master Temper

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UN NIENTE CHE SPAVENTA

di Carabanto

 

Luce, luce, luce. luce bianca, densa, zitta, accecante.
In tutti i telefilm che avevano contribuito a creare il suo immaginario di paura la tensione veniva dal buio. Eppure……quella luce……inquietudine.

Era uscito dalla confortante penombra del corridoio del secondo piano e aveva imboccato la scala di legno che portava di sopra. Baldanzaso,  sicuro, quasi tracotante grazie a quella piccola ma potente torcia a led che teneva nel palmo della mano, pronta da essere utilizzata al primo accenno di tensione…..eppure………
Non se l’aspettava, tutta quella luce. Ma soprattutto non si aspettava che lo inquietasse tanto.
Camminava guardingo, con il respiro che faceva via via più affannoso. L’inquietudine stava ora lasciando il posto alla paure. Il lieve tremito delle sue mani ed il velo di sudore che imperlavano il suo labbro superiore ne erano la prova.
Tutta quella luce in quel luogo era inaspettata,  inimmaginabile, inspiegabile.
Certo, a quell’ora del giorno esa assodato che ci fosse la luce, l’aveva scelta di proposito quell’ora per salire quelle scale.
Ma…. così tanta luce! No, così non era normale.

Tutta quella luce era peggio del buio più nero. Era impossibile difendersi. Rendeva muti gli occhi, cieche le gambe, sorde le mani. Impossibile orientarsi, impossibile muovere un solo passo.
Cominciò a sentirsi invaso dalla luce. Gli entrava nelle narici, si insinuava nei polmoni, gli riempiva ogni singola cellula del corpo.

Ed arrivò il panico. Scoppiò nel suo stomaco e fulmineo si piantò nel cervello.  Girò velocemente su se stesso, cercando a memoria di ripercorrere la breve scala  su cui era arrampicato da quando aveva aperto la porticina di legno che portava al corridoio del secondo piano. Si mise a correre.

Riemerse dalla luce nella confortante penobra del corridoio che (un’ora? mezz’ora? qualche minuto? pochi istanti?) prima aveva abbandonato per salire di sopra.
Attraversò con passi rapissimi la casa ed uscì nel tiepido  giardino alberato. Sentì l’aria che gli entrava nuovamente  nei polmoni, il respiro che si normalizzava, i battiti che rallentavano fino a ritornare regolari.

Si guardò attorno, il giardino sembrava quello di sempre: l’altena fissata furbescamente al ramo del ciliegio, la panca di ferro battuto tranquillamente rivolta verso il mare, il grande tavolo di marmo sonnacchioso sotto l’ombrello di foglie della sophora.

L’inquietudine era scomparsa.

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STORIA DI L.

di PaM

 

E’ finito il latte. Sono le 11 e non c’è più aurora quando mi alzo, apro il frigo e vedo che manca il cartone blu. Un giorno è un altro giorno, niente dita rosate e scivolo nel cielo. Vado in bagno, non per lavarmi, per quello c’è tempo, ma per l’ovatta. Apro un pacchetto e sfilo tutta la striscia di cotone idrofilo bianco, soffice. La avvolgo attorno le braccia. Ne apro altri quattro, due per il busto, una per ciascuna gamba. La schiena deve essere ben coperta. Con le garze al metro fisso,  mi metto la felpa indaco e i pantaloni larghi azzurri. Finito, esco dal bagno e vado alla finestra della cucina, che dà sulla strada. All’angolo c’è il bar latteria, trenta metri dal portone. Non posso, devo aspettare cinque ore prima che lo strato corneo si ricostruisca. Torno a letto, mi metto il plaid rosso ciliegia addosso, guardo il soffitto. C’è un ragno nell’angolo a sinistra. Nero, peloso, con una testa calva più chiara. Lo seguo,  vira in basso a discesa verso il letto. Prendo una pantofola e gliela tiro, lo becco in pieno.
Sul comodino ho il giornale che quell’altro ha macchiato di caffè sulle pagine degli annunci. Ci passa il tempo a leggere e collezionare roba stramba. L’ultima è questa dell’amigdala, cerco donatore. Io l’amigdala me la tengo, e non verso il caffè sul giornale, come fa lui. Con i  ritagli degli annunci  è un cimitero di giornali, tra un po’ si sprofonda, sotto una terra di carta stampata, che puzza, e io non respiro se il giornale è fresco.
Lui mi dice che sono una bambina malata, dice di aver  visto più volte  una tizia con i capelli lunghi neri seduta all’angolo del letto, dalla mia parte. A me non è mai successo. Lui non sa usare una sveglia,  sbaglia le lancette tre giorni su quattro. Si alza alle sette e un quarto, come un baggiano va in ufficio, e quando arriva,  la signora delle pulizie gli fa l’occhiolino, perchè non è ora.
Ha la mania delle lampadine da 1000 watt, alogene. Gli ho proibito di mettere roba simile in camera da letto e in cucina. La luce è accesa solo  quando c’è lui in casa. Esco dalla camera,  pare di stare su un ghiacciaio himalayano a mezzogiorno. Lo zenit che picchia in testa. Mi sono abituata, quando lui è in casa, tengo gli occhiali da sole e tiro avanti dritta, scansando i punti dove la luce è più intensa. Una volta un suo amico ha avuto una crisi per via dell’abbaglio, ed è scappato fuori come un razzo dopo un quarto d’ora, o dieci minuti, non ricordo, forse due.
A mezzogiorno e mezza, lui torna a casa per il pranzo. Entra, accende la luce, mi metto gli occhiali da sole e lo vedo con una roba addosso nuova.
“Che ci fai con quel cappotto rosso?”
“Mi piaceva, l’ho comprato.”
“Dove?”
“Qui sotto, all’angolo hanno aperto un magazzino,  cinesi.”
“Mai visto.”
“Stamattina scaricavano cartoni su cartoni, sono entrato, avevo tempo prima di andare in ufficio. Hanno tirato fuori centinaia di cappotti rossi. Come va  con la cornea?”
“Non è la cornea, è lo strato corneo. Ancora tre ore.”
“Dopo esci?”
“Non so. Puoi prendere il latte? è finito.”
“Se mi ricordo. Potresti uscire tu, hai solo trenta  metri fino alla latteria.”
“Pensa invece a buttare via un po’ di giornali si sprofonda che pare un cimitero.”
“Ieri notte ho visto la signora dai capelli neri, seduta ai piedi del letto, dalla tua parte.”
“Che solfa!”
“Vado, a stasera.”
Spengo la luce, tolgo gli occhiali. Faccio una lavatrice, fa due ore di programma a 40 gradi. Torno a letto e apro il libro alla prima pagina, non riesco ad andare oltre questa storia di roba inquieta, dove paletti di un confine si spostano da soli nella notte. Chiudo gli occhi. Il  latte inquieto nottetempo si sposta dal bar latteria, fa i trenta metri fino al portone, sale le scale, secondo piano, passa oltre la porta, entra in cucina, e si mette nel frigo, ripiano alto, vicino al barattolo del caffè. Magnifico. Lavatrice finita. Tiro fuori e stendo. Uso solo mollette di legno.

 

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ILARIA

di G.D.

 

Ilaria aveva la mania delle pulizie anzi, ad essere più precisi, la sua era una vera e propria ossessione, una fobia. Lavava il pavimento della cucina 3 volte al giorno, le finestre rigorosamente ogni martedì, il fornello sempre dopo i pasti quasi fosse una prescrizione medica da osservare senza farsi troppe domande. Bè, in effetti qualche domanda se l’era anche fatta ma, a parte esser arrivata alla conclusione che la sua mania doveva nascondere una grande sporcizia interna, un’intima discarica, non aveva mai voluto approfondire la questione e scoprire che genere di rifiuti si nascondesse dentro di lei e in quale bottino della differenziata doveva collocarli.
Alle prime luci delle tiepide mattine estive, appena sveglia e ancor prima che la caffettiera elettronica emettesse il dolce e rassicurante “bip” con la quale annunciava di aver completato il suo compito, Ilaria, in pigiama, se ne usciva sul poggiolo munita di Mocio; con la porta aperta, in estate, tutti i microbi, i batteri, il monossido di carbonio ed alcuni frammenti delle piume di quei sozzi colombi sarebbero entrati in casa. Ne era certa.
Giorno dopo giorno aveva compilato accuratamente una sua personale lista sulla qualità dei prodotti per l’igiene e le pulizie domestiche: il Mastrolindo per pavimenti aveva battuto lo Spic e Span 10 a 8, il Cif – dopo aver detenuto per anni il primo posto nella top ten quale detergente per il bagno – era scivolato al secondo con l’avvento sul mercato del nuovo Aiax al limone.
Ilaria però non era solo ossessionata dalla pulizia: l’ordine era l’altra faccia di una stessa medaglia.
E così, alle prime luci dell’alba delle tiepide mattine estive, dopo aver lavato il pavimento del poggiolo, bevuto il caffè e lustrato il fornello, stendeva il bucato (“perché più tardi il sole ingiallisce le lenzuola” si diceva ad alta voce quasi a giustificarsi). Afferrava dal cestino una delle mollette….”blu!” esclamava e, tenendo appesa con una mano la metà del capo ancora libera,  con l’altra rovistava nel cestino fino a trovarne una dello stesso colore che sistemava minuziosamente a pochi centimetri di distanza fissando definitivamente il panno. Estraeva poi dal catino una federa e dal cestino una molletta…”rossa!”. E via a frugare fino a trovarne una seconda rossa. Le corde per stendere il bucato di Ilaria erano sempre, assolutamente, una sincronia cromatica di parti gemellari, una sfilata di coppie perfettamente appaiate. Sempre, nessuna eccezione alla regola.
Eppure…quella mattina di agosto Ilaria aprì la porta a vetri che dava sul poggiolo, in pigiama e con i capelli arruffati prese il secchio del Mocio ed uscì all’aria aperta. Il suo sguardo cadde immediatamente sulle corde del bucato steso la sera precedente -per approfittare della calda brezza che arrivava dal mare- e…rimase ferma là, sulla soglia, come una statua di marmo: la sua maglietta rosa era trattenuta alla corda per una manica da una molletta verde e per l’altra da una blu! Il telo da spiaggia aveva a destra una pinzetta gialla e a sinistra una bianca! E così pure tutti gli altri capi, asciutti e appesi in maniera cromaticamente sconclusionata.
“Orrore!” esclamò Ilaria sconvolta pensando subito ad un complotto, ad un’invasione notturna di extraterrestri daltonici e dispettosi.
“Ma come può essere accaduto un evento così drammatico nottetempo?” si chiese in preda al panico. E in effetti, abitando da sola e non avendo il poggiolo confinante con alcun vicino rancoroso, il fatto era alquanto misterioso….

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PROLOGO

di Carabanto

 

Supini sul letto di morte della bionda civetta, raccogliendo  sulle vostre
graffitiche lance il suo ultimo mozzo  respiro ed il suo fiato, muto come le
piccole anatrelle,  avete dato udienza all’araldo dell’affamamatite.
Dondolandovi fanciullescamente sul cavallino di legno regalatovi per il vostro
ottavo compleanno, steste immoti, a bere parole antiche, desuete, dallo
stridente suono, dall’inutile sequenza.  Beveste l’amaro calice da me offertovi
senza un lamento. Dignità di umani, orgoglio di pari nelle disgrazie.
E’ giunto ora  il momento di posare quello che meco trassi e posai sulle
vostre spalle quella sera e che altri portarono sui lunghi nasi a punta  dei
menestrelli persi in fucine di inani materiali, pregni di odore di mondo e di
quant’altro venne detto e scritto nel vellutato crepuscolo.
Sia lasciata ai posteri, l’ardua sentenza sulle nostre parole!

 

 

La sera del dì di scrittura

di Carabanto

 

 

Si strappi il morbido vello del mare della tranquillità.

Venga deflorato l’artificioso zaffo che la nera bevanda odorosa avevo seco portato delle lontane terre d’Arabia.

Sia resa evanescente l’ultima sua calda caloria.

Gorgoglii sommessi facciano da araldi ai roboanti suoni della più primoridiale delle bramosie umane.

Nulla più si frapponga fra la coscienza e l’ineluttabile.

Si dia spazio all’imperitura fame della sera del dì di scrittura!

 

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DEDICATO

di PaM

 

Tommaso riserba all’imbrunire la sua ora più affilata. La luce di polpa albicocca cola lenta fino al lepido tuorlo. Egli che s’è avvinghiato stretto alla tigliosa ispirazione diurna, riposa la penna  sul tavolo, accanto alla storia della morta civetta cruda.  Le parole formiche son corse fuori nere sul foglio bianco, dal buco di tana. Le abbandona. La luce crepuscola bagna di balsamo arancio la sua fronte stanca di giorno.
Tommaso affonda nella terra rorida d’ombra, dove sfilacci del tempo passato ondeggiano nel cupo d’aria. Una frangia gli penzola davanti al naso, il vago sentore di pesce passato che emana il pelo di donnola. Bambino, chino sull’ enciclopedia, computava tassonomie di mammiferi, e vagheggiava l’odore del pelo d’animale diletto, che un giorno adulto  avrebbe svelato.

 

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DI MARZO 8 E SENZA TITOLO

di Donata Milazzi

 

dove sopraffatte & condannate

le voci tacciono

il vuoto nascosto delle parole

non smette di vivere

 

chiedi alla polvere

labbra d’aria

lascia pisciare le righe

dalla gola della caraffa

 

logogrammi sghembi urtano il cielo

i libri lasciano cadere

ali dipinte

bestemmia il vento

fuori strada

uno scorticato

calore occidentale

 

in questo sussulto

in questo sbattere

in questo prurito

in questa voglia

in questa attesa variopinta

tra le bassure & gli abusi

in un corto orizzonte

nella screpolatura dei tempi

scarpe rosse

invisibili

per difesa

per amore

 

l’immagine canta

marzo vibra

barlume randagio

sbucciata bellezza

 

i ciliegi selvatici svettano

biancheggiano spiazzanti

nella passeggiata di un distratto

 

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STORIA DA RAGAZZI

di PaM

 

 

Io e B abitiamo nella stessa casa popolare, lui al terzo piano io al quinto. Lui va in terza, io in quinta. B è alto e grosso, io sono normale. La casa ha cinque piani, si trova in una strada senza uscita, dove la via che prima è tutta in salita, fa due curve e diventa piana.
E’ bello abitare in una strada senza uscita, è tranquillo, abbiamo molto spazio, e le macchine sono poche. Al pomeriggio dopo aver fatto i compiti, dico a mia madre “vado giù”, e ci capiamo subito. Scendo e trovo B che mi aspetta seduto sul muretto che delimita il parcheggio.
E’ serio, capisco che c’è qualcosa, anche perchè invece del solito sacchetto con le biglie, non ha portato niente. Si alza e mi fa cenno di seguirlo. Prendiamo lo stretto terrapieno che porta sul retro. C’e un muro alto di contenimento che fa da confine con i terreni soprastanti, dove ci sono casette con giardino. Seguo B e sono preoccupato, ma anche eccitato. Improvvisamente si volta e mi chiede se ho paura. Gli rispondo che non so perchè dovrei avere paura. C’è una cosa che mi vuol far vedere, ma non vuole che io faccia scherzi, cadere svenuto o urlare. Non lo farò, gli dico, e intanto mi cresce dentro una curiosità mista, il suo modo di fare ha il potere di agitarmi. B continua e svolta sul retro dove c’è una striscia di prato con erbe alte. Io gli sto dietro quando si mette a cercare chino. Si sposta di lato per farmi vedere. E’ un gatto morto, grigio tigrato. Lo riconosco, una vecchia al quarto piano gli dava da mangiare, e lui davanti casa aspettava. Era vecchio.
Non ho mai visto un morto, a parte a casa le mosche o le vespe che mia madre uccide con una pantofola o un giornale arrotolato stretto. Dopo che ha dato il colpo, e la mosca sta ferma sul pavimento, mia madre dice “mortus est”,, è latino e vuol dire che uno è morto. A volte vicino alle finestre,  trovo dei  corti vermi neri con tante zampette semoventi, stanno girati a spirale quando sono morti, allora prendo un pezzetto di carta, li faccio scivolare sopra senza toccarli, vado in terrazzo e li butto giù.
B prende uno stecco là vicino, e con questo solleva un poco la testa del gatto morto di  modo che si vede il muso. Ha gli occhi semi chiusi, come rimescolati, la lingua sta a metà fuori tra i denti. Da vivo l’ho visto tante volte col muso dentro il vassoio di polistirolo pieno di carne macinata che la vecchia gli portava.
B mi dice se ho il coraggio di toccarlo. Gli dico che non ne ho voglia. Allora lui butta lo stecco, avvicina la mano a una zampa del gatto morto, la prende e la solleva su e giù. Lo fa ridere. Gli dico di lasciarlo in pace, piuttosto bisogna seppellirlo. B si illumina, l’idea gli piace, ma non abbiamo niente con cui scavare. A casa c’è una zappetta che mia madre usa per i suoi vasi di fiori. B è eccitato, dice che dopo un mese lo dissotterriamo per vedere lo scheletro.  Non mi piace, anche se non ho mai visto uno scheletro di gatto, chissà che ossa strane ha.
B dice che bisogna far presto e subito mi grida di andare a prendere la zappetta. A lui piace dare ordini, e gridarmi cosa devo fare. Questo è il gioco degli schiavi che facciamo certe volte  in un posto vicino le cantine. Vengono anche altri ragazzi che abitano nelle case intorno. B fa il padrone e noi i suoi schiavi, urla e noi dobbiamo obbedire, qualsiasi cosa ci dica di fare.  Ma a gioco finito, B continua a trattarmi da schiavo. Quando mi guarda in un certo modo, so già cosa sta per fare, tra un momento mi griderà addosso, con un’ordine più o meno schifoso per me. Non sono contento, ma è così, finchè B starà nella casa dove abito, sarò il suo schiavo. Spero solo che prima o dopo lui e la sua famiglia se ne vadano. Hanno già cambiato diversi posti.

 

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LA PARTENZA

testo teatrale radiofonico

di PaM

 

Personaggi:

Tubetto La Crème

Metafora AutreOeil

 

T: Ammuffirò!

M: Non credo

T: Allora irrancidirò!

M: Sei grasso,  inalterabile.

T: Non durerò, lo sento.

M: Calmati, approfitta dell’occasione.

T: Quale ? stare senza far niente?

M: Ansia inutile.

T: Come fai ad essere così indifferente? Lui parte.

M: Quante storie! Se ne va e tornerà. Avremo tempo per noi.

T:  Bella roba. Il vuoto non ha nulla d’interessante.

M: Il vuoto è fresco, riposa.

T: Ti trovo freddo.

M: Non sono romantico, ma questo non vuol dire che non sia capace di sentire, al contrario.

T: Ha parlato il filosofo da boudoir ! Io invece sono sentimentale e romantico, per questo non sono tranquillo. Lui parte. Soffro.

M: Sei eccessivo, come sempre.

T: E’ la mia natura. L’eccesso è in me perchè sono unto. Ma se ungo è per una buona causa. Lui parte e io non avrò niente da fare.

M: Puoi dedicati ad altre cose, alle evasioni, ai sogni.

T: Non mi interessano. Sono fedele al mio compito, non posso stare senza unire due mondi.  Tu invece …

M: Dato che il nostro Bel Marinaio parte, non starò sempre immerso nella sensazione della sua presenza, che sì è piacevole, ma per così dire,  ingombra la scena.

T: E dimmi,  cosa farai a scena vuota?

M: Avrò l’orizzonte libero, mi guarderò attorno, il mondo, dicono, è grande.

T: Anche madame Bovary lo diceva, e guarda come è finita. Non temi l’abbandono ? la fine ?

M: Il naufragio è dolce, come lasciarsi andare in una piscina calda e illuminata.

T: Ho paura di essere messo da parte, dimenticato.

M:  Esserci e non esserci, sparire e tornare, è poetico, devi ammetterlo. E poi sento il  bisogno di solitudine.

T:  Tu? un eremita?

M: Il confine tra le cose è incerto. Sporco e sacro sono vicini,

T: Niente affatto ! Le cose sono ben distinte. C’è un fuori, c’è un dentro, e tu sei in mezzo.

M:  Bravo!  sono un’ apertura sull’universo, come un occhio o una bocca ! Che importa alto o basso,  per l’inconscio non fa differenza.

T: L’inconscio è un animale, lo sanno tutti.

M: E aggiungo che lassù, nel Mondo delle Idee ci sono anch’io. Mi commuovo quando ci penso.

T: Ti diverti a sconcertarmi.

M: Sono infimo e celeste. Mi vedono così.

T: Mi disprezzi perchè sono semplice, grasso e non ho la tua cultura.

M: Chi più di te merita rispetto? Lenire il dolore …. non è forse l’unico motivo degno per esistere?

T: Oh grazie! sei gentile,  ma sento dell’ironia nelle tue parole.

M: Perdonami, sono scostante, ma è solo per fare un po’ di nebbia attorno a me, essere inafferrabile e buio come un buco nel nulla.

T: Lui parte.

M: E’ così.

T: Non ti importa?

M: No.

T: Non ti dà gioia la sua presenza?

M:

T:Non rispondi?

M:

T: Ecco …quando non ti va più, ti chiudi, serrato stretto. …. e in ogni caso Lui parte.

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Deontologia ed etica della canottiera

dramma in atto unico

di Carabanto

 

Interni di un ufficio moderno, si vedono due stanze affiancate una leggermente più grande dell’altra. In quella un po’ più piccola, la più illuminata, seduta davanti ad uno schermo piatto di alta tecniologia appoggiato su una scrivania di cristallo, una segretaria abbigliata in modo sobrio ma elegante, con scarpe con il tacco. Nell’altra stanza, un po più in penombra, un uomo di mezza età seduto ad una scrivania di cristallo un po’ più grande, sotto un cartello Vietato Fumare. E’ vestito con un pantalone grigio elegante, un paio di scarpe inglesi con i lacci, canottiera bianca, cravatta regimental al collo e parrucca rinascimentale. Le due stanze sono divise da una porta di lacca verde mela.

Suona un campanello ovattato. La segretaria seduta alla scrivania di cristallo fa ruotare la sedia di design in acciaio e preme un pulsante che apre automaticamente e con un suono sordo una porta blindata. Entra una donna di circa 40 anni, una professionista, camicia di seta color crema, gonna grigia, cappotto color cammello, scarpa con il tacco, in mano una elegante 24 ore. Richiude dietro di sé la porta blindata e si inoltra nell’ufficio. Suono leggero di tacchi a spillo sul pavimento.

Segretaria : Buongiorno.

Professionista donna (un po’ timorosa) : Buongiorno, sono la dottoressa Giacobassi, sono qui per….

S (alzandosi ed avvicinandosi) : Prego dottoressa, la stanno aspettando (tende la braccia per farsi dare il cappotto) Ancora un attimo e la faccio accomodare.

Pd: Grazie… aspetto. Mi permette solo di appoggiare un attimo la borsa? ….. Dovrei fare una piccola correzione ad un documento.

S: Prego, usi pure la mia scrivania. (S scompare dietro la porta di lacca verde mela ed entra nell’altra stanza. Ancora in penombra. Rumore di tacchi sul pavimento. Si avvicina all’uomo in canottiera e si piega su di lui bisibigliando qualcosa. L’illuminazione si alza gradatamente nella stanza 2. Uc annuisce e fa un cenno con la testa. S va vero la porta verde, la apre, si mette di lato a fa cenno alla professionista di entrare. Si illumina completamente la stanza 2. La professionista entra nella stanza 2. Rumore di tacchi sul pavimento.Si abbassano le luci nella stanza 1 che rimane in penombra e vuota. La segretaria nel contempo chiude la porta, entra e si accomoda su una sedia posta al lato della scrivania, un po’ sullo sfondo, davanti a dei fogli; prende in mano una penna. L’uomo in canottiera si alza e tende la mano)

Pd: (un po’ reverenziale e sorridente) Buongiono, sono la dott.ssa…..

Uomo canottiera : (tende la mano ma non si presenta, parla velocemente, con affettazione): So chi è lei.. l’ho convocata io… e poi….. tra colleghi….. (si siede ed indica con la mano una sedia davanti alla scrivania. Pd si siede a sua volta, appoggiando la 24 ore a terra e depositando sul tavolo dei fogli)…..l’azione che dobbiamo oggi compiere è un semplice atto di natura amministrativa, più un’azione didattica……….propedeutica a scansare le trappole della mal practice professionale…..

Pd: Si…. sa…… mi capisca…è la prima volta che mi succede una cosa così…. dopo anni di attività professionale….. non so….. sono un po’ sorpresa….

UC: Non si preoccupi, non si preoccupi …..e poi….. tra colleghi…..

Pd: Ah, bene…. Cioè… lei mi rassicura….. non mi devo preoccupare, quindi….. non ci sarà…. (toccandosi il colletto della camicia)

UC: (Rivolto alla segretaria) Ma…….. la dott.ssa……. è al corrente……?

S: La dott.ssa ha effettuato un regolare accesso agli atti a norma di regolamento. E’ al corrente…(abbassando un po’ la voce) almeno in parte…..

UC: (rivolto alla professionista, sempre veloce e con affettazione) Bene, quindi ben saprà che ora noi dobbiamo procedere agli accertamenti preliminari per la verifica dei presupposti della sussistenza dell’illecito al fine di provvedere allo svolgimento del procedimento disciplinare in questione …

Pd (interrompendo): No, scusi…. Oddio…..procedimento disciplinare? Io…. Insomma…si…ho seguito quanto mi è stato suggerito come prassi ed ho avuto accesso al fascicolo…. Ma….. si…. insomma…… oddio, illecito deontologico….. sinceramente io non…..

UC: (Interrompendo e facendo un gesto della mano minimizzante, con faccia un po’ stizzita) Bene, quindi lei E’ al corrente!

Pd: Veramente… sa… io avrei bisogno di chiederle alcune cose…… vorrei… si … insomma….illecito…. …esercito da così tanti anni e mai prima…….

Uc: Guardi, siamo qua per verbalizzare, non si preoccupi, niente di che, ma ora…. spegniamo metaforicamente il registratore….(si allunga sulla sedia e passa una mano sotto la spallina della canottiera modello vogatore fino all’ascella).. detto tra noi… sa.. in fondo… siamo tra colleghi …. L’oggetto della segnalazione….. insomma… la valenza didattica dell’azione disciplinare, propedeutica, diciamo……sì, insomma…. Tra colleghi… possiamo dircelo….

Pd (allungando verso Uc i fogli che prima aveva appoggiato sul tavolo): Il mio avvocato ha preparato una memoria che vorrei venisse messa agli atti. Inoltre ho qui una copia del mio curriculum da dove si evince la mia formazione in ambito specialistico….però insomma…si… vorrei capire….non ho capito…cosa…..

Uc: No..no…guardi…. a registratore spento, come si suol dire… lei non ha….. direi, insomma… l’oggetto della segnalazione….ovvero… senza problemi…. Ma noi siamo qua,,,,si, insomma… siamo tra colleghi…siamo qua per accertare…i… fatti, per sentire la sua versione,…………… dopodichè….. il consiglio deciderà in forma collegiale….anche se… la prima sanzione… non gran che, si…. insomma… l’avvertimento…….

Pd: Perché io…l’ipotesi…..si….insomma… non ho capito i motivi per cui…..

Uc (alla segretaria): Mi riassuma quanto ha verbalizzato

S: In data 16/4 alle ore 17.00, davanti al referente della commissione deontologica assistitita dalla segretaria Tiketak, si è presentata la dottoressa Giacobassi Aurelia, imputata di aver….

Pd: (lisciando nervosamente la gonna grigia con le mani) Imputata? …. Ma come…..? L’azione didattica, la propedeutica…. Imputata?… cosa……

Uc: No, no… ha ragione…..sa…. possiamo dircelo… tra colleghi… la mal practice….eticamente si impone… si… insomma…… ma è il cosigli che decide in forma collegiale….

Pd. (Toccandosi ansiosamente il colletto della camicia): Si… ma guardi… la segnalazione… non capisco cosa… il segnalante ….

Uc: Si, si, capisco tutto, tutto, mi creda! Capiamo tutto… perché alla fine…. Il consiglio decide in forma collegiale…….ma in fondo… via.. cosa vuole che sia…. La sanzione è ridicola……

Pd. (rassegnata ma un po’ rinfrancata) Ah, beh… allora…se la sanzione sarà ridicola…anche se io ancora non ho capito il motivo per cui…..ma è? Sarà? Non capisco……

Uc: (sempre parlando veloce, un po’ borioso e tracotante) Ma sì, insomma, un avvertimento, un ammonimento, forse una censura… di sicuro nulla più….. una cosa così….. Certo… è il consiglio che decide in forma collegiale………. ma….. sa……e…… l’azione deontologica, la propedeutica didattica, considerata anche la totale assenza probatoria delle accuse, direi di no….anche se….l’ etica lo impone…. D’altronde la nostra è una professione di aiuto, la comunicazione della quale….si…insomma… mi capisce…..

Pd: Si, ma … guardi…io…..ho usato quanto la comunità scientifica ha ritenuto più opportuno in questi casi; il test DDV, applicato alla teoria di Canterbury, come consigliato dalla Carta di Norcia, ribadito dal congresso nazionale di Aosta. Ecco qua la bibliografia che sostiene la correttezza della tecnica da me applicata, nonché le risutanze del test come fatte verificare dal prof. Rocciglione, il massimo luminare in materia. E’ mia prassi chiedere la supervisione del prof. Rocciglione in questi casi.

Uc: Si.. si… il prof. Rocciglione…..lo conosciamo (rivolto alla segretaria, con un po’ di boria ) L’ha incontrato il presidente del CNF amico del Segretario APA, che è cognato del nostro presidente…. praticamente… ….un amico! (e rivolto alla Pd) Cosa insegna il prof. Rocciglione?

Pd: IL prof. Rocciglione è il maggior esperto del test DDV, ideato nei laboratori di Milano e conclamata prova diagnositca per l’accertamento dei disturbi descrittti nella mia relazione. Ho seguito un Master in materia all’Università di Manchester ed ho portato dei tipical case al congresso di Berlino del 2010 , a quello di Ancona del 2011 e di Bordeaux di settembre di quest’anno… inoltre ho pubblicato 2 articoli sul Journale de le Science Esacte ed ho avuto 15 referee positive. Il mio impact factor è di…..

Uc: (interrompendo) Si, si…come già detto….lo conosco il dott. Rocciglione, lo conosciamo………praticamente un amico (rivolto alla segretaria)Verbalizzato?

S: Passo alla lettura del verbale…..

Uc: No… ,no… non serve…. È tutto chiaro mi sembra,, la dott.ssa Giacobazzi ha capito.. che poi… a registrazione chiusa…… sa… tra colleghi….ce lo possiamo dire… risibile, la sanzione….. risibile….. un avvertimento…

Pd: Beh, insommma…. Una sanzione… anche se avvertimento… risibile? Mah? E continuo a non capire dove avrei….

Uc: Si, si, certo. Evidentemente. Ma sa, l’etica impone.. d’altronde la valenza……didattica, diciamo PEDAGOGICA dell’azione disciplinare… insomma… si.. e poi: è il consiglio che decide in forma collegiale .. sarà un avvertimento…….. Ed ora firmiamo.

(Mentre Uc parlava, S ha già messo sul tavolo 3 fogli, uno davanti a ciascuno personaggi. I tre fogli vengono fatti girari come nel gioco delle tra carte. E tutti e tre firmano contemporaneamente per tre volte. Rumore di penne che grattano la carta.

(Uc si alza dalla sedia S si alza)

PD (guarda Uc e S già in piedi e si alza prendendo la borsa): Beh… allora… (con fare mortificato)

Uc: Ci rivedremo, non si preoccupi. Ai sensi del regolamento le verrà notificato la data e l’ora per il pubblico processo e poi, di conseguenza, la sanzione.. no… cioè… detto tra noi….un avvertimento.. che poi … come si sa……sarà il consiglio a decidere in forma collegiale….. forse censura… ma no…. avvertimento……. cosa vuole che sia….

Pd (Ringrazia, stringe le mani e si avvia all’uscita accompagnata da S Arrivata alla porta verde mela si gira verso Uc): Scusi sa.. ancora un secondo, .. io non, cosa avrei… insomma… si, i test sono…..

Uc in silenzio Indica la porta con il braccio, reclina la testa e fa un mezzo sorriso sprezzante.

Pd e S escono dalla stanza. S chiude la porta. Rumore di tacchi all’unisono. Illuminazione su entrambe le stanze. S prende il cappotto di Pd e l’ aiuta ad indossarlo. Pd esce dalla scena.

Uc ( solo nella sua stanza si allunga sulla sedia, si aggiusta la parrucca, si sistema il nodo della cravatta e si accende una sigaretta sotto il cartello Vietato Fumare che inizia a lampeggiare. Tra sé e se, borbotta): La valenza didattica dell’azione disciplinare…. (soffia fuori il fumo)

Nell’altra stanza S si siede alla scrivania di cristallo, si libera dalle scarpe con il tacco e piega la testa sulla scrivania con le mani tra i capelli.

Sipario.

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IL GIALLO E’ SERVITO: DIVINI ASSAGGI… CON DELITTO

di G.D.

 

PERSONAGGI:  LE DIVINE

Alacomenea, dispensatrice della “giusta” punizione

Atropo, una delle tre Moire, colei che non si può evitare, quella che rappresenta il destino finale

Calipso, ninfa incantatrice e ammaliatrice

Diche, portinaia dell’Olimpo; rappresenta la Giustizia

Eris, dea della discordia, del conflitto e della lite

Lachesi, una delle tre Moire, colei che svolge il filo

Meti, Titanide che presiede alla Saggezza

Nyx, personificazione della notte, primigenia sorta dal Chaos

Pandora, ricca di molti doni, tanto bella quanto superficiale

Si vede un gruppetto di donne di schiena, sedute attorno ad un tavolino; parlano tra loro in maniera concitata e davanti hanno vari calici. Una di loro sta sferruzzando. Si alza una delle donne (Meti) e si mette nel mezzo della scena mentre le altre proseguono a bisbigliare tra loro. Va a sedersi ad uno dei tavoli occupati facendosi spazio:

Meti: Gentili signore e signori, come potete vedere – indica un lenzuolo bianco steso a terra – è stato commesso un delitto…ma voi potete bere tranquilli avanti: il vino non è stato avvelenato anzi, è di ottima qualità! Ora qui, assieme, dovremo smascherare il colpevole ma per capire meglio la vicenda, vediamo di che pasta sono fatte le due sospettate: Pandora….tanto bella quanto leggera e irresponsabile. Accumula oggetti e uomini con la medesima…superficialità. Per lei è una vera soddisfazione poter cambiare il suo look, il suo aspetto, le forme del suo corpo, gusti e idee a seconda della moda del momento, a seconda di ciò che piace…agli altri! “Specchio, specchio delle mie brame:sono io la più bella del reame!”…è il suo slogan preferito. Calipso…incantatrice e ammaliatrice. Scostante, infedele, volubile e capricciosa: così l’hanno definita i suoi uomini ma per lei incontrarne, averne uno, significa più che altro avere un appuntamento con se stessa, con le sue profondità e i suoi lati nascosti. Adora giocare e seguire il ritmo delle stagioni…le sue!Difatti dopo poco gli uomini la annoiano, la stancano quindi…li cambia. Ecco qua l’identikit delle nostre sospettate; entrambe avevano messo gli occhi sullo stesso uomo. Ma chi delle due ha seguito maggiormente invidia, gelosia, senso del possesso fino ad arrivare a compiere un delitto…starà a voi cercare di indovinarlo.

(un’altra donna entra dal fondo e si fa spazio accanto alle altre. Indossa una toga e la classica parrucca da giudice)

Diche: Ah! Siete dunque voi! Ancora voi! E sempre per lo stesso motivo, immagino. Ma non si era già risolta la questione? Perché, dunque, mi avete di nuovo convocata? Ho cause ben più importati alle quali presenziare.

Meti: Non è proprio così, qua la cosa si è complicata, s’è aggravata. Rischiamo grosso. Abbiamo pensato che un incontro… formale potesse aiutarci a trovare una soluzione.

Diche: Allora dichiaro riaperto il caso n. 538.972.324.132.768.965 e…che Giustizia sia fatta!Facciamo il punto della situazione dall’ultima volta. Si alzino in piedi le imputate! Tu (indicando Pandora), non è forse vero che avevi sedotto il qui…assente con premeditazione dopo una seduta presso il reparto di chirurgia estetica? E tu (indicando Calipso), non è altrettanto vero che oramai te n’eri stancata e avevi dichiarato di aver già fatto… il cambio di stagione?

Pandora:Mi oppongo! La mia non è stata premeditazione, è stato un colpo di fulmine. Io me ne sono innamorata. lui piaceva a tutte, mi ero informata.

Calipso: Amore! Che parola….troppo grande per chi non ne conosce il significato. Da te è stato attratto solo per il tuo involucro appariscente, ben modellato, su misura proprio perché non hai altro da offrire. Cos’è? Sei arrivata a una quinta ora? (dice questa frase rivolgendo uno sguardo sprezzante alla maglia decisamente scollata dell’altra)

Pandora: Chi disprezza compra! E poi…parli proprio tu che sei notoriamente volubile e capricciosa. Se ti scaldi tanto è solo per invidia!

Eris piomba nel mezzo a passi decisi facendosi largo e sedendosi su una sedia libera….

Eris: Invidia? Chi mi ha nominato? Oh, eccole, care amiche! Di che si sta discutendo? Non ditemi che si sta parlando ancora di lui… (guardando dritto negli occhi prima Calipso e poi Pandora) …meno male che ve ne siete liberate entrambe. Era solo un dongiovanni da strapazzo. Non te l’ho detto prima, cara Calipso, ma quando stava ancora con te l’ho visto fare gli occhi dolci…a lei. Li ho incontrati con in mano l’aperitivo del momento fuori dal locale più inn del centro. Ma, appunto, anch’io avevo capito che avevi diretto altrove le tue attenzioni…

Calipso: Ecco, lo sapevo che ci uscivi quando stavamo ancora assieme! Meschina! Perfida!

Pandora: Assieme! Che parola grossa per una come te che pensa solo a sondare se stessa, le sue…profondità! Tu non ci stavi assieme, lo usavi e basta.

Eris: ….poi però mi era sembrato di averlo visto in compagnia di una rossa, alta, sinuosa, seducente….quindi ero certa che questa storia fosse finita per entrambe. “Tra le due litiganti la terza gode” mi ero detta. Ma evidentemente mi sono sbagliata. Forse era solo sua cugina o forse…non era nemmeno lui. Mah!

Diche: Ah! Bene, bene….particolare che avete entrambe omesso nelle vostre deposizioni: il lui in oggetto aveva quindi intrapreso una nuova relazione e…voi lo sapevate! Avevate quindi, entrambe, un motivo per essere gelose. Sia messo agli atti: abbiamo il movente.

A questo punto Pandora e Calipso cominciano a girare tra i tavoli dei commensali e sedersi. Pandora chiede a vari uomini se amano più le bionde, le rosse o le brune e, a seconda della risposta, estrae da un grande vaso una parrucca di quel colore, poi chiede se preferiscono il vino bianco o quello rosso e si comporta allo stesso modo cambiando idea in continuazione a seconda delle preferenze della gente interpellata. Calipso invece interloquisce con le donne coinvolgendole nella sua teoria “filosofica” sostenendo che gli uomini sono immobili, fossili, non sanno cambiare e vogliono murarla viva in quella parte di lei che hanno scelto: o amante passionale e insaziabile o compagna affettuosa e affidabile, senza possibilità di variazione sul tema.

Pandora: Comunque, Vostro Onore, a mia discolpa posso dire che è stata tutta colpa di Nyx. Noi stavamo soltanto bevendo qualcosa assieme, è stata lei ad avvolgerci col suo mantello nero. Galeotto fu il mantello e chi lo cucì!

Diche: Chiamo quindi al banco dei testimoni Nyx!

Nyx  Vostro Onore, che idiozia! Io non ho alcuna colpa né merito in questa faccenda, non sono affatto complice, di questa tresca non ne so niente. E poi, io neanche l’ho mai visto, non so nemmeno com’era fatto costui (indicando il lenzuolo).

Pandora: con aria trasognata-: Ah….biondo,capelli lunghi, occhi azzurri e barba un po’ incolta…direi la fotocopia di Brad Pitt, che va assai di moda ultimamente!

Calipso (all’unisono) : castano, occhi profondi….direi la fotocopia di Tom, Cruise ovviamente non il cane della vicina, e anche lui ha fatto il cambio di stagione di recente, si è separato!

Tutte le altre (assieme) : Eh? Ma siete sicure di parlare dello stesso uomo?

Pandora e Calipso: Ma certo, che domanda! Lo conoscevamo tutte, era da tempo che frequentavamo gli stessi giri!

Diche: La faccenda sembra complicata dunque si chiamino le prossime testimoni anzi, chiediamo aiuto al pubblico qui presente. Lei, signora, se non è troppo debole di stomaco, vorrebbe venire a scoprire un pochino il lenzuolo e dire a tutti i presenti se il morto assomigliava più a Brad Pitt o a Tom Cruise? (Il morto indossa una maschera di Brad Pitt o una parrucca bionda).

Diche: Per dissipare ogni dubbio sentiamo ora anche un parere maschile; lei signore dia pure un sorso al suo bicchiere e guardi sotto al lenzuolo. Non si preoccupi, il cadavere non puzza ancora! (Il morto indossa ora una maschera di Tom Cruise o indossa una parrucca castana e i RayBan).

Meti: Bell’enigma, vero? Si direbbe un giallo nel giallo. Chi è veramente il morto? E quale delle due indagate ha commesso l’omicidio? Pandora? Calipso? O qualcun’altra delle divine che partecipano alla seduta: Eris? Da sempre conosciuta per la sua capacità di mettere zizzania, per la sua brama e soddisfazione nel vedere le amicizie crollare, le società fallire, le unioni sgretolarsi come castelli di sabbia sotto il peso dell’invidia. Penfredo? Forse arrivata al punto in cui dell’amore si conserva e culla solo il ricordo e si diventa invidiosi di chi invece lo accarezza? Nyx? Da sempre solo spettatrice involontaria – mai protagonista- di rabbie e gelosie, affettuose effusioni, misfatti, complotti e tradimenti, segrete riunioni e subdole macchinazioni? A questo punto però, dopo averle conosciute un pochino vi sarete fatti un’idea quindi…la giuria si esprima! Vengono consegnati dei foglietti (uno per tavolo) sui quali gli ospiti scriveranno il nome della “condannata” e chi, secondo loro, è il cadavere. Dopo averli raccolti…

Alacomenea: Vostro Onore, quel che posso dire al riguardo è che il lui in questione ha sempre avuto con tutte un ruolo da protagonista: appariva, scompariva, seduceva. A volte tenero e premuroso, altre scontroso o voluttuoso, altre ancora sfuggente o inafferabile. Con nessuna mai si è mostrato allo stesso modo. Con ciascuna è stato diverso. Ed è sempre stato lui a scegliere: a ben poco sarebbero servite le trasformazioni di qualcuna, le pozioni di qualche altra, le pietanze di gourmet di altra ancora per tentare di accaparrarselo A ben poco i viaggi di questa o quella per tentare di raggiungerlo se lui non avesse deciso di farsi prendere. Era lui per primo a trasformarsi continuamente, a prendere nuove identità per confondere tutte noi; era un camaleontico, un eclettico. E in fondo, proprio per questo a tutte piaceva e a ciascuna dava qualcosa di diverso. E tutte, a modo nostro, l’abbiamo ricambiato. In fondo, la sua, era un’arte.

Diche: Con ciascuna? Questo significa che egli ha soggiaciuto, si è… unito con ognuna delle qui presenti? (gli sguardi delle donne presenti si interrogano vicendevolmente con aria smarrita e stupefatta)

Atropo: Ma sì Vostro Onore, sempre la stessa storia! “L’erba del vicino è sempre più verde”. Sono millenni che andiamo avanti così. Tutte se lo contendono: e tira di qua e tira di là…poi però nessuna lo vuole, il gioco va oltre e non sanno venirne fuori. Allora assieme, ma senza saperlo, chiedono sia messa fine alla bagarre e tolto di mezzo il pomo della discordia! Io ho solo ascoltato – e messo in pratica – un desiderio comune. Sono o non sono colei che fa giustizia recidendo il filo?

Diche: Si può quindi concludere affermando che sono tutte, per così dire…innocenti non avendo commesso direttamente alcun reato ma avendo soltanto invocato GIUSTIZIA. Lei stessa poi ha interpretato solo il ruolo che le è stato affidato dalla Corte Suprema perciò… non c’è nessuna da condannare. Dichiaro chiusa definitivamente la seduta n. 538.972.324.132.768.965-

Calipso (con un tono sardonico): C’è però ancora da dire che lui aveva fatto il suo tempo: continuare a permettergli di essere lui a scegliere era un’idiozia. Ormai era aritmico, arrivava al suo traguardo in una corsa solitaria e…breve. Non era più nemmeno in grado di stare al passo, di seguire le stagioni, poi!

Pandora: Già, volevo giusto consigliargli una capatina in quella clinica miracolosa, quella che va di moda adesso: una ringiovanita, qualche ritocchino. Una manciata di anabolizzanti, qualche goccia di ricostituenti ma soprattutto di rinvigorenti non gli avrebbero fatto male!

Pandora e Calipso si girano verso il lenzuolo steso a terra e lo scostano un tantino. Dal lenzuolo s’intravedono a questo punto la faccia rugosa e i capelli bianchi del morto

Calipso e Pandora: Già, a guardarlo bene…non era mica poi così bello.

Pandora: Ma tu, perchè l’hai voluto? Cosa ci trovavi? Non dirmi che lui ti faceva arrivare così in alto da farti praticare uno sport estremo!

Calipso: Ma no! Io lo volevo tenere solo perchè continuava a guardare dentro la tua scollatura, le tue tette giganti e siliconate. E tu?

Pandora: Io perchè era tuo e se tu ce l’avevi…dovevo averlo anch’io. Adoro collezionare oggetti alla moda.

Atropo: Ripeto: sempre la stessa storia! Non offenderti ma…quando ci sei di mezzo tu, Pandora, è sempre una catastrofe! Però, tra consigliargli una terapia rinvigorente ed eliminarlo…non si poteva trovare una soluzione meno… definitiva? Ma ora? Mi dite che ne facciamo di questo filo che mi avete chiesto di recidere, di questo… cadavere? E poi…chi glielo dice a Lachesi che abbiamo tagliato il filo col quale si stava facendo le tendine nuove per la cucina? (tutte si girano verso la donna che stava sferruzzando. Si vede il filo che parte dal lenzuolo e che, invece di giungere alla matassa, penzola a mezz’aria)

Artemide: Soprattutto, sarà anche vero che era un po’ invecchiato e che spesso sbagliava mira ma…vi immaginate un’eternità senza di lui? E’ vero, a volte ci ha fatto incazzare, a volte anche soffrire ma sempre di Amore si trattava. In più, diciamocelo, non riusciremmo a stare senza inventarci qualche nuova pozione, senza organizzare qualche nuovo viaggio per raggiungerlo, senza avere l’illusione di poter sedurlo o il gusto di esserci riuscite. E… come faremmo senza questi appuntamenti tra noi? Arrivate nel terzo millennio, siamo tutte così impegnate in mille faccende, mille occupazioni che risolvere queste beghe amorose è più una scusa per vederci e bere un bicchiere assieme che un vero problema.

Tutte le altre (posando lo sguardo sul corpo morto): Già, che noia e… che Chaos! Ora come rimediamo?

Diche: Una soluzione ci sarebbe…..

Tutte: Su, parla!

Diche: Andiamo tutte assieme dal boss, dal Grande Capo, ammettiamo il nostro errore e gli chiediamo di rimettere Ordine al Chaos, di cancellare il nostro sbaglio facendo tornare… tutto come prima. Lo sapete che dovremmo promettergli di non ammazzarlo più, vero? Incrociando le dita dietro la schiena, come… le altre volte! (risata) Se poi gli portiamo una bottiglia di questo nettare di vino…

Calipso: …divino, vorrai dire!

Nike: Mi sembra di aver già sentito questa cosa. Questa sarebbe la….a che numero siamo arrivate? Quante volte l’abbiamo fatto fuori e quante già resuscitato?

Tutte assieme scoppiano a ridere.

Meti: Di buono c’è che il Grande Capo assieme al fatto, all’omicidio, cancella anche la memoria di esso fino alla fine del gioco e fino… alla prossima volta!

Pandora: Sì, però…visto che in questo millennio hanno inventato quegli….”aiutini”, che ne dite se facciamo una colletta e gli regaliamo….qualche anno di meno? Mi sono informata e so che la tendenza sta cambiando: fra poco torneranno di moda quelli con un fisico…da dio! (iniziando a girare tra i tavoli con un piattino)…e sono certa che ci aiuterà anche qualche signora tra il pubblico!

Tutte assieme ( in una fragorosa risata) : Tutto è bene ciò che finisce bene! (guardando ancora Eros e facendo tintinnare i bicchieri): A presto, Amore mio!

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RACCONTO EROTICO (PIU’ O MENO)

di G.D.

 

Il campanello suonò; Harmony si alzò pigramente e andò ad aprire: adagiato sullo zerbino, un vassoio della più nota pasticceria della città. Tornò in cucina e strappò la carta che lo avvolgeva: all’interno una torta Saint Honorè ed un biglietto “So che saprai farne buon uso. A stasera”.

Al solo pensiero di una sua visita Harmony si sentì eccitata ma tornò a sedersi fintanto che il battito del suo cuore riprese ad essere normale.

Alle 21 sentì girare la chiave nella toppa; lui entrò nel salone rischiarato appena da un abat jour e non la vide. Lo stereo emetteva quasi impercettibilmente le note di un banale cd di canzoni d’amore e, nell’aria, si diffondeva il profumo di incensi e candele sparse qua e là. L’uomo si avvicinò al tavolo ricoperto da un lenzuolo di seta rosso amaranto, lo annusò e riconobbe il profumo di lei.

Harmony gli arrivò alle spalle, sornionamente, e con un gesto deciso ma sensuale lo fece sedere sul tavolo poi, pian piano, lo svestì completamente. Con i suoi lunghi capelli biondi dai riflessi dorati gli accarezzo le braccia, il petto, le gambe ripercorrendo nuovamente quel corpo nudo e visibilmente eccitato con la punta della lingua. Con due dita fece cadere una spallina della sua sottoveste rosso amaranto lasciando scoprire le spalle e un seno sodo ed abbronzato. Il cd smise di suonare, Harmony si piegò in avanti…

 

Finale A) “Per gioco o per vendetta”… afferrando con entrambe le mani…la torta Saint Honorè nascosta sotto il tavolo! A quel punto le luci si accesero improvvisamente e gli amici, quelli di Harmony, con tanto di cappellini a punta e trombette, intonarono un corale “Tanti auguri a te!”. Chissà se quel giorno era davvero il compleanno di lui.

Finale B) “Stile Harmony”…e lo baciò con passione. Con la panna della torta Saint Honorè nascosta sotto il tavolo, si cosparse il corpo abbronzato e si offrì alla sua bocca fino a raggiungere un orgasmo intenso come non ne aveva mai provati. Infine si distese sopra di lui; i loro corpi si unirono e furono scossi da fremiti convulsi per poi addormentarsi sulle lenzuola di seta rosso amaranto: una distesa di fragole con la panna.

Finale C) “Studi sociali” …e, da sotto il tavolo, estrasse un quadernetto e una penna.

“Ma tu, oltre a fare il cascamorto con qualsiasi ragazza ti capiti davanti ed inviarle una scontatissima torta con la quale speri di fare una scontatissima sveltina per poi scomparire nel nulla….hai anche qualche altro genere di pensiero? Quanti soldi spendi ogni mese in quella pasticceria? Hai mai provato a fare una tabella exel o un grafico per stabilire la percentuale delle donne che si fanno abbindolare e te la mollano e di quante invece si mangiano la torta alla tua salute? Pensi che siano più le “entrate” o le uscite? Sai, sono una studentessa al terzo anno di psicologia e mi hai offerto un’ottima occasione per stilare la mia tesi di laurea…spero vorrai cortesemente rispondere alle mie domande”.

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IL TUO PROBLEMA 

di V

 

Padre: “Lo sai qual è il tuo problema?”

Lei: “Non credo, no.”

P: “Cosa?”

L: “Dico: non credo.”

P: “Ho capito che non credi, ma non credi cosa? Non ho ancora detto niente, come fai già a dire che non credi?”

L: “Tu mi hai chiesto «Lo sai qual è il tuo problema?» e ho risposto «Non credo», papà, non credo di sapere quale sia il mio problema. Questo, papà, non credo.”

P: “Ah, questo.”

L: “Questo, sì.”

P: “Bene.”

L: …

P: …

L: “Papà?”

P: “Sì, cara.”

L: “Qual è il mio problema?”

P: “Eh!”

L: “Eh, già.”

P: …

L: …

P: “No, dicevo: lo sai qual è il tuo problema?”

L: “Qual è il mio problema, papa?”

P: “Il tuo problema è che non ti sai divertire.”

L: “Chissà perché, papa, chissà perché…”

P: “No, perché, sai, è strano. Alla tua età, e anche una bella ragazza, tutto sommato. Con qualche difetto, questo sì, ma tutto sommato…”

L: “Già, anch’io pensavo, tutto sommato…”

P: “Perché sai che cosa facevamo alla tua età io e tua madre?”

L: “Non credo, no.”

P: “Cosa?”

L: “Dico: non credo di sapere, papa. Non credo neanche di voler sapere, a voler essere del tutto onesti.”

P: “Ma sapere cosa? Se non sai nulla! Eh! Neanche te lo immagini, quello che facevamo…”

L: “Grazie, ma sai, vorrei continuare a non…”

P: “Perché alla tua età, tua madre non aveva ancora 15 anni!”

L: “Lo immagino, sì.”

P: “Cosa?”

L: “Dico, lo immagino che alla mia età mia madre avesse la mia età.”

P: “Proprio la tua età, sì! E com’era bella! Lei sì, che era bella… Anche se, a volerla dire tutta, era meno bella di sua sorella. Ed era meno bella anche della signora Carla, qui, della casa di fronte. Anche se allora non era la signora Carla, era solo la Carla della casa di fronte. Eh, la Carla, lei sì che era bella!”

L: “Non vorrai dirglielo.”

P: “Cosa?”

L: “Dico: non vorrai dirlo alla mamma che era meno bella di tutte queste persone.”

P: “Oh be’ ma anche lei, sai, non era male, tutto sommato.”

L: “Tutto sommato…”

P: “Tutto sommato, sì, non era niente male! Anzi, non mancava chi l’avrebbe chiamata bella! E anch’io, dai, sì, anch’io posso dire che era bella! Anche se. Meno bella di sua sorella.”

L: “E della Carla.”

P: “Chi?”

L: “Dico: era meno bella della signora Carla.”

P: “Eh, ma la Carla, cara mia, dici poco! La Carla venivano a vederla fin da Carugate, la domenica, e da Bollate, e da Cassinetta di Lugagnano!”

L: “Addirittura.”

P: “Eh! Lo sai fin da dove sono arrivati per vederla?”

L: “Non credo, no.”

P: “Cosa?”

L: “Dico: non credo di sapere da dove venivano per vedere la Carla.”

P: “Be’, lo so bene che non lo sai!”

L: “Papà?”

P: Sì, cara”

L: “Da dove venivano per vedere la Carla?”

P: “Una domenica sono scesi fin dal Lago Maggiore! Fin da Luino son scesi!”

L: “Niente meno.”

P: “Perché era molto bella, sai, davvero una bellezza… Lo sai qual è il tuo problema?”

L: “No, papà, dimmi, qual è il mio problema?”

P: “Il tuo problema è che non ti sai divertire come ci divertivamo alla tua età io e la Carla…”

 

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SCOLIOSI

di V

 

Rimango sdraiata sul fianco, dandogli la schiena. Mi immagino quello che sta guardando: la mia schiena scoliotica (quattro anni di sofferenze infilzata dentro al bustino ortopedico e nessun miglioramento, checché ne dica la mamma), e in fondo alla schiena le mie mutande di cotone bianco, pure bucate. Le mie peggiori, se si escludono quelle delle Winx, che comunque ora non mi entrano neanche più, l’ultima volta mi hanno lasciato due solchi di pizzo nella carne per quasi una settimana.

Per un attimo cerco di credere a quello che dicono, che ai maschi in verità non frega niente della biancheria, Perché tanto quella si toglie subito, dicono. Così dicono, ma non so se si riferiscono anche alle mutande di cotone bianco, bucate.

Chissene frega, penso, tutto sommato a lui va meglio che a me, che me ne sto sdraiata sul fianco a due centimetri dal muro, e sono costretta a leggere le oscenità incise nell’intonaco, neanche fossimo all’interno di un cesso per maschi. Ho sentito che il cervello non può fare a meno di leggere una parola scritta, è proprio una cosa automatica, per quanto uno sforza e dice “Non lo voglio leggere, non lo voglio leggere, non lo voglio leggere!”, quello ZAC!, se lo legge lo stesso.

Le parole ti entrano dentro senza che neanche te ne accordi, peggio di un virus.

Lui non si è cercato di scusare per queste parole incise sul muro, non ha buttato lì nessuna spiegazione, né ha mostrato il minimo imbarazzo. Sono pur sempre una femmina, per quanto con la schiena scoliotica e le mutande bucate, una femmina mezza nuda nel suo letto, che a giudicare da qualche dettaglio non deve averne viste poi molte.

Le scritte sul muro, immagino, non si trovano adesso in cima alla lista delle cose imbarazzanti, per l’amico qui accanto.

“Non capisco cosa mi sia capitato.” dice, con la voce di chi ha provato la frase a lungo tra sé e sé. “Di solito…be’, non so, non mi è mai successo!”

Mi tocca con un dito in mezzo alla schiena, nel punto in cui la colonna fa quella curva innaturale, per via della scoliosi.

Perché i maschi sono convinti che questa frase ci faccia sentire in qualche modo meglio?

 

Quando la dottoressa della scuola mi ha chiamata per quel discorsetto ci ha tenuto a specificarlo. Precoce. Così mi ha detto, sei una ragazzina precoce.

Non ho capito se intendeva precoce per essere una che ha la scoliosi. Magari si pensa che noi un po’ storti dobbiamo fare l’amore per la prima volta a 32 anni, o giù di lì. Non ho capito neanche se lo diceva preoccupata, o disgustata, o magari un po’ invidiosa. Lei la schiena ce l’aveva bella dritta, comunque, di sicuro 32 anni non li ha dovuti aspettare. Forse non lo diceva né preoccupata né disgustata né invidiosa. Forse lo diceva solo perché era così, un dato statisticamente rilevante, un pallino un po’ staccato dagli altri pallini affollati attorno alla media.

Precoce, va bene, me lo prendo.

Meglio di zoccola, comunque, precoce mi va bene.

Non che io volessi vincere un qualche record, comunque, quello gliel’ho pure detto. Né sono un’assatanata, o una che deve dimostrare chissà cosa.

Sono una quattordicenne scoliotica precoce, a cui è capitato di fare l’amore un po’ prima che alle altre e che ora se ne sta piantata lì, in un puntino parecchio scostato dalla media.

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DISTANZA

di PaM

 

 

Il programma sta appeso in bella evidenza nella bacheca al piano terra. Corso per la sicurezza dei lavoratori ore 9.00 – 13.00. Con un pennarello giallo qualcuno ha sottolineato la parola sicurezza.  Lei prende dalla sua scrivania un blocco di carta per gli appunti e una bottiglietta d’acqua.  Dal suo ufficio al secondo piano prende l’ascensore per il quinto, e arriva nella sala riunioni già affollata a cinque minuti dall’inizio. Prende posto in quinta fila, in un sottile equilibrio tra offrirsi e chiudersi. Ha il vestito bianco e nero a pie de poule, calze chiare, e scarpe nere. La sala è piena, brusio di chiacchere, di spalle arriva il relatore, strette di mano ai dirigenti seduti in prima fila, sale sulla pedana. Lei lo guarda mentre prende il microfono e con voce calma e sicura inizia a parlare. La valutazione del rischio, lei scrive sul blocco il titolo. L’uomo scorre lo sguardo sulle file davanti, si ferma un istante su di lei,  compie un largo raggio sulla platea, stacca e abbassa gli occhi, e quando li rialza, ritorna ancora a lei.
Lei si distoglie sulle spalle davanti, un’infilata di completi blu, camicie a righe, golfini beige di colleghi e colleghe. A otto metri di distanza la pedana, il microfono. Lo spazio prima solo un diaframma di sedie rosse, moquette, e schiene, ora cambia. Una sostanza trasparente, elastica riempie la traiettoria dal relatore a lei, i loro sguardi ritornano dopo voli incrociati a diagonali. L’aria cambia, lei la sente premere leggera sul vestito all’altezza dei seni.  Ogni volta che un oggetto del desiderio appare e inizia a fare posto dentro di lei, è distante. Non importa se a qualche metro, due sedie in là al bar o a chilometri virtuali in rete, il desiderio per lei è una geometria tracciata con righe sottili di matita, frange o raggi che arrivano a lei da un punto lontano.
L’uomo si scusa, vuol essere alla mano, chiede se può togliere la giacca. Un bel sorriso aperto. I presenti annuiscono. Si sfila la giacca e l’appoggia alla sedia dietro il lungo tavolo dei relatori. Con gesto automatico, continuando a parlare della valutazione del rischio, si arrotola le maniche della camicia bianca appena sotto al gomito. Lei guarda le braccia nude dell’uomo e la peluria leggera che compare. Il margine del confine tra lei e l’oggetto si restringe.  Abbassa gli occhi, inizia a desiderare, e tutto quello che, a poco a poco,  tra lei e quell’uomo potrebbe diventare il gioco della distanza, con scarti improvvisi e allontanamenti, fino a un vicino inaudito, è  lì davanti, come una materia che preme tra i seni. Le braccia nude sono a pochi metri, lei guarda  l’orologio grande e piatto che l’uomo indossa, il polso le dà un senso di forza determinata, capace di fare, stringere, che per il  momento resta una promessa.

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Considerazioni sull’Eros

di Donata Milazzi

 

 

Non c’è nulla di più erotico della mente umana.

Nulla può essere paragonata all’eccitazione provocata da quel pensiero improvviso, fulmineo che istantaneamente fa scattare in te quel certo non so che, quella frenesia che inizia a ribollirti sotto pelle, quel fiume in piena d’emozioni e di voglie tanto forti da diventare incontenibili.

Senza la mente la sessualità si ridurrebbe ad un mero esercizio fisico, è la mente che fa la differenza. La mente ti fa immaginare gli atti più carnali, ti toglie ogni freno inibitore, ti prende per mano e ti scaraventa nell’eros più sfrenato.

E’ la mente che di soppiatto ti fa eccitare nei luoghi più imprevedibili, che tu sia in chiesa o in autobus per lei non fa differenza, quando lo decide, ignorando ogni tua ritrosia o rimostranza, ti imprigiona, ti colpisce a tradimento e all’improvviso tutti i tuoi pensieri prendono un’unica direzione.

Frasi, immagini, suoni, tutto concorre ad aumentare il desiderio, fino a quando diventa talmente insopprimibile che ti arrendi.

Quello è il momento più bello.

Impaziente trovi il tuo rifugio privato e lì ti spogli frettolosamente, con le mani che tremano dall’emozione, il cuore che batte furiosamente nel petto e il fiato che si spezza quasi avessi corso le mille miglia.

Le mani, collegate con un filo diretto al cervello, iniziano a muoversi da sole sul tuo corpo, ad accarezzare carne bollente ed in quel preciso istante il mondo esterno termina d’esistere, ogni pena e tradimento è dimenticato.

Se la morte ti cogliesse in quel preciso istante, tu moriresti felice.

 

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RITO

di PaM

 

Un divoratore va su e giù nella sua tana, scuro. Da un po’ di tempo le prede si sono fatte esigenti, non accettano docili. Inaudito, pensa. Una vittima è debole, tace, si piega, e niente altro. Una volta caduta, la assaggia piano, sembra quasi un gioco, e l’incertezza la rende molle, aperta.

Non ama sbranarla tutto in una volta, procede lento, facendo pause in cui resta accanto, premendola a sé. Poi riprende in un crescendo di afffondi sempre più forti, ma ritarda l’epilogo. L’atto in sé è più importante, il progressivo cedere e inondare la materia bianca e rossa che tiene serrata.

Le vittime devono rinunciare alla loro essenza vitale e offrirla a lui. In fondo ciò che attira un divoratore è proprio la passività, in cui la vittima può scendere  fino ad annichilirsi. Prova una sorda invidia perchè le vittime, nel consegnare se stesse, perdono il confine e sfiorano l’infinito, mentre lui rimane al di qua, sul ciglio solido ad agitare come una bandiera la sua forza. Ha sempre pensato che lo sbrano è una cerimonia, e una morte per quanto piccola non è una festa con l’albero della cuccagna.  Amareggiato continua ad andare su e giù nella tana. Ormai non c’è più una vera anima sacrificale nelle prede, pensa. Il piacere di essere sbranate è “naturale” dicono, spetta alla pari. A lui non importa la “natura ”, lui vuole  una celebrazione, mettere ben stesa la vittima, legarla con i fili secchi sparsi nella tana, e con gesti lenti avanzare nel rito del pasto. Niente di più lontano dal soddisfare schietto e semplice una fame. E nella scena ci aggiunge  una bella musica sacra e nastri di seta colorati.

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SEI E MEZZA O SEI E TRE QUARTI ?

 

di Collettivo Master Temper

 

 “Ecco: e la limetta non ce l’ho!” Patrizia richiuse il computer con lento disappunto. Le sue dita erano al solito naturalmente perfette a eccezione dell’anulare della mano sinistra la cui unghia si era spezzata. Un segno? Patrizia aveva appena inviato l’e-mail collettiva ai compagni del corso di scrittura creativa intimandoli di essere puntuali e di mandare i loro lavori per il blog. L’altoparlante annunciò l’imbarco immediato per Istanbul e lei, aggiustandosi i capelli con aria soddisfatta, si avviò al gate.

Qualche minuto dopo, sistemata sulla poltrona vicina al finestrino, si chiese se il messaggio da lei allestito al Kubo sarebbe stato colto dal gruppo. No di certo da Corrado, troppo impegnato a segnare note misteriose nel suo quaderno rosso. Neanche da Grazia, abituata ad affidare le sue “fumose” intuizioni a una sigaretta. Se avessero letto Maigret… Ma non era il caso adesso di pensare a quelli rimasti. Di Orhan invece poteva fidarsi: se lui le aveva scritto che Elena si trovava all’hotel Nomade non c’era motivo di dubitare. Lui l’avrebbe aiutata a portare a termine la sua missione.

Alle sette suonate, dopo il prolungato aperitivo, gli altri abbandonarono di malavoglia il tepore primaverile della piazzetta per dirigersi nell’umida sede dei loro incontri. “Sicuramente ci starà già aspettando”, disse Corrado accelerando il passo verso la rivetta.

La porta era chiusa. “Strano”, osservò Lorenzo, “di solito a quest’ora è già arrivata.” La consueta aria di cantina li accolse una volta varcata la soglia. “Ecco là: bisognerà appena montare i tavoli”, esclamò seccato Corrado.

“Che ci fanno qui queste city bike?”, chiese stupita Antonella.

“Forse l’associazione, per arrotondare, ha affittato lo spazio come parcheggio-bici all’albergo”, sentenziò Maura saccente.

“Non ci arriveranno mai”, pensò Patrizia a bordo del taxi che attraversava il ponte Galata in direzione Corno d’oro. “Hanno voluto la bicicletta?…” Ma non resisteva: estratto il portatile si collegò per l’ennesima volta al sito dell’associazione. “Niente! Ma cosa mi aspettavo? Ormai li conosco…”

Senza porsi troppe domande, gli altri avevano predisposto il tavolo sui cavalletti tra le biciclette e ora stavano banchettando con le pizze ordinate da Maura e una bottiglia di vino trovata lì. Mancava anche Donata e ciascuno pensò, senza dirlo, che era una fortuna: una bocca in meno con cui dividere le leccornie.

“Andiamo con la scrittura collettiva!”, esclamò trionfante Corrado, quasi sollevato di non dover sottoporre anche Patrizia a quell’odiato esercizio.

“Possiamo finire così?”, chiese Valentina con un sorriso sornione ungendo di pizza il foglio bianco. “Una bomba che uccide tutti!” Le risate riecheggiarono nella piccola e umida sala.

A un cenno di Orhan, Patrizia ebbe conferma che la camera era vuota: Elena probabilmente si stava rilassando in un hammam. “Certo non si è affrettata a visitare Santa Sofia”, si disse Patrizia girando la chiave nella toppa. I suoi piedi nudi attraversarono la soffice moquette fino ad arrivare alla valigia. “L’avrà lasciato qui… non è il tipo da andare in giro con il taccuino.”

Le sue mani frementi rovistarono tra le mutande e la biancheria di Elena. Quando sentì sotto le dita la copertina cartonata del quaderno, le labbra le si distesero in un sorriso raggiante. Eccoli i manoscritti: finalmente poteva inserire quelle storie mancanti nel dannato blog.

Si sedette un attimo a prender fiato. “Adesso mancano solo gli scritti di Maura.”

 

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Sei e mezza

di PaM

 

Sono storta. Non si vede, sembro dritta per via del vestito. La mattina mi alzo e apro l’armadio. Prendo giacca, pantaloni, maglia, quelli che ho messo il giorno prima. La mattina dopo mi alzo e rifaccio. Sei giorni alla settimana, la domenica esco. Apro l’armadio e guardo. Finisce allo stesso modo.

Dal punto di vista clinico è una nevrosi media, non pianto coltelli in petto a qualcuno neanche in sogno, però la mia analista mi guarda e fuma. Quando esco dallo studio alle sei e mezza, scendo le scale e sento una disperazione quieta, ma non ogni volta. Una discesa simile è da provare. Non è come aver preso un calcio o aver subito un’offesa, eppure c’è un boato muto dentro una scatola di scarpe, se posso usare una metafora. Torno a casa, mi metto i pantaloni e la maglia da casa, che sono sicure, pantofole blu d’inverno, rosse d’estate.

Dà soddisfazione quando guardo passare un trenino di ricordi, davanti alla scrivania dell’analista, e qualche volta piango come alla stazione. Addio cose tradite. Per conto mio ho un obiettivo, riuscire a vestirmi. Metto un vestito a fiori o tinta unita, nelle occasioni importanti, un conpleanno un battesimo, ma capitano di rado e proprio per la loro eccezionalità non contano. Finita la parentesi, ripongo l’abito bello nell’armadio, e mi rimetto la divisa. Non guardo altro.

Questo è essere storta. Se qualcuno vi offende sempre ogni giorno, e un giorno al mese è gentile, per voi vale?

 

 

 

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3 Responsesto “master Temper”

  1. corrado premuda ha detto:

    i testi teatrali/radiofonici mi piacciono molto

  2. corrado premuda ha detto:

    Messaggio per gli autori di questi testi: siete fortissimi! Bravi… clap clap clap!!!

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