Il temperamatite 5 . Primi racconti

Il temperamatite 5 . Primi racconti

BIANCA 
di Roberta.

<< Ho fatto una cazzata >> continuava a ripetere a voce alta << non dovevo fidarmi. Quella strega l’ha fatto apposta, lo sa bene che sono allergica allo zenzero >>.
L’ambulanza correva verso l’ospedale e Bianca inveiva contro la collega, colpevole soltanto di aver preparato una torta per la pausa caffè. << Lei e il suo stupido corso di cake design, brutta egocentrica >> urlava.
<< Signora, si calmi! >> disse il medico << più si agita peggio è >>. Che affermazione dotta, pensò Bianca, un vero luminare. << Deve cercare di rilassarsi, respirare a fondo >> aggiunse un’infermiera dalla voce garrula, senza smettere di sorriderle. << Ma che cos’è lo zenzero? >> continuava a chiedere, tirando su col naso, l’autista, senza che nessuno l’avesse interpellato.
Arrivati al pronto soccorso il portantino, strattonando la barella, le accarezzò una guancia, sperando di tranquillizzarla, ma Bianca si accorse soltanto di quanto ruvida fosse la sua mano. Poi andarono a sbattere contro il muro, e lei stabilì definitivamente che si trattava di un imbranato.
Un veloce passaggio dal medico di guardia, che a malapena le rivolse uno sguardo (un eccesso di timidezza?) e poi via, di corsa e sbattendo qua e là, fino alla sala della lavanda gastrica. L’operatrice sanitaria, assonnata, afferrò il tubo sbagliato. << Lavanda gastrica! >> tuonò rabbioso il gastroenterologo, << non colonscopia >>.
Bianca era più pallida del solito. << L’ha fatto apposta >> continuava a borbottare fra sé << e qui nessuno ci capisce niente, sta’ a vedere che ci resto secca: uno più rintronato dell’altro, sette camici bianchi e nemmeno un cervello in funzione >>.
Dopo qualche minuto il referto. << Nessuna traccia di zenzero, signora >> le disse aggressivo il gastroenterologo << mi sa che è stato un attacco di panico, lei mi sembra un soggetto particolarmente nevrotico >>.
Bianca uscì dall’ospedale, rabbiosa, sconsolata, alla disperata ricerca di un taxi.
Se ne avvicinò uno azzurro…

FIABA 
di Valentina Luis

C’era una volta uno stambecco speciale… il re delle più alte vette. Non esisteva cima che non avesse scalato, cengia che non avesse vinto, erbetta che non avesse assaggiato.  Non conosceva la paura, e nulla temeva in quel regno di perfezione. Venne l’inverno più rigido e nevoso che mai stambecco potesse ricordare… continue slavine, bufere, ma lui sopravvisse.
Anche la primavera arrivò e con essa l’amore, il suo primo amore, la sua stambecchina: lui la vide dall’alto e non capì più niente.
Diventiamo scemi noi per amore… figuriamoci gli stambecchini!
E via lui, accecato dall’amore, giù per il burrone, correndo lungo le cenge più ardite. Fu un attimo: saltò impavido su un ponte di neve che non resse al suo impeto ardimentoso. Una volta lo avrebbe valutato in maniera diversa, ma gli ormoni sono ormoni.
Scivolò giù nel baratro, andando incontro ad un destino di morte. Il suo corpo maestoso si sfracellò in due parti simmetriche, così pure il suo nobile cuore.
La montagna pianse, intensamente e con dignità, così come solo lei sapeva fare. Passò un altro inverno gelido e la primavera venne salutata da un volo di aquile reali affamate. I due uccelli scrutarono i baratri in cerca di cibo.
Planarono giù e si cibarono ognuno della metà del cuore dello stambecco.
Avvenne il miracolo: il cuore dell’amore dello stambecco si ricreò nella coppia delle aquile che adempirono un disegno più grande di loro: il miracolo della vita.
E la montagna sorrise ancora, come solo lei può fare, con apparente indifferenza ma con umana compartecipazione.
C’era una volta una coppia di aquile reali…

MILO 
di Fabiana

Milo collezionava giornate di pioggia. Aveva iniziato con i temporali di fine estate. A metà settembre ne aveva collezionate cinque, a fine ottobre dodici. Il ponte festivo di novembre gli diede grosse soddisfazioni: tre giornate intere, settantadue ore, di pioggia piena. Dicembre fu più secco, le temperature erano straordinariamente miti, cieli nitidi e aria frizzante. Lo dicevano anche alla tv che non sembrava affatto inverno. Sotto Natale la situazione si sbloccò. Il venticinque piovve per dieci ore consecutive. Per Milo fu un buon Natale. Gennaio porto’ talmente tanta pioggia che Milo cominciò a temere di non avere più spazio per la sua collezione. A febbraio quattro giornate. Marzo, nella migliore tradizione, fece le bizze: si parlava di rischio alluvioni su tutto il territorio. Aprile fu decisamente più avaro e così maggio. A giugno fu divertente sentire chi, a vacanze iniziate, si lamentava di tutta quell’acqua che cadeva giù: proprio adesso che si va in spiaggia, dicevano. La collezione cresceva. A luglio piovve per un paio di notti. Venne agosto, secco, arido e torrido. Nemmeno l’ombra di uno scroscio estivo. Il tempo stava per scadere: Milo se ne sarebbe andato a breve. E infatti se ne andò, lasciando la collezione priva dei suoi pezzi migliori.

FULMINE E SIRENA
Giorgio Nicolaidi

Sono un fulmine e vivo nelle nuvole. Il mio nome è Voltaggio. Mi faccio chiamare Volta quando voglio fare il figo. Giò per gli amici. Giro il mondo da quando ero appena una saetta assieme alle mie amiche nuvole.
Mi diverto a fare scherzi. Compaio all’improvviso al mare in estate quando la spiaggia è affollata di bagnanti e li faccio scappare tutti! Oppure all’ora di pranzo quando gli studenti escono per tornare a casa e si mettono tutti a correre pensando stia per arrivare chissà quale temporale.
Ma oggi sono innamorato.
E per lei non vado più in giro per il mondo. Voglio stare qui vicino a lei.
Lei è una sirena, vive nel mare.
Io chiedo alle nuvole di farmela vedere, di portarmi dove si trova.
E quando alla sera lei va a dormire, io salto fuori per mostrarle quanto sono bello.
Con la mia energia accendo il cielo sopra di lei.
Lei è lì che guarda le stelle. Poi arrivo io.
Uso il cielo nero come tela. Danzo e saetto nel buio, accendo la notte. Uso il ritmo delle onde per ballare, per farmi vedere da lei.
Ma lei non ha occhi per me. Lei è sempre triste.
Ha un canto dolce, appassionato e di sofferenza. Il suo amore è un pescatore. E lui non sa di essere così fortunato.
Tutti e tre infelici. Tutti e tre incompleti.
Amo così tanto e soffro altrettanto, da essere sbadato; tutti a dirmi che ho la testa tra le nuvole! Ed è pure vero.
Ho chiesto alla pioggia di ballare con me per farmi notare da lei. Ma niente.
Poi ho chiesto al vento, ancora niente.
Ho chiamato altri fulmini per essere in tanti. Nulla.
Lei continua a seguire il suo pescatore dagli abissi.
Non so cosa altro fare. Strano!!! Sono un tipo brillante!!
Ma non mi do per vinto. Ho tante idee. Sono un tipo illuminato!!
Così ho chiesto alla nuvola, che chieda alla pioggia, che chieda al mare, che chieda ai pesci, che chieda alla Sirena se sa che esisto e se mai mi amerà.
Lei poi ha risposto al pesce, che ha parlato con il mare, che lo ha detto a un gabbiano, che ha riferito alle nuvole, che mi hanno informato che lei non si è mai nemmeno accorta della mia esistenza. Poi ci ha pensato un attimo. Ha capito chi sono. E ha detto che mi ha ben presente. E mi odia! Altro che amarmi. Mi odia perché con tutto il chiasso che faccio spavento le creature del mare. E il suo amato quando esce di notte con la sua barca per lavorare non trova i pesci perché sono tutti nascosti per colpa mia. E quindi lui è triste perché non raccoglie quasi niente, e quindi non si accorge di lei. Ecco perché mi odia e vuole che me ne vada.
Sono triste. Mi sento giù. Sono a terra. Mi sento scarico.
La lascerò ai suoi sogni d’amore senza risposta.
Io vado via. Sotto un altro cielo. Vado a conoscere altre persone, a vedere altri paesaggi. Riprendo a girare per il mondo. Continuerò a divertirmi.
Spero di dimenticarla.
Forse un domani troverò il mio vero amore.

Trieste, 05 marzo 2014

LE PAROLE PERDUTE
Annalisa Ameruoso

Un’insegnante deve scrivere una fiaba ma ha perso le parole.
Le cerca in tasca, le cerca in borsa, le cerca nel cervello, le cerca nel cuore.
Si concentra, mangia un frutto, accende la musica in cerca di ispirazione.
Le ronzano le orecchie, le scottano le guance ma per quanto ci provi di parole neanche l’ombra.
Allora si mette in cerca del silenzio.
Spegne la radio e aspetta la quiete della notte.
Una volta sceso il buio apre la finestra, annusa l’aria e decide di uscire.
Una volta scesa in strada ascolta il ritmo dei suoi passi e seguendo le stelle arriva all’ arco di Riccardo.
È lì che ritrova le parole perdute, tutte sedute, in cerchio, con le scarpe ben allacciate, pronte per riaccompagnarla a casa.

Share This:

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Translate »