IL TEMPERAMATITE 3 incontro N. 3

IL TEMPERAMATITE 3 incontro N. 3

ELENA BASTIANI

Avrebbe capito. Quando avesse conosciuto i fatti avrebbe capito, in fondo era solo per lui che lo faceva.

Il più delle volte.

Prima del sorgere del sole un altro bambino avrebbe trovato la salvezza, nessuna sottana da odorare di nascosto per rubare il segreto di quell’essere donna, nessun rossetto da spalmare sulle labbra nel vano tentativo di assomigliare a quel qualcosa che madre natura non aveva voluto farti essere, nessun abominio di Dio!

La puttana camminava avanti e indietro sulla sua strada, sotto al suo lampione, i fianchi le dondolavano vistosamente come in un pendolo dalla lunga corsa, a destra e a sinistra, fungendo da richiamo amoroso per quei poveri pezzenti che soccombevano a quel nauseabondo ritmo. Aveva una sottoveste di pizzo nero che si intravedeva appena sotto la gonna dai colori chiassosi, le calze però erano di lana scura, logore di mani che le avevano toccate e graffiate avidamente, alla ricerca di quel buco nel quale trovare piacere. Oh il buco c’era sempre. Le puttane avevano freddo e non si toglievano quelle fottute calze neanche per tre sterline, io l’avevo visto succedere tutte le volte. Puttane.

Mia madre non aveva un suo lampione o una sua strada, non aveva neppure le calze col buco da quanto ne so, ma era puttana più di tutte le altre perché lei era sgualdrina dentro. Mi padre, pace all’anima sua, si spaccava la schiena nella neve fino a rimetterci prima le dita dei piedi e dopo la vita, tutto per comprarle l’ultimo capriccio o il cappellino rosa con le frange. Se solo avesse guardato bene nell’armadio, avrebbe visto quanti cappellini rosa con le frange già aveva la “signora”, comperati con ciò che di lurido aveva tra le gambe.

Oh ma la capisco, certo che la capisco, quei cappellini piacevano molto anche a me. Quante volte li ho provati davanti allo specchio arrugginito della sua camera da letto, assieme al rossetto, alle scarpe e alle calze di morbido cotone.

Sono un abominio di Dio, lo so. Mia madre un giorno, vedendomi agghindato e imbellettato quando credevo di esser solo mi ha chiamato puttana, me l’ha urlato sulla faccia così forte, che gli schizzi della sua saliva mi hanno sciolto il trucco ancor prima delle lacrime. Una puttana, quello che ero certo, ma che cosa poteva esserne di me dopo che, per venire al mondo, ero dovuto passare attraverso quella lurida fogna che aveva tra le gambe. Sono nato già sporco e maledetto.

La puttana mi ha visto. Eccola venire verso di me con quel suo stupido dondolio e quel sorriso volgare che riserva ai suoi clienti migliori, pronta ad offrirmi i suoi onerosi servigi. Le ho sorriso di rimando, con quell’espressione che riservo esattamente a quelle come lei, le ho detto che il pizzo che orna la sua bella gonna è uguale a quello che ho visto nelle vetrine di Parigi e che il fiocco che porta tra i capelli dona al suo incarnato una luce meravigliosa. Quante menzogne, mi nauseano ogni volta ma sono necessarie. Lei è arrossita compiaciuta, con una mano ha sfiorato i capelli cercando il fiocco per appuntarselo meglio, mentre con l’altra, inconsapevolmente, sistemava il bustino che il cliente precedente aveva sprimacciato un po’ troppo.

Mi ha seguito senza fiatare, fedele come una cagna in calore. Il vicolo dove l’ho portata è buio e umido, una strada secondaria che nessuno troverebbe il coraggio di percorrere, non di notte almeno. Lei però la conosce bene, ci ha portato giusto ieri sera un giovanotto di primo pelo, tanto giovane da avere forse sei o sette anni più di suo figlio. Magari a lei è piaciuto tanto proprio per questo, l’ho sentita urlare a lungo gemendo sotto le spinte poco performanti del ragazzino. Stanotte però andrà meglio, di sicuro urlerà di più, molto di più.

L’urlo è stato breve e poco intenso, soffocato dal gorgoglio del sangue che le invadeva la gola squarciata. Peccato. Speravo soffrisse di più, ma non era già più nel mondo dei vivi quando le ho aperto il petto, un taglio profondo e netto giù fino all’inguine. Quando poi ho posato il coltello ed ho guardato nuovamente il suo viso, ho visto quei suoi occhi guardarmi con rimprovero, lo stesso sguardo carico di disprezzo che mia madre non mancava mai di rivolgermi. Gliel’ho tolti dalle orbite, solo così ho potuto continuare il mio lavoro.

Ho frugato a lungo con le mani dentro il suo corpo e alla fine l’ho trovato, il suo cuore era caldo ma non pulsava più. Quello dell’ultima puttana invece pulsava ancora quando gliel’ho tolto, era stato bello, quasi poetico. Ciò nonostante me lo sono preso ugualmente, l’avrei bruciato più tardi come gli altri. Con non poco sforzo sono riuscito ad estrarle anche tutto l’intestino, il groviglio di viscere era pesante e scivoloso, ma con molta attenzione sono riuscito a posarglielo sulla spalla. In realtà l’ho sistemato esattamente tra il collo e la spalla, dove avrebbe dovuto tenere la testa del suo bambino la sera, invece di andare a vendere per strada ciò che Dio così generosamente le aveva regalato. Vista da lontano sembrava davvero una madre che dormiva con il suo piccolo al petto, se non si notava il sangue ovviamente.

Prima di andarmene le ho tolto il fiocco che aveva tra i capelli unti e me lo sono infilato nella tasca della del mantello, l’avrei sporcato di sangue se l’avessi messo sotto al mantello. Un piccolo ricordo da inviare alla polizia nella prossima lettera magari, forse così mi crederanno, è necessario che lo facciano. Devono continuare a parlare di me affinché la gente sappia, affinché il figlio di quella puttana sappia, io non sono uno sporco assassino! Seppur sporco e maledetto, sono soltanto un soldato al servizio di Dio! Un purificatore d’anime!

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