra il momento di fare una disquisizione su questo argomento? Muoviti, racconta! – la incalzò l’amica sfilandole una sigaretta dal pacchetto. – Ok. Dunque…lui è arrivato, puntuale, comportandosi da subito come se non ci fossimo mai persi di vista, come se niente fosse accaduto, con la sua solita aria da simpatico sbruffone e con il mazzo di rose rosse, pronto a riprendere ogni cosa dal punto esatto in cui tutto si era spezzato, senza grandi scuse o spiegazioni… – – Lo immaginavo. Che razza di commediante! Che faccia tosta! – – …con le solite parole di sempre: tu sei, le altre non erano, noi eravamo…Poi,  si è bevuto il vino e la mia commedia con la medesima velocità. Non avrebbe mai potuto immaginare che io fossi cambiata a tal punto da non stramazzare al suolo dopo pochi minuti davanti alle sue belle parole e ai suoi sorrisi. Era convinto di avermi di nuovo sotto al suo potere; il suo egocentrico edonismo l’ha incastrato. Tutto qua – – Tutto qua? Ma scherzi? Hai sorvolato abilmente di raccontarmi di te, delle tue reazioni, pensieri…- – E va bene! Vuoi sapere se ho pensato di andarci a letto, se ho creduto che avessimo potuto davvero riprendere da dove ci eravamo lasciati? Beh, ti confesso che all’inizio, subito, appena l’ho visto, ho visto il suo sorriso e sentito il suo profumo, il mio cuore sembrava impazzito, le ginocchia mi tremavano e ho creduto di collassare  ma poi mi son detta che gli extraterrestri rimangono tali e parleranno sempre una lingua diversa; inutile sperare di cambiarli o di capirli. Le parole, a volte, sono semplici suoni vuoti, basta non ascoltarli e non crederci più. Per riaprire partite chiuse ci vogliono ben altre carte da giocare – – Brava! E…non ti è venuto neanche per un momento l’impulso di ucciderlo veramente usando tutte e cinque le gocce di tetradotossina? – – Scherzi? Non l’ho mai odiato a tal punto, oggi poi, non avrebbe alcun senso. E poi, che persona pensi io sia? Bell’amica! Di gocce ne ho portate proprio solo tre, quelle che bastavano e facevano la differenza: una perfetta morte apparente. Come ti avevo spiegato a suo tempo, il fugu, in Giappone, si mangia ancora adesso; dà una leggera euforia e un senso di formicolio e viene cercato proprio per questo motivo: uno stupefacente afrodisiaco naturale, insomma. Quella goccia in più ha solo ampliato gli effetti, facendoli rimanere in equilibrio tra quelli diciamo consentiti e afrodisiaci e quelli di un vero avvelenamento mortale, dandomi la possibilità di studiare il soggetto… apparentemente deceduto. Apparentemente, appunto! Uccidere qualcuno significa fissare per sempre il suo potere, immolare la sua forza e la sua arma, renderlo immortale. Invece così, per una volta, ho approfittato io di una sua debolezza, l’ho…usato: non avrei mai potuto scrivere la fine del mio romanzo senza trovarmi là, non avrei potuto descrivere quelle emozioni senza viverle veramente né tanto meno descrivere i sintomi dell’avvelenamento. E poi, mi sono presa comunque la mia piccola rivincita e soddisfazione – – Eh? Cioè? – – Beh, prima di andarmene gli ho scritto un biglietto: “Darling, quando sono uscita dal bagno, ti ho trovato profondamente addormentato. Il mio odore e il vino hanno avuto degli effetti…indesiderati. Non tutto è sempre come lo conserviamo nei nostri ricordi. Forse meglio così. Mi spiace se non ho potuto attendere il tuo risveglio, come ti avevo detto, il mio treno partiva alle 22.15 ma, in fondo, non avevamo nient’altro da dirci. Spero non ti dispiaccia se ti ho lasciato la stanza da saldare, effettivamente l’hai usata più tu che, immagino, ti sarai svegliato solo questa mattina. Ah! Non ho potuto nemmeno portar via le rose, so che capirai. Addio. Virginia – – Forte! Troppo forte! L’hai colpito proprio nel segno, demolendo ancora quell’ultima arma che pensava di renderlo, con te, invincibile. Che demoniaca, mi spaventi – – Già. E alla fine ne esco bene: lui non avrà nessun sospetto, non sa nulla delle mie macchinazioni ed io non ho lasciato alcuna traccia. Non avvertirà nemmeno più alcun effetto della tetradotossina. Diciamo che, smaltita la “sbornia”, stamattina si sarà svegliato come nuovo; ma perlomeno gli rimarrà la sensazione di aver fatto la figura dell’imbecille. Ho inscenato il delitto perfetto!!! – – E Giulia, invece, che fine ha fatto? Lei, come ne esce? –  – Mah! Mica tanto bene. Lei usa la vendetta come rivincita, si lascia trasportare dalle emozioni anche alla fine rimanendone intrappolata per sempre– – Ma come? Perché hai scelto questo finale quindi? Potevi scrivere quello vero, sarebbe stato di certo più originale – – I “ti voglio bene ma non ti amo”, le storie sofferte, i drammi amorosi farciti di lui bastardi e di lei innamorate con tatuata sulla fronte la scritta “io ti cambierò”, funzionano sempre. La gente continua a leggere storie così e a piangerci su perché sono anche le loro storie, le storie di molti. Giulia è una di quelle. Non potevo trovare una fine diversa per farla uscire dal suo amore drammatico se non quella di un finale altrettanto drammatico in cui lui rimane il bastardo che ha finalmente la sua giusta punizione e lei la povera vittima che si riscatta. Quindi, nel romanzo, tutto è bene quel che finisce bene. Ma sappiamo che non è così: in ogni storia, ognuno ha la propria responsabilità; sarebbe troppo comodo consegnarla tutta all’altro. Entrambi avevano provato un senso di onnipotenza: lei voleva cambiare le regole del gioco, voleva qualcosa di più, qualcosa di diverso: dentro a quel gioco desiderava l’impossibile. Lui, invece, voleva essere il padrone assoluto del gioco stesso, non essendo in grado però di mantenere quel giusto equilibrio tra l’inafferrabile e l’afferrabile ovvero il possibile; si è reso, anzi, talmente inafferrabile da scomparire nell’irrealtà. Giulia alla fine, crea effettivamente la situazione ideale per un abbandono definitivo senza però disilludersi del tutto, esorcizzando la potenza di quella relazione. Prova una sensazione di avvenuta libertà che però è una sensazione effimera. Sensazione che scompare presto assieme all’eccitazione facendole rimanere la sensazione di aver perduto un grande amore. Il riscatto, il vero abbandono definitivo, invece, si trova proprio in altro modo e altrove, ritrovando la giusta dimensione di noi stessi.  Ora però, smettila di fumarmi tutte le sigarette ed usciamo a fare una passeggiata in riva al mare, c’è un sole splendido stamattina! -.

G.D.

 

 

 

Share This:

Comments are closed.

Translate »