IL TEMPERAMATITE 3 incontro n. 4

IL TEMPERAMATITE 3 incontro n. 4

Claudia Solazzi

Una capitale che non è mai in ritardo.

Per un italiano, abituato alle città caotiche e rumorose come Milano, Roma, Napoli o Palermo, dove, per citare una famosa battuta di un film di Roberto Benigni, “la piaga più grande è … il traffico”, arrivare a Vienna in automobile e percorrerla, anche non conoscendola, guidati solamente dalla voce metallica di un navigatore, è una sensazione strana ma piacevole.

L’impressione è che nessuno abbia fretta sebbene tutti corrano frenetici verso la loro meta.

2.000.000 di abitanti.

Ma non è questo il trucco che fa di Vienna una città silenziosa, armoniosa, con un traffico regolare, pochi incidenti e soprattutto pochi clacson che suonano.

Anche nel semplice ma ingegnoso funzionamento dei semafori, dove il giallo si illumina sia per segnalare che sta per venire il momento di fermarsi come altresì quello di ripartire, si percepisce che le regole sono da intendersi come mezzo di facilitazione per una convivenza ottimale e che il rispettarle migliora la qualità della vita di tutti.

Chi ti “corre” dietro, sulle strade circolari a 6 corsie che racchiudono il centro storico ed i distretti costruiti a cavallo del 20° secolo, su macchine che ostentano ricchezza, ti sorprende perché tu, che hai timidamente messo l’indicatore di direzione e sei già rassegnato ad attendere il passaggio di almeno 3 o 4 veicoli prima di poter veramente cambiare corsia, vedi che lui ha frenato e ti lascia passare, forse per superarti pochi metri più in là … ma che importa.

In questa città c’è un posto ed un tempo per ognuno.

Arrivati a destinazione, le cose si fanno più complicate quando uno straniero deve trovare un parcheggio.

Pagare il parcheggio, per noi italiani, è quasi un affronto alla nostra libertà, e l’indifferenza degli ingorghi e del caos che causiamo con la classica sosta di “servizio” all’insegna del “… tanto è solo per un minuto …devo solo… “ è incomprensibile per i viennesi, e non è improbabile che qualche vecchietta, che probabilmente non ha neanche mai preso la patente, si avvicini per farvi sapere, gentilmente, che a Vienna non si può parcheggiare in quel modo.

Sbalordito, allora, il turista così redarguito, comincia ad avventurarsi per la giungla dei cartelli di divieto di sosta che richiedono una padronanza della lingua tedesca non indifferente: solo per sfruttare i parcheggi al massimo. Ecco allora … “da qui … a lì…”, “dalle … alle…”, “dal …al…” che mettono a dura prova la pazienza dei guidatori. Ma forse, grazie a questo sistema, la ricerca di un parcheggio a Vienna è meno stressante e lunga rispetto a qualsiasi città italiana che io conosca.

Trovatolo e pagato, ci si può dedicare alla visita della città, ed un modo molto divertente potrebbe essere quello di fare hop on hop off dai mezzi pubblici.

I tram rossi, che sono silenziosi e puntualissimi, il cui arrivo è annunciato da cartelli elettronici, sulle cui fiancate possiamo vedere disegnate gambe di uomo o donna che quasi mai corrispondono al busto che si vede al finestrino corrispondente, molto caldi d’inverno e freschi d’estate, si fermano senza bisogno che nessuno faccia alcun tipo di segnale.

Ce ne sono di due tipi: quelli moderni, con le porte a livello del marciapiede per permettere l’entrata delle persone invalide, e quelli “storici”  con i gradini altissimi e scomodi. Eppure, c’è una mamma con la carrozzina aperta che viene aiutata a salire. E lo stupore è grande perché … c’è il posto per le carrozzelle con tanto di cinghia per ancorarle; ci sono i quotidiani appesi alle pareti; ci sono le mappe del percorso; c’è un altoparlante che segnala, fermata dopo fermata, il luogo dove ti trovi con tanto di coincidenze con gli altri mezzi pubblici; e il senso civico di un popolo, che non ha perso l’educazione ed il rispetto per il prossimo, trapela dalla voce che annuncia ogni 2 minuti: “si prega di lasciare il posto a sedere ad anziani, invalidi, donne con bambini e a chiunque ne abbia bisogno”.

2.000.000 di persone che si muovono comodamente in una capitale che vive al passo con i tempi, sempre in corsa verso il futuro e che non arriva mai in ritardo per gli ingorghi, neanche del traffico.

 —————————————————

 

Creta vista da un picccolo villaggio
con la sua luna sospesa

di  Elena Valassi

Il mare non è uguale dappertutto, è una grande distesa d’acqua e se nei tuoi ricordi rivivi le immagini dei mari che hai conosciuto, dei mari che hai vissuto, ti sembrano tutti di un blu diverso.

E la luna, anche la luna è sempre così diversa. È sempre lei ma cambia di notte in notte. È piccola, è grande, è lontana, è vicina. Alle volte ti fa venire in mente ricordi belli, altre ti mette addosso una gran malinconia e neanche l’alba riesce a spazzare via quella patina di tristezza dal cuore.

Me la ricordo la luna di casa tua, era una luna d’agosto grande e splendente. Mi faceva vivere di notte, mi richiamava a sé con una voce che arrivava da lontano, da luoghi e da tempi distanti.

Poi spuntava il sole e spazzava via il buio per farmi vedere la città per quella che davvero era. I vicoli stretti, le case basse e bianche che si affacciavano sul mare. E quel mare che io ricordo di un blu così intenso e profondo come solo gli occhi dei neonati sanno essere. C’era sempre un odore di spezie, non le ho mai sapute riconoscere. A me tutto sembrava basilico, qualche volta rosmarino, tutto odorava di mangiare, di un profumo delicato che cambiava quando svoltavi l’angolo e incontravi altre case. Casa tua era alla fine della via vicino ad un albero di avocado, ne ho rubati tanti per farci l’insalata.

Le strade erano polverose ma di quella polvere che hai la sensazione sia pulita e che odori solo di tempo. I piccoli marciapiedi erano consumati, c’era un piccolo ciottolo vicino alla fontana, differente dagli altri, mi fermavo sempre lì e lo calpestavo con il sandalo. Ho sempre pensato fosse messo proprio in quel punto per farti perdere un po’ di tempo, per giocarci con il piede così da poter guardare l’acqua della fontana che sembrava ipnotizzare, e per qualche minuto non pensare più a nulla. Immaginavo quante persone prima di me risalendo quella viuzza stretta avessero provato a saltare su quel ciottolo e vedere se si muovesse, se si rompesse, io qualche volta ho sperato parlasse.

Non avevo mai fretta di arrivare, so che mi avresti sempre aspettata. All’ora di pranzo passavo davanti ad una casa rosa e guardavo dentro le sue finestre basse, chissà se c’è ancora dopo tutti questi anni. Una signora dalla faccia simpatica cucinava sempre peperoni ripieni, pensavo che prima o poi mi avrebbe invitata pranzo. Forse l’avrebbe fatto se fossi passata ancora qualche volta davanti casa sua. Anche i gatti di quella stretta via sentivano l’afa di agosto e oziavano all’ombra. Uno nero in particolare mi piaceva forse perché era l’unico che si faceva accarezzare. Arrivavo con il fiato corto, l’ultimo pezzo di strada era in salita, sembravano eterni quegli ultimi metri, qualche albero ancora e poi casa tua. Il panorama da là era diverso. E quando il sole tramontava il paese era invaso da una luce rossa che faceva sembrare anche il mare in lontananza dello stesso colore. E poi dal cielo faceva capolino la luna, immensa e luminosa. E tutta quella strada fatta per arrivare fino a te sembrava fosse durata una vita intera e l’albero di avocado, i gatti, il ciottolo differente dagli altri. E ancora la polvere, le persone, tutti quegli odori, tutto era distante. C’era stato, l’avevo visto, l’avevo vissuto per arrivare fino a casa, fino a casa tua, ma ora era distante. Non sapevo allora, in quella notte di luna piena, che non ci sarei ritornata mai più.

Share This:

2 Responsesto “IL TEMPERAMATITE 3 incontro n. 4”

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »