Il temperamatite 5. Altri arrivi

Il temperamatite 5. Altri arrivi

Luciana assiste alla sparatoria.
Di Francesca

Luciana è un po’ preoccupata perché oggi è il primo giorno del suo nuovo impiego, che è anche il suo primo vero lavoro. Ha deciso di soddisfare le sue esigenze di totale indipendenza dalla sua famiglia, che ultimamente ha iniziato a pressarla sul fronte universitario. E così si trova dietro il bancone della piadineria nel borgo antico della città di Trieste, dove vive da tre anni. Ha preso turno alle due e finirà verso l’ora di cena. Il proprietario le ha detto che verso sera il locale si riempie e quindi di non stare lì a controllare l’orologio. Può essere che debba fermarsi se ci sarà bisogno, ma a lei va bene perché gli straordinari vengono pagati.

Iniziare dopo pranzo è stato un bene, poca gente e quindi la possibilità di organizzarsi e prendere le misure di quell’angusto spazio dietro al bancone. Per fortuna ha un’ottima memoria, allenata ultimamente sui prontuari di Medicina generale e su Geriatria I e Geriatria II. Non sarà difficile per lei memorizzare le quaranta diverse piadine. L’una si distingue dall’altra solo per un ingrediente. Pura follia per lei che ama solo le orecchiette con le cime di rapa e che mangerebbe orecchiette a colazione, pranzo e cena. Cacchio, come le mancano le orecchiette della nonna Teresa! Quest’estate però torna giù ad Alberobello: non vede l’ora di sprofondare nell’abbraccio profumato di cipolla e porro della nonna, è una delle esperienze più mistiche che si possono fare!

Ecco che arriva il primo cliente. «Buongiorno, cosa desidera?». Il ragazzo è carino, si para davanti a lei con un sorriso, ma non risponde, fa cenno con una mano che vuole l’Apollo, la piadina con il salame. «Okay» fa lei e aggiunge un sorriso, lui risponde con un piccolo inchino.

E’ carino questo tipo, però proprio uno sordo doveva capitarle come primo cliente. Tutto comunque procede bene, rapidamente confeziona la piadina, gliela porge e il ragazzo si sistema vicino all’uscita. «Speriamo che non voglia andare via senza pagare» pensa Luciana, ma poi voltandosi vede i soldi sul bancone. «Che stronza che sono a considerarlo male solo perché sembra un po’ strano e che sto bancone l’hanno fatto ad altezza triestino e io ci vedo appena oltre».

Luciana si mette a pulire e riordinare, controlla che la tivù vicino ai bagni non si sia inceppata, le hanno detto che capita spesso, e fa giusto in tempo a bere un sorso d’acqua che all’improvviso un boato fa tremare i bicchieri ordinati sulla mensola alle sue spalle. «Cazzo! Cos’è sta roba? Cosa è stato?» grida Luciana verso il cliente «Cazzo, ma non hai sentito?». Lui la guarda con fare interrogativo, non capisce anche se intuisce dal suo sguardo allarmato che sta capitando qualcosa fuori dalla norma. «Cazzo, cazzo» continua Luciana spaventata dirigendosi fuori dal locale quando un secondo colpo, questa volta ancora più forte e vicino, la paralizza sull’uscio.

Un uomo sta correndo sbandando dall’edificio della Questura verso di loro, ha una pistola in mano. Due poliziotti lo rincorrono, una signora all’angolo opposto della strada urla e trema, un bambino al suo fianco piange. Luciana vede tutto, la sua è una visuale privilegiata, come stare in prima fila a teatro. «Mio Dio, cosa devo fare?» si domanda mentre si sente gelare dentro e sente un braccio che all’improvviso le cinge la vita tirandola con forza all’interno del locale. Il ragazzo la guarda dritto negli occhi, la trascina sotto il bancone e la abbraccia. E’ incredibilmente calmo.

I secondi sembrano delle ore, il tempo non passa mai. Cosa devono fare? Si sentono grida di terrore. Luciana è pietrificata. «Cazzo, proprio il primo giorno di lavoro doveva capitare una cosa del genere» pensa Luciana nell’abbraccio di quello sconosciuto che ora le sembra un angelo.

 Evelin e Dodo
di Francesca

Alzarsi al mattino era diventato importante, nel senso che a fatica sapeva dove e come sarebbe andata a finire la sua giornata. Ma c’era una bella novità, negli ultimi tempi aveva imparato a salire. Andava su e giù per le scale di casa. Dopo un primo periodo di euforia però stava tornando ad annoiarsi, perché quel salire e scendere non la portava alla scoperta di altri mondi, come aveva sperato.

Così quella mattina, nonostante il vento e la pioggia, aveva deciso di inerpicarsi su per il boschetto dietro casa. Sua madre non avrebbe replicato nulla al suo saluto, ma immobile davanti alla radio spenta avrebbe continuato a fumare indisturbata e lontana, come sempre.

Evelyn però non poteva stare ferma, da qualche tempo oltre a camminare aveva imparato a salire e scendere le scale! Quella mattina, prese Dodo, il suo amico immaginario che le aveva suggerito la possibilità di altri mondi in cui regnano anche un po’ di felicità e molta, molta panna su enormi torte. Dodo, quella mattina, era più pimpante del solito e così in un soffio l’aveva trascinata fuori dal portone di casa e, scodinzolante, le aveva mostrato la via diretta verso il boschetto, quello che dalla finestra di casa sua Evelyn aveva a lungo guardato.

«Che belle cose ci sono in giro e come è facile camminare su questo letto di morbide foglie» pensò Evelyn ripromettendosi di raccontare tutto alla sua mamma. Forse lei non lo sapeva e così domani avrebbe potuto portarla con sé e Dodo.

Evelyn vide degli uccellini parlarsi, erano argomenti complicati di cui capì poco. Poi però li vide volare via con destrezza e si ricordò dell’esistenza di uccellini adulti; pensò che forse per questo motivo non li aveva capiti.

Dodo la guardò con i suoi occhi grandi, aveva fame e lei trovò subito una salsiccia per lui. L’aveva presa prima di uscire, conosceva bene Dodo e la sua fame irrequieta. Si sedette vicino a lui per dargli il tempo di mangiare e per dare un morso anche lei alla salsiccia. Poi si guardò attorno, tutto improvvisamente era diventato silenzioso. Sentì la voglia della sua mamma e così disse a Dodo che dovevano tornare a casa, che per il momento era stato sufficiente addentrarsi un po’, che domani avrebbero fatto meglio.

Verso casa ad Evelyn la strada sembrò più corta e tornare più lieve che andare. Salire le scale fu un gioco da ragazzi, lo fece quasi di corsa e aprendo la porta vide che con sé aveva delle nuove cose da dare agli amici che la stavano aspettando nella sua camera.

Fiocco, il coniglio rosa che la notte la stringeva forte per la paura del buio, le sorrise con i suoi dentoni. Era felice di rivederla, era felice di rivedere anche Dodo, quell’amico sempre più coraggioso di lui. Evelyn lesse nei suoi occhi una curiosità enorme, così si distese con lui sul tappeto vicino al loro lettino. Chiamò all’ordine anche Ondina, la gallina che non faceva uova, e raccontò loro l’avventura appena vissuta. Dodo le si accovacciò vicino.

Ciò che impressionò tutti fu la descrizione degli alberi: Evelyn aveva visto che avevano occhi dappertutto, che potevano vedere ogni cosa nel passato, nel presente e nel futuro senza mai muoversi. Erano maestosi e saggi, silenziosi e gentili. «Ecco» disse Evelyn ai suoi amici che pendevano dalle sue labbra «non bisogna avere paura del bosco, perché anche se non lo conosci ancora bene, sai che ci sono gli alberi buoni, pronti ad aiutarti».

Era una bella sensazione quella degli alberi che con i loro mille occhi vedono e sanno tutto, una sensazione che cullò Evelyn e i suoi tre amici verso un dolce sonno. Ai piedi del lettino, su un tappeto che sapeva di muschio e foglie Evelyn si addormentò stanca e felice della sua prima giornata in altri mondi.

Un funghetto giallo e blu
di Maria Clara

C’era una volta in un paese lontano lontano…una valle incantata dove crescevano tanti piccoli funghetti. Ogni funghetto aveva il potere magico di permettere al bambino che l’avrebbe raccolto e mangiato di diventare da grande quello che sognava di diventare.
Tutti i funghetti aspettavano di essere raccolti dai bambini che arrivavano nella valle incantata attraverso i loro sogni quando si addormentavano.
C’era un funghetto tutto blu a puntini gialli luminosi che aspettava da centinaia di anni che qualcuno lo raccogliesse, ma nessuno lo aveva mai fatto perché appena un bambino si avvicinava al funghetto blu lui diventava rosso rosso per la timidezza e i suoi bei puntini gialli luminosi tutto d’un colpo impallidivano. Rosso a puntini bianchi diventava tale e quale ad un fungo velenosissimo che i bambini avevano studiato nei libri di scuola e così tutti i bambini scappavano impauriti appena lo vedevano.
Ma un giorno nella valle incantata dei sogni dei bambini arrivò una piccola bimba che vedeva i colori in modo diverso e così invece di vedere un funghetto rosso a pallini bianchi quando si avvicinò lo vide blu a puntini gialli luminosi, come un pezzetto di mare in cui si riflettevano i raggi gialli del sole. Allora lo raccolse felice e lo mangiò.
Il funghetto aveva finalmente portato a termine la sua missione: la piccola bimba divenne una bravissima pittrice apprezzata da tutti proprio per i particolari mari rossi che dipingeva.
Trieste, 5 marzo 2014
MariaClara Palazzini Finetti

Share This:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »