IL TEMPERAMATITE 4 –  incontri

IL TEMPERAMATITE 4 – incontri

DAL 16 OTTOBRE RITORNA A TRIESTE IL TEMPERAMATITE

Quarta edizione del corso di scrittura creativa con Corrado Premuda

L’associazione culturale Daydreaming Project organizza a Trieste una nuova edizione, la quarta, del corso di scrittura creativa tenuto da Corrado Premuda. “Il Temperamatite”, dal 16 ottobre, si terrà ogni mercoledì per dieci settimane, dalle 20.00 alle 22.00, allo spazio Metrokubo in via dei Capitelli, vicino all’arco di Riccardo.

La trama, i personaggi, lo stile, la voce narrante, l’ambientazione, ma anche la revisione, la personalizzazione e l’editing: ecco alcuni degli argomenti trattati dal corso tenuto da Corrado Premuda. Scrivere è un atto creativo e insieme una questione di organizzazione. La scrittura nasce da un percorso personale e unico, che attinge all’esperienza, ai sentimenti e al pensiero di un individuo, ma poi la creatività letteraria deve inserirsi all’interno di procedimenti logici forniti di fasi e strutture. L’attività di questo corso di scrittura creativa intende analizzare la complessità del pensiero in un percorso che oscilla tra la parte intuitiva e quella razionale della mente e l’obiettivo principale è quello di offrire gli strumenti per affrontare la stesura di un testo narrativo attraverso la verifica delle fasi e degli elementi che lo costituiscono.

Il laboratorio pratico prevede la stesura di una serie di testi narrativi che verranno pubblicati man mano sul sito Internet dell’associazione DayDreaming Project.

Corrado Premuda, scrittore e giornalista, è autore di libri di narrativa e saggistica, di testi per il teatro e per cataloghi d’arte. Il suo sito è www.corradopremuda.com.

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cappuccetto_rossoIn questi giorni di proposte di leggi francesi contro i lupi per qualche pecora sgozzata, mentre invece si sacrificano migliaia di animali per le feste religiose, io sto dalla parte dei lupi stressati!

Questo è quello che ho scritto nel nostro primo incontro:

CAPPUCCETTI ROSSI

Ecco che ne arriva un’altra! Ma cosa succede in questi boschi?
Una volta qui c’era quiete, noi lupi ce ne stavamo tranquilli, si cacciava un poco, senza esagerare, quel tanto che bastava per campare. Ma adesso basta!
E’ come se ci fossero dei pellegrinaggi di bambine che attraversano questi luoghi, portando derrate alimentari per nonne ormai sicuramente sovrappeso.
E non posso che mangiarle, altrimenti ci farei una figura meschina coi miei compagni, che pure loro hanno un bel daffare a divorare bimbe e nonne.
E sono tutte vestite di rosso…che sia un club?
Comunque questa cosa deve finire: tra nonne stoppose e nipotine iperproteiche, sto ingrassando a vista d’occhio e i miei balzi tendono ormai al penoso.
Corre inoltre voce che alcuni miei compagni siano stati trucidati da cacciatori balzati fuori all’improvviso, che hanno loro squarciato la pancia, salvando nonne e nipotine.
Ma una volta non si salvava capra e cavoli?
Il mio cuore piange per loro, ma, mi chiedo, le masticano almeno prima di ingoiarle?

Sandro Pecchiari

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Ecco qui un altro frutto del nostro primo incontro:

ape-1L’ape e il sonno

La piccola ape non aveva più sonno. Era da un po’ di tempo che non lo trovava più, e il suo ronzare gaio iniziava a risentirne, suonando sempre più spento e grigio.
Chiese consiglio all’amica vespa, che senza indugio le disse: “Il tuo sonno si sarà allontanato qui nel campo: chiedi agli altri animali se l’hanno visto”.
L’ape andò pertanto, dopo un’ulteriore notte insonne, a trovare la cavalletta. “Hai visto il mio sonno?”
“No, negli ultimi giorni ho saltato sempre e non ho avuto tempo di guardarmi attorno”.
“Ah, beh, grazie.”
L’ape proseguì il viaggio nel campo e chiese aiuto al lombrico: “Hai forse visto il mio sonno?”
“No, io scavo sempre sottoterra e lì c’è sempre buio, anche se gli fossi passato vicino non l’avrei visto.”
“Ah, beh, grazie.”
La piccola ape continuò il suo viaggio nel grande mondo del campo, e vista la formica le chiese: “Hai per caso visto il mio sonno?”
“Ho da costruire mille cose e da spostarne altre cento, non ho tempo per guardarmi attorno! Se non ti spiace, ora devo proseguire!”
“Ah, beh, grazie.”
L’ape incontrò poi la sgargiante farfalla. “Hai visto il mio sonno?”
“Ah, io no, ho passato tutto il giorno a guardare i miei bei colori riflessi nello stagno”
“Ah, beh, grazie.”
La piccola ape, un po’ stanca, un po’ delusa, ritornò a casa. Mangiò una merendina, giocò un po’, poi andò verso il suo lettino, incerta sul da farsi.
E lì ritrovò il suo sonno, soffice, caldo e sereno.
Perché come ben sapete, miei piccoli lettori, le cose a noi più care e preziose non dobbiamo cercarle altrove. Spesso sono vicino a noi, magari non le vediamo subito, ma sanno aspettarci con affetto e pazienza.

Marco M. 

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i-quattro-figli-di-horus-t9850La storia di Livia.

In un paese lontano da qui, viveva una donna terribilmente egoista che aveva partorito 4 figli. Tre di questi erano maschi. Una volta cresciuti, nessuno di questi aveva avuto il coraggio di abbandonare la casa materna. L’ultima arrivata era una femmina bella come il sole ed intelligente che si chiamava Livia. All’ età di vent’anni aveva lasciato la casa della madre per andare in sposa ad un uomo molto più anziano di lei. Dal matrimonio era nata una bimba. Il matrimonio di Livia non durò che pochi anni. Il marito morì lasciando lei e la figlia sole al mondo. Livia decise di affrontare una nuova vita e per niente impaurita dalle difficoltà che avrebbe affrontato, fece una valigia delle loro poche cose e s’imbarcò verso un nuovo paese. Durante il viaggio conobbe molte persone disposte ad aiutarla ma fu saggia e non si fece abbagliare da facili realtà e, arrivata a destino, trovò un lavoro per mantenere lei e la sua bimba. Nel frattempo la sua mamma si era ammalata e aveva chiesto ai figli di rintracciare Livia e di farla tornare a casa da lei. Livia, che comunque era sempre stata ubbidiente e sapeva perdonare, si rimise in viaggio per andare a trovare la mamma.
Una volta al suo capezzale la mamma le chiese perdono per il suo comportamento egoistico e per farsi perdonare le regalò tutte le sue ricchezze.

Didì.

Donatello Dapelo

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La Regina

“Una regina si ammalò. Consultò tutti i medici del reame, ma nessuno seppe  aiutarla. La regina era sempre più triste, non parlava più con nessuno e trascorreva le  sue giornate al buio. Un giorno venne a farle visita una sua vecchia amica che non vedeva da molti  anni.  Rimasero ore e ore a parlare e alla fine pensò che la sua amica era  semplicemente riuscita a capire ciò di cui aveva bisogno per essere felice. Lei  al contrario no: aveva vissuto la vita di qualcun altro, facendo sempre la cosa  più prevedibile per non deludere le aspettative degli altri. E tutt’ un tratto  si sentì finalmente libera, uscì in giardino a piedi nudi e quella notte dormì  sotto un albero. La mattina ì dopo però non si svegliò più. E morì felice e contenta”

Paola

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Seni al silicone

siliconeC’erano una volta dei seni di silicone. Non si davano pace, provavano a starsene comodi ma non si sentivano a proprio agio. Non era un problema di reggiseno, quello era largo e in tutta la sua capienza avrebbe ospitato tranquillamente un altro paio di seni.
L’aereo decollò. I seni sobbalzavano di qua e di là. La signora sfogliava il giornale e si trovava sempre più accattivante, bella, come una rosa fresca. Lei non sapeva, non voleva capire. Portava con sè due gioielli appena lustrati, scintillanti come un paio di tacchi sulla strada gelata, alla mattina.
La sua vita era come quel paio di seni di plasticaccia. Li portava con fierezza ed incredulità come un mazzo di fiori al primo incontro.
Ora poteva parlare agli uomini con più coraggio. Poteva sfoggiare le sue formidabili creature e questo lo sapeva. Una moltitudine di sguardi si sarebbe incrociata nel fissare quei due balconcini, null’altro.
Il cuore le iniziò a pulsare. Si alzò e corse verso il bagno. Sfilò lungo la corsia dell’aereo con il desiderio di essere invisibile.
Eccola di fronte alla specchio. Lei. Le sue tenere creature avvolte nel reggiseno viola. Il suo volto corrucciato, la sua bocca umida di saliva. Era lei. A diecimila metri di altezza. E i seni non le dolevano , nessuno strano effetto, non sarebbero scoppiati.
Aprì la borsetta. Si rimirò ancora una volta allo specchio. Doveva fare veloce. Presto l’aereo sarebbe atterrato. Estrasse una lametta. La sfregò su tutto il corpo, anche dove non era nuda. La premette forte sui suoi seni. Le colarono sulla pancia delle gocce di sangue. Per un attimo non seppe più dov’era. Si sentì quasi leggera. Si mise la maglietta e con il reggiseno sporco di sangue tornò a sedersi. Si allacciò la cintura e l’aereo atterrò.
Era atterrata. Era in una città di plastica. Ritirò la valigia, titubante. Sfilò fuori dalla borsa la carta d’identità e la consegnò alla polizia. Forse era ancora lei. Forse era un’altra. Forse per la prima volta in vita sua la sua anima assieme ai suoi seni, tutto era imploso. Forse aveva iniziato a dubitare. E in mezzo a quel rumore insulso di viaggiatori, lei, le sue tette ferite, la camicetta sporca di sangue, la sua valigia, ogni cosa era priva di sensibilità.
Quando uscì dall’aeroporto il reggiseno le cadde a terra. L’asfalto tremò e un uccello passò di lì.
Adesso un vento impetuoso tenta di strappare dai rami di un albero l’anima impigliata di una donna.

Matteo

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batmanDOVE ABITA BATMAN ?

Da molti anni me lo ripetevo, – ci devi andare ! – , ma poi il saperla vicina, a sole 6 ore di macchina, mi portava a rimandare il viaggio. Avevo sentito i racconti di Anna, ogni volta le appariva  una luce negli occhi, la sua Budapest, bella, misteriosa come una donna non più giovanissima che però vive di un fascino particolare, in fondo proprio come lei…..

Arrivarci è stato facile, passare tra campagne coltivate, un paesaggio mai uguale. Mi aspettavo di vedere contadine colorate e cavalli liberi, non ne sono rimasta delusa.

L’ entrata in città attraverso una periferia dignitosa ma trascurata mi ha subito affascinato.

L’ alternanza di case vecchie con palazzi anni 60/70 a pochi piani è integrata molto bene, le costruzioni respirano allo stesso modo. Lungo il vialone di accesso tante macchine, tante corsie, quasi da metropoli, non me lo sarei mai aspettato. Poi finalmente, dopo un viadotto angosciante, quasi a sorpresa, mi appare Budapest !

I ponti da attraversare sono tanti di tanti stili differenti, puoi scegliere quale percorrere stando attento a non farti trascinare in un fiume di automobili strombettanti e guizzanti come pesci.

Ecco ci siamo, lasciate le valigie in una pensione in pieno centro con tanto di portineria e situata sopra il laboratorio di un dentista con sala d’attesa nel cortile, comincia la mia esplorazione. Sarà il periodo particolare dell’anno, l’autunno, sarà l’ubicazione a est, ma tutto intorno a me è umidità. E questa nebbiolina leggera rende il tutto molto affascinante tanto da farmi esclamare  –  ma è Gotam City ! – 

E così comincia una camminata tra vialoni alberati costeggiati da negozi di vario tipo. I vialoni Più belli con negozi di marche prestigiose, quelli più brutti abitati da negozi sporchi tipici da Dopoguerra con merci stantie ormai fossilizzate nelle vetrine, oppure con vetrate rotte o Sigillate con lucchetti ormai arrugginiti. Ho respirato aria di miseria, senzatetto abitano in Androne di portoni o in entrate di banche. Mi ha colpito l’odore che incontri in giro, misto Di cipolle, fritture, paprika, forse il goulasch comincia la sua vita già alle prime ore del giorno. Decisamente il regime comunista per tanti anni, ha lasciato i suoi segni, riscopro la stessa Spossatezza già vista in altre città, le persone qui non sorridono, non sono leggere e leggiadre. Sento la preoccupazione ed una sorta di rassegnazione dappertutto . Le tanto decantate terme risplendono di un fascino retrò come tutta la città del resto, penso Sia questa la sua forza, il suo mistero.

Tutta un’altra dimensione nel mercato, dove colori, chiasso, odori ne fanno da padroni. Forse Il chiasso è creato anche dai tanti turisti attratti da questa particolarità descritta in tutte le guide Turistiche. Se poi si passa, come ho fatto, al New York caffè, ci si rende conto che Budapest è città

Da più respiri. L’ aria dorata, il luccichio silenzioso fanno a pugni con la trattoria di ieri, trasudante

Di vita vissuta, di birra bevuta, di storie semplici ma affascinanti.

DIDI’

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UNA BUONA AZIONE 

La giornata di Vanessa cominciava con l’arrivo del primo raggio di sole nella sua stanza. Non c’era mai un ora stabilita per il risveglio in quanto, non avendo bisogno di alzarsi presto per  andare a lavorare come gran parte dell’umanità, Vanessa poteva decidere di giorno in giorno come organizzare il suo tempo. Si alzava sempre serena e ben riposata, come se i sogni notturni fossero stati di nuvole dai colori tenui. La prima persona che godeva della sua positività era Irene, la sua fidata governante, che appariva sulla soglia della camera pochi attimi dopo il risveglio. Non sapremo mai come riusciva ad arrivare con caffè fumante e le tanto amate ciambelline che facevano lanciare a Vanessa deliziosi gridolini. Quel giorno, di cui vi racconto, la nostra eroina aveva deciso che, insieme ad attività culturali e  ludiche,  nelle quali impegnare il tempo, anche il fare del bene poteva essere preso in considerazione ed il fatto di essere ricca non le impediva assolutamente di essere altruista e per niente altezzosa. Così decise, aprendo la rubrica telefonica sulla pagina degli orfanotrofi e mettendo il dito a caso su una riga, logicamente ad occhi chiusi, di fare una visita in quel di San Lorenzo. Si vestì con quello che pensava fosse un abbigliamento adeguato ed accompagnata dal fido Felipe, suo autista da ormai 10 anni, raggiunse il posto destinato alla sua buona azione. L’intento era quello di visitare gli orfanelli lasciando una congrua donazione al direttore, ma le cose non andarono così. Dopo le dovute presentazioni ed aver espresso la voglia di collaborare in qualche modo al sostentamento dell’orfanotrofio, Vanessa si ritrovò con un grembiule nero legato in vita, una ramazza in una mano ed un secchio nell’altra. Le venne detto che la ragazza che solitamente faceva le pulizie non si era presentata e Vanessa, essendo educata ed abituata ad adeguarsi alle situazioni non replicò e si trovò a ramazzare la sala da pranzo dove i piccoli orfanelli avevano mangiato e a raccogliere ogni genere di cibo. Alla fine, non capì nemmeno lei come, finì in cucina dove la cuoca aveva avuto un malore improvviso, ed una quantità incredibi- le di piatti la stava aspettando. Quando questa seconda battaglia fu affrontata e vinta, si presentò al direttore. Ormai non aveva più le caratteristiche della Vanessa, donna del jet-set da prima pagina, solo il sorriso, il suo grande sorriso era rimasto, il buonumore e la sicurezza che a breve avrebbe potuto rivedere la sua immensa vasca a bagno. Dopo aver lasciato al direttore la sua generosità umana e monetaria, rientrò a casa soddisfatta, dolorante, sfinita però pronta per una nuova avventura.

Didì.

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Ieri non sono riuscito ad andare al corso di turco. Per fortuna so di poter contare sul racconto puntiglioso della mia amica Laura, più precisa di un satellite spia. Mi sono abituato al suo flusso inarrestabile di dati, così mi siedo comodamente nella poltrona del bar e subisco divertito la ricostruzione di ieri pomeriggio, pregustandomela sotto i baffi.

E lei si infervora subito, lamentandosi che l’insegnante era arrivato come sempre in ritardo, sicuramente rallentato dalle enormi cuffie professionali con cui si spara musica rock, troppo grandi per la sua statura minuscola – aggiunge perfida. E lottando contemporaneamente per farle stare su, nonostante i capelli folti e lisci che le fanno scivolare continuamente. Lui le riacciuffa sempre, veloce come un gatto a cui si lancia una crocchetta. A me Mehmet sta enormemente simpatico, nel suo sbilanciarsi continuamente tra la sua figura di insegnante serioso e il suo secondo aspetto di rockettaro estatico.

Ma ieri, continua la geremiade, aveva poggiato le cuffie sulla cattedra (brutto segno) e aveva riempito la lavagna di tabelle vuote e si aggirava per la classe, chiedendo agli studenti cosa avrebbe potuto metterci dentro. Infida domanda mediorientale che il suo buon odore di talco non riusciva a addolcire, né addolciva la tetra aula di una scuola decrepita dove ci si trovava per il corso. I boh e i mah si sprecavano.

Laura fa una pausa, io sorseggio il mio prosecco, lei attende che la sproni a continuare, la pettegolona…

Ma continua senza le mie esortazioni, informandomi che con un piglio da pantera inferocita, lui scolpisce sulla lavagna le variazioni fonetiche del geni? zaman (che non esiste in italiano), impazzendo sull’armonia vocalica, cancellando, correggendo, riscrivendo, saltabeccando tra la lavagna e i quaderni degli studenti atterriti e atterrati nel peggiore incubo grammaticale. Poi, esausto e soddisfatto, si chiede da solo: “ma come ho fatto a imparare una lingua così difficile da piccolo?”, scatta una foto con il cellulare alle tabelle incomprensibili sulla lavagna, si rimette le cuffie, si spara nuovamente del rock, esce e se ne va.

Io, maligno ma ammorbidito dal prosecco, chiedo alla mia amica se poteva spiegarmi il geni? zaman in poche parole, ma lei, per tutta risposta, mi tira le arachidi dritte in faccia. Forse ho detto qualcosa che non dovevo…

Sandro Pecchiari

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Personaggi:

Gunnar capo cuoco

Peter amico di Gunnar

Annelise, detta Lise interesse sentimentale di Gunnar

Barbara aiuto cuoco

Björn cameriere

 Cosa sappiamo sinora:

Gunnar ha avuto una giornata difficile: ha appena lasciato il suo amico Peter in ospedale, dove è stato ricoverato in seguito al pestaggio da parte di due malviventi, probabilmente in conseguenza della sua aperta opposizione alla politica del sindacato.

Da un mese Gunnar non vede Annelise, la sua fiamma: lei ha deciso che finché Gunnar non si comporterà nei suoi confronti con maggiore attenzione, il loro rapporto rimarrà congelato. Simbolico, nella sua lettura della situazione, è il disinteresse di Gunnar nel voler cucinare cucinare per lei.

Gunnar entrò nella cucina. L’ambiente era operoso e dinamico come uno dei battelli del fiordo, come ogni sera, ma c’era una nota particolare sospesa. Una lama d’aria fredda. Uno scalino sulla superficie piena del bancone che le sue dita erano abituate a percorrere da anni. Uno sguardo di Barbara bastò a fargli capire.

“Lise… è di là?”

Il cenno di assenso causò meno danni di quanti ne avesse temuto, nelle settimane passate. La giornata era stata lunga, ma non era ancora finita. Il tempo non correva a suo piacere.

Uno sguardo oltre l’oblò fece cadere una montagna di ghiaccio nello specchio silente della sua tranquillità. Infine, Lise era venuta a pretendere quanto voleva. Bene.

“Cosa ha ordinato?” chiese a Björn.

“Riduzione di merluzzo con cavoletti e mais, e la crème brûlée”.

La sua figura iniziò a spostarsi tra i pianali, come una zona d’ombra che seguisse un suo percorso prestabilito. Le mani si vedevano, erano sempre in primo piano in questa macchia scura e mobile, sgraziatamente operose: ciò che non si vedeva ma si percepiva, come in una visualizzazione in avanti-veloce di uno scavo di marmo durato vent’anni, era la crescita della pietanza, dove a volume si aggiungeva volume.

Gunnar nel frattempo aveva staccato la spina: non pensava al dramma di Peter, non pensava all’attesa di Lise, passo dopo passo avanzava verso la fine dell’opera, negando al sentimento ogni boccata d’aria.

Quando il piatto fu pronto, Björn lo guardò con curiosità. Gunnar rivolse a lui lo sguardo, poi capì e sospirando gli disse: “Vai tu, che io qui ho altro da fare”.

La serata ormai era matura, pochi tavoli erano rimasti, quando Lise vide il profilo di Gunnar lambire la porta ed entrare in sala. Avanzò dritto verso di lei, con il suo passo indolente, una ciotola in mano, uno strano oggetto nell’altra.

“Ti fai vedere, finalmente”.

“Strano, era quello che stavo per dirti anch’io”.

“Non fare dell’ironia, sai cosa mi sia costato venire qui oggi”.

“Non proprio. Forse se mi fermo a pensarci, lo coglierò. Ma la mia giornata è stata molto difficile. Non è una scusa, è un dato di fatto”.

“Ebbene, finalmente hai cucinato per me. Forse… questo cambierà qualcosa”.

“Lo spero. Anche se io qui sono il capo cuoco e non posso mandare un cliente a casa senza avergli fatto gustare i nostri piatti migliori”.

Detto questo, con un gesto unico e sinuoso avvicinò alla ciotola della crème brûlée l’altra mano e accese la piccola torcia lanciafiamme, cristallizzando con cura la superficie candida del dolce.

“Con i complimenti della casa, madame”.

Posò il piatto al centro perfetto del suo raggio visivo. Lise prese il cucchiaio, picchiettò con la punta sulla superficie brunita, poi con un sorriso complice la infisse nel dolce e ne trasse una parte.

Dopo averlo degustato, guardò negli occhi Gunnar e con una voce di sfida disse: “Devo ammettere che cucini bene. Ma questo non vuol dire nulla”.

La risata si rovesciò sull’ambiente semivuoto come l’apice di un uragano. Con la stessa velocità con cui aveva colto di sorpresa i pochi clienti ancora presenti, così si ritirò, lasciando un vuoto, come la vampa che consuma tutta l’aria.

“Non credo, cara. Qui ho ancora da fare: ora ti chiamo un taxi, ma lascia la chiave nel portaombrelli. Poi ti raggiungo”.

Queste le note di costruzione del protagonista:

Attività

Cuoco, svedese

Aspetto

Quarantenne, grosso, imponente, torace ampio, mani grosse ma snelle, collo largo, volto largo con capelli castano-grigi, riga in parte, lisci, che cadono su una parte del volto, occhi sottili, un po’ spenti nel colore ma acuti; alto 1.90 m, veste di scuro, ricercato ma non chiassoso, tende a mimetizzarsi nell’ambiente, unico tocco di colore delle sciarpe monocromatiche, attorcigliate attorno al collo, che “forano” lo spazio dove si trova.

Descrizione

Forte come un orso e come questi paziente sulla riva del fiume mentre aspetta il passaggio di un pesce. La sua risata, spesso appesa ad un ghigno perenne, colpisce come un lampo che cade sempre alle spalle. Pur con la sua stazza si muove con disinvoltura, rimane incredibile la velocità e la precisione dei suoi gesti, una dinamo installata in un sacco di ghiaia. Come il vento riempie di foglie un angolo del vicolo, lui porta silenziosamente a compimento il suo operare.

Carattere

Bonario, riservato, leale, silenzioso, attento, scrupoloso, corretto, vibrante, passionale, appassionato, idealista, concreto, risolutore, leggero, silenzioso.

Marco M.

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ALLA DERIVA

  • Chi va là?
  • Ti ho visto, lì, nell’ombra. Palesati, balordo!
  • Va bene, eccomi.
  • Chi sei? Cosa vuoi da me, nell’ora della sventura?
  • Non temere.
  • Non ti temo. Dimmi chi sei, figlio di un cane…?
  • Dài, tirati su.
  • Aaahhh…! Il corpo… non lo sento! Mi hanno finito, quelle carogne!
  • Non credo, aspetta, che ti aiuto.
  • Fermo, farabutto! Fermo lì o t’infilzo!
  • Ok, ok, va bene. Ma tirati su…
  • Oh – chei? Ma che lingua parli, Giuda iscariota? Abbi rispetto!
  • Certo, ti rispetto. Ma ora calmati… Mi vedi?
  • Che domanda è mai questa? Satana degli inferi, se ti vedo! Tutto bianco nei fumi neri del disastro, con una montura che mai i miei occhi hanno mirato! Ma donde vieni?
  • Prima dimmelo tu da dove vieni.
  • Cane! Infame! Non riconosci i colori della Filibusta?! Ah, se fossi sano ti passerei per la lama…
  • La Filibusta. Dunque, sei un pirata?
  • Come è vero l’inferno! Pieter van der Vink è il mio nome, temuto in tutti i Caraibi!
  • Bene, Pieter.
  • Bene un corno! Il diavolo ti porti! Cosa vuoi da me, nell’ora più buia?
  • Aiutarti, Pieter.
  • Aiutarmi?! Tu? E come, di grazia?
  • Pieter, io sono venuto qui per aiutarti a capire, a guarire.
  • Non c’è nulla da capire! Una gamba a pezzi, aaaah… un polmone bucato, e la vita che sfugge…
  • Ecco, raccontami, cos’è successo?
  • L’inferno ti inghiotta, demente! Cosa può essere successo?! Gli Inglesi! Gli Inglesi, cani! Che gli oceani si aprano e… e… li inghiottano, maledetti!
    Ci hanno raggiunti sopravvento, di notte, hanno sputato tutto il ferro dei loro cannoni e ci hanno spedito a leccare le terga a Poseidone! … cani del mare! Ecco cosa è successo!
  • Ne sei sicuro… Pieter?
  • Che domande fai, imbecille? Non lo vedi tra le vampe il mare, rosso del nostro sangue, colmo di cadaveri? Sicuro come il fatto che domattina ballerò con Astarotte tra le fiamme dell’inferno! Ah, lasciami morire in pace…!
  • No, no, io sono venuto qui per aiutarti. Non ti puoi perdere stanotte.
  • Eh, che, mi salverai tu?
  • Io ti posso aiutare. Sono stato mandato da te per questo… Solo per parlare.
  • Chi ti ha mandato…? Aaaah!! Aaaah!! Ora vedo il tuo inganno! Quel finocchio di Carlo II ! Sei un inglese?!? Ecco la tua favella strana… Per Ba‘al Zebûb, se avessi la mia sciabola…! Come ho fatto a non comprendere?… Cane! Ma io non parlerò! Non tradirò la fratellanza! Pieter van der Vink non è un voltagabbana.
  • No, io non voglio nulla da te. Ma ti posso veramente aiutare, se tu lo vuoi…
  • Aiuto!! Aiuto!! Satanasso, cos’è quel fulgore? Perché il capo ti risplende? Via quella luce dai miei occhi!
  • È solo una luce…
  • Nooo! Nooo, per Samael, nooooo…!! Maledetto! Tu sei l’angelo della vendetta! Sei sceso dai cieli a pretendere la mia anima…
  • No, tranquillo, non sono l’angelo della vendetta. Un angelo… sì, che ti può aiutare…
  • Ossignore, oddio, ma allora è la morte per davvero…
  • Non credo. Non se rimani con me. Ti aiuterò. Andrà tutto bene.
  • Pieter van der Vink salvato da un angelo. Giammai! I miei avi si rivolteranno nelle loro bare di corallo al solo pensiero! No, per davvero, no!
  • Se tu me lo permetti, potremo parlare. Diventare amici. Ti posso guarire. Portare in un posto migliore.
  • Giù le zampe da me! Non mi porterai alla luce, infame! Oh, Satana, ti imploro, vieni a prendermi! È giunta la mia ora.
  • Lo credi davvero? Ne sei convinto?
  • Sì, vattene, bestia! Ridicolo angelo senza ali, non mi meriti e non ti voglio! Ti abiuro! La mia anima è diretta all’inferno, tra le braccia di Lilith!
  • Se così vuoi, sia. Ci vediamo domani, Alessandro.


Con queste parole il dottor Ghetti spense la lampada frontale e uscì, chiudendo la porta della stanza 12 dietro a sé.

Marco M. 

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LA DIRIMPETTAIA


Uffa, di nuovo mercoledì, giorno di spesa per l’intera settimana. Questi mercoledì si svolgono sempre allo stesso modo. E finiscono sempre nello stesso modo, ma ogni mercoledì si ricomincia ex novo. Non ci faccio più caso ormai:
– Sai cosa è successo oggi al supermercato? Una cosa buffa. Ho incontrato la dirimpettaia, sai quella pettegola che sa sempre tutto di tutti? Con la solita pettinatura orribile.
– Noi non abbiamo dirimpettai. La nostra è una villetta.
– Ma no, ma no, parlo di quando abitavamo anni fa in quel condominio orrido, quello che tu hai voluto comprare ad ogni costo e io avevo subito detto di no, ma tu, come sempre, hai voluto fare di testa tua e io ci ho passato gli anni più solitari della mia vita.
– Ma non avevi la dirimpettaia con cui eri culo e camicia?
– Sì, figuriamoci! Le raccontavo quello che volevo, dicendole: ‘mio marito è uno scrittore emergente’, e ‘siamo una coppia così affiatata’ e che passavamo lunghi periodi in vacanza, figuriamoci, mentre andavamo sempre dai tuoi, una noia mortale. Ma tanto, sono sicura che metteva l’orecchio sulla parete in comune e non ha mai creduto a quello che le dicevo per farti apparire meglio di quello che sei. E devo proprio dire che come marito sei una delusione quotidiana. E mia mamma mi diceva sempre: ‘non sposare quell’ebete! Ti meriti di meglio!’…
– Allora, il supermercato?
– Ah, sì! Le ho detto che stavamo facendo una megaspesa per una megafesta per il nostro anniversario di matrimonio. Tu ti ricordi la data? Ah, non credo che ti ricordi nemmeno che mi hai sposata…Ma non vedeva l’ora di dirmi che anche lei – sempre competitiva, te la ricordi? – avrebbe tenuto una festa per il matrimonio del figlio grande.
– Non aveva figli, erano quelli del marito che lei teneva come cani.
-OK OK, non era una brava madre. IO sarei stata una brava madre, ma non ne abbiamo avuto, noi. Troppa televisione, no?
– Non torniamo sull’argomento. Ma non eri curiosa di dirmi della pettinatura orrenda e del colore strano?
– Ah, certo, un colore sbagliato. Un verde menta con delle nuances rosa sui resti della tinta precedente…
– Ah ah, poveraccia. E ti avrà anche detto che quel parrucchiere non le piace, che le fa delle tinte orribili, ma che è tanto carino, che le ricorda il figliolo che si sposa adesso e che le viene da piangere, pensando che resterà sola con quell’altro che è un poco di buono, con le trecce rasta e che si lava ad ogni eclissi di sole che dio manda in terra…
– Sì, vedessi, ogni tanto lo incontro per strada e non saprei dire chi è più brutto, se lui o il suo afghan hound mai lavato. Mah…come fai a sapere tutto quello che mi hai detto?
– Ma se ero lì con te! E guarda che la dirimpettaia l’ho incontrata io…

Sandro Pecchiari

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Tra vino e biscottini.

Uscendo dal centro della metropoli, grigia ed odorosa di smog, dovevi prendere l’autostrada verso la campagna, che pensavi non sarebbe arrivata mai, km. di asfalto grigio scuro,  che poi ti lasciavi alle spalle. Strade,  che da larghe a 4 corsie divenivano sempre più strette e di un grigio sempre piu’ chiaro. Alla fine potevi rilassarti, lo sfrecciare di auto alla tua destra e sinistra non ti riguardava più, risultavi essere l’unico umano ormai rimasto sul pianeta. La strada continuava tra colline di vari verdi, sembrava un paesaggio da fumetto, ma il cancello contro il quale andavi quasi a sbattere alla fine, ti ricordava che lì doveva abitare qualcuno di molto importante. La cancellata era austera, nera, stridente contro quel verde totale e ovunque. Ma era solo un filo separatore, l’unico modo si segnare il territorio perché una volta varcato, ti ritrovavi di nuovo in quella atmosfera bucolica ed eterea. I viali di accesso erano curati ed il giardino era sicuramente di stile italiano, curato, odoroso di rose, alberi in piena fioritura. Ma ti veniva da chiederti se tutto questo capolavoro fosse frutto di gnomi notturni perché, guardandoti in giro, non scorgevi anima viva. Eppure qualcuno doveva abitare in quel paradiso terrestre….Finalmente, seguendo un viale di ghiaia perfettamente pettinato, giungevi ad una dimora che ricordava lo stesso rigore del cancello. Era dei primi dell’ottocento e doveva aver subito diversi restauri perché la pietra era tornata quasi cangiante. Prima di entrare in quel posto così austero, forse per prendere coraggio, era auspicabile un giro intorno all’edificio. E difatti, dietro,  la scena cambiava completamente, alberi che parlavano al vento, voci di cavalli impazienti di correre nell’aria libera, insomma la casa ti sembrava il secondo ed ultimo ostacolo a qualcosa di veramente semplice e fremente, qualcosa che viveva libero senza essere inquadrato e portato alla perfezione. Sul retro della dimora, di fatto convivevano in armonia, un auto di lusso ed un trattore. Ti chiedevi, allora, veramente poteva abitare lì un qualcuno di umano….. Entrando dalla porta principale, che sarebbe meglio definire portone, la prima sensazione che provavi era di disagio, ma poi camminando sul pavimento di legno scricchiolante, alternato a raffinati tappeti orientali, sicuramente frutto di qualche viaggio in terre lontane, respiravi un calore umano che capivi anche dalla scelta della mobilia e dagli ornamenti. I mobili, infatti, anch’essi antichi e vissuti, non risultavano trascurati, bensì vestiti o adornati da stoffe ed oggetti moderni e colorati, la frequentazione della casa dunque doveva essere di tutte le età. Le stoffe di tende, ed i tessuti, ti colpivano perché erano leggere e chiare come l’aria ed sole che entrava dalle finestre.   Il tutto veniva condito da un profumo di dolce appena sfornato, anche se la cucina sembrava un posto molto lontano…

Didì

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Genevieve

“Eccoci.”

L’auto si fermò davanti alla villetta. Il suo sollega la guardò con un misto di disagio e anticipazione.

“Allora, fai presto?”

Toccava sempre a lei. All’inizio, era entusiasta, ogni pratica una porta che si apriva su un mondo nuovo, la possibilità di conoscere persone, individuare problemi, proporre una soluzione, fare loro del bene.

Ora, quando la vettura si fermava, anche il suo cuore si fermava un po’, lì, sul marciapiede, nel voltarsi alle spalle, riconoscere la sua esistenza felice, ed una volta di più allontanarsene, di un passo o due.

Il piccolo giardino all’italiana che fronteggiava l’abitazione era immacolato. Folte siepi si stagliavano come mura appena erette, non un rametto di troppo o un avvallamento, e il sentierino di ghiaia che si avventurava tra di esse, conducendo al porticato, le ricordava il cartoncino sinuoso che sua madre poneva all’ingresso della grotta, nel presepe di famiglia, con tutti i sassolini incollati ordinatamente uno a fianco dell’altro, in una rappresentazione sempre uguale a se stessa, inverno dopo inverno.

Al primo scampanellio la porta si aprì all’istante, e lo sguardo ansioso che l’accolse le fece comprendere che la tensione, lì, era già giunta a livello di guardia.

“Buongiorno, lei è l’assistente sociale?”

“Sì.”

“Venga, l’accompagno di sopra.”

Entrando, inciampò leggermente nella corsia beige, generando una piccola onda in un oceano altrimenti tranquillo. La padrona di casa, appena lei avanzò nell’ingresso immacolato, con la suola della scarpa placò quel silenzioso fremito nella trama.

Passò davanti ad un salotto, abbacinante per il suo nitore, dove pochi elementi di arredo color noce servivano a dare un senso di profondità allo sguardo, in un ambiente altrimenti vacuo e monodimensionale come il limbo di uno studio fotografico. Il bianco assoluto.

“Per di qua.”

Il profumo di pulito, fatti pochi passi nella casa, si era trasformato repentinamente in odore: odore di disinfettante, di ordine e di forzata tranquillità.

“La stanza…?”

Alla sommità delle scale, la donna le indicò nervosamente il primo ingresso. Un grande fiore scarlatto si stagliava sullo sfondo bianco del battente. Avvicinandosi, vide che era un foglio di carta, dipinto con i pennarelli.

Quando aprì la porta, un mondo di colori balzò verso di lei.

Le pareti color pistacchio rilucevano nel bagliore mattutino: le finestre al primo piano ricevevano tutto il sole che al pianterreno era negato dalle fitte siepi.

Scansando i festoni incrociati di carta dipinta, che si incontravano al centro della stanza, fece alcuni passi nel mondo di Genevieve.

Ogni superficie della cameretta sembrava ricoperta da qualcosa: i fiori del copriletto ad una piazza e mezza, i pois sgargianti che tappezzavano le ante dell’armadio, la tenda blu con i pesciolini che, scostata, rivelò una nicchia poco profonda con un basso appendiabiti a muro, una panchetta e un turbine di scarpe, principalmente rosa, ammassate lì sotto.

Su un piccolo scrittoio, torme di pupazzetti e bamboline si contendevano disordinatamente la ribalta, in un viluppo che le ricordò, di primo acchitto, la vista di una fossa comune.

No. Stava partendo con il piede sbagliato. Meglio pensare ad altro. La ressa del Black Friday. Ecco, meglio.

Sopra il lettino, come un pantheon in miniatura, con i loro occhioni spropositati, volteggiavano tre figurine multicolori e vivaci. Rosso, verde, azzurro. Tre bimbe straordinarie, tre dinamo instancabili incaricate di portare scompiglio nella vita di Genevieve. Come si chiamavano? Ah, sì, le Powerpuff.

Scendendo, lo sguardo si soffermò sul comodino, dove erano appoggiate una scatola di siringhe, quasi piena, e un plotone ordinato di fialette, con il loro contenuto ramato. Eccolo, l’avamposto della madre nell’universo della bimba.
Un breve respiro, un sospiro trattenuto. Si girò verso di lei.

“Quando è sparita, sua figlia?”

Marco M.

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