IL TEMPERAMATITE  incontro n.12

IL TEMPERAMATITE incontro n.12

3 aprile 2012

lipogramma in “e, i, o, u”    testo monovocalico in “a”

 

 

Alga

 

Alga ama, ma spavalda balla la samba, la taranta. Accada, accada la tanta atra Parca, l’azzanna farfalla, la tarpa ala. Alga balla, fa a gara alla Parca dalla randa aspra, Alga fa la matta, accatasta, zappa, rasa, tasta, la malta fatta dalla carcassa amara passata dalla durata, ma calma avanza alla salsa amata. La Parca agra allappa labbra a man manca, canta aspra da insana latta, ma la lampada d’Alga s’alza, a valva spalancata, s’allaga la valva, Alga annaspa da tanta salda salama la tappa, la ara, la scassa, ma Alga vampa, fa la macaca a radar, alta alta, s’affanna, ma vaga Alga sta appagata franca.

 

 

otilia

 

————————————————————-

 

“A”

 

 

Fa la nanna cara mamma, tanta tanta cara mamma.
Stanca arranca la mamma dalla stanza
– Cara Anna la mamma lava, vanga, … all’alba la mamma farà la nanna.
– Ma mamma la rana canta!  Fa l’alba!  Fà la nanna  cara mamma.
– Anna la panna ammanta la stanza d’amara bava. La capra scampa dalla casa.
– Mamma la capra campa ma manca la panca! La carta arsa alza tanta sansa.
– Ah Anna, dà la spada ad Ava, vada dalla maga a far tamtam
– Tram tram ? Ma Mamma, tram manca dalla strada.
– Tamtam  Anna,  tamtam.  Vada Ava a cantar dalla maga : zappa zappa fata magra.
– Mamma Ava affanna dalla rada campagna, andrà Anna dalla Maga.
– Va’ cara, ma dalla stalla raccatta la palla
– La palla ?
– La palla marcata dalla scarpa !!
– Darla alla Maga la palla ?
– Darla alla magra fata ?  Matta! Matta! La palla a casa sta! Danza, salta pazza pazza la palla, fa tanta baracca.
– Mamma la manzarda sarda salta alta, ma la gatta bassa va.
– Anna basta ! fa la nanna ! Mamma  va dalla sarta.
Appagata fa Anna la nanna, tanta tanta tanta cara mamma.

 Denisio T.

——————————————————–

 

Marta

 

La cara amata Marta sta a casa.
Marta a casa, salta la panca, salva la capra, canta, balla.
Ah, amata matta!
Marta a casa, lava, zappa, vanga, rasa, bagna la calla, va dalla vacca, spala la cacca, alza la scala, gratta la gatta, raccatta la carta.
La cara amata, stanca, s’apparta. Va in para ma dalla sala parla, parla, parla.
Carramba, Marta, basta! Falla ‘sta salsa calda, scalda la pasta!”
La pazza s’alza, scatta, dà una pacca: la salsa cala amara.
La Marta lascia la casa, va da Carla.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leggere, perché?

Leggere serve. Per essere lèggere,
per perdere meste sere.
Leggere  è crescere.
Leggere per vedere verme e serpe,
vele nere, Ebe e Tebe.
Leggere è mettere mele nelle ceste,
è tessere tele,
spegnere cere.
Leggere per tener le teste belle,
per smettere d’esser sceme.
Leggere è credere.
Leggere è nelle vene.

 

G.D.

———————————————-

 

binari obbligatori di testo: ripetizione 

 

 

versione “TU” dell’intervista in California

 

Tu stai seduto sul divano blu, a mezzogiorno, nell’interno 27. Hai davanti il tavolino basso con alcune bottiglie vuote e un posacenere pieno di mozziconi. A mezzogiorno d’abitudine cominci, ma oggi preferiresti rimandare, di poco, perchè aspetti qualcuno. Tra dieci minuti hai l’intervista, e sei incerto se riempire il primo bicchiere oppure aspettare.
Sei stanco anche se ti sei alzato da mezz’ora, e non ricordi quando sei andato a domire ieri. Non ricordi dov’è il foglio su cui hai preso  appunti, alcune parole che vorresti usare nelle risposte,  e gli argomenti di cui non vuoi parlare. In realtà sarebbe meglio non parlare del tutto, ma quando ti chiedono un’intervista, non puoi fare a meno di rispondere sì. Preferiresti non venga nessuno . Tu non usi la parola casa. L’interno 27 è il tuo ultimo posto, venuto dopo molti altri posti. I motel li hai lasciati da anni. Adesso hai più soldi, ma un tempo li hai amati. Il rumore oggi ti dà fastidio, mentre una volta lo cercavi. Soprattutto il rumore delle auto che si fermano a un metro dalle porte delle stanze. Una volta ti piaceva, ti sembrava di stare dentro un girone infernale che si riempiva e svuotava continuamente di un’ umanità dannata a non stare mai ferma. E ti piaceva ci fossero ad ogni ora macchine che si fermavano e ripartivano, portiere che sbattevano, risa e passi con voci che imprecavano. Adesso tu non lo sopporteresti, per questo hai scelto l’interno 27, al secondo piano, vista piscina e palme.
Sono passati dieci minuti, hai voglia di bere il primo bicchiere della giornata. Meglio dopo, quando l’intervista comincia, non prima perchè vorresti rispondere alle domande.  Hai sete, e ti sembra di aver avuto sete da sempre, anche quando stavi negli altri posti, non solo nell’interno 27. Hai deciso di aspettare. La bottiglia l’aprirai soltanto quando suonerà il campanello. E quando tu decidi, sai che non c’è niente ma proprio niente che ti faccia cambiare idea.

otilia

—————————————————

 

Credere

 

Ci avevo creduto anch’io che i grandi erano là per proteggermi. Ci avevo creduto fino a quando son diventata grande e non c’era nessuno più grande di me vicino. Dov’erano finiti?
Avevo creduto che “tutto torna”, che basta dare e stare ad aspettare.  Ma forse non ho ancora aspettato abbastanza.
Avevo creduto che quelli che, come mi avevano detto, “se n’erano andati” poi sarebbero anche tornati ma ho scoperto che, da là, non era mai tornato nessuno.
Già, avevo anche creduto che le paperine potessero crescere tanto e diventare alte come papaveri. Ma sono rimasta piccolina, che cosa ci vuoi far?
E il topolino che di notte viene a prendere il dentino lasciando in cambio un soldino? Avevo creduto anche a quello. Come a Babbo Natale e a San Nicolò.>
Avevo creduto che “Morto un papa se ne fa un altro” ma oggi non sono poi così sicura che sia davvero così.
Oh, e come se avevo creduto che i buoni vincono e i cattivi perdono, che le streghe, gli orchi, i mostri abitano solo nel paese delle fiabe!
Avevo creduto persino che “basta il pensiero”. Ma nessuno mi aveva detto in cosa credere quando non c’è nemmeno quello.
E avevo creduto davvero che il pescatore, il gigante e la bambina fossero solo addormentati, che Piero, disteso in un campo di grano, stesse sognando Ninetta, che la locomotiva in corsa verso l’uguaglianza, potesse riposare poi, come un giovane puledro stanco, su un binario morto della stazione di Bologna. Avevo pensato che no, non era certo Francesca quella vestita di rosso e che il rumore della tristezza che cade in fondo al cuore assomigli a quello della neve.
Ma avevo creduto veramente a tutto questo o avevo solo voluto crederci?
Avevo però presto creduto che l’amore e l’amicizia fanno nascere grandi cose, che le illusioni, i sogni sono duri a morire ma difficili da far nascere e che, proprio per questo, vanno difesi, protetti. Ad ogni costo, anche quando non c’è nessuno accanto.
Credo che saper dare, comunque, può farti sentire più alto del più alto papavero e che quelli che se ne sono andati, in fondo, non se ne andranno mai.
Credo che 10 ragazzi a volte possono non bastare e che il rumore della tristezza spesso è assordante.
Credo che anche i cattivi vincono. Ma non sempre. E che le streghe, gli orchi e i mostri ci abitano spesso molto vicini ma che talora sono loro ad aver paura di noi.
Credo che credere in se stessi sia la forza più forte in cui credere per continuare a credere in tutto il resto.
E credo che, se ci si crede, si possa sentirsi, nonostante tutto, così leggeri da riuscire a prendere l’ultimo treno assieme alla Donna Cannone. E senza nemmeno passare per la stazione.

 G.D.

Share This:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »