Temperamatite 6 I primi testi

Temperamatite 6 I primi testi

Temperamatite 6

I primi testi

Un canale, la Defonta e la pelle dell’orbatto

di Enrico Chiari

Basta che ti sieda sul fungone bianchissimo di una delle grosse bitte in pietra bocciardata che lo fiancheggiano , ma ora risulta utile solo come sedile, e fissi la ferma liquidità del canale che hai davanti, finchè non riesci a vedere riflessa nell’acqua vuota di barche, lo spicchio di una cupola di rame dipinta di cilestrino e, sulla cima, la tremolante traforatura di una croce di Sant’Andrea dorata.

Basta che osservi dove posano i tuoi passi: dall’asfalto consumato emerge la regolare squadratura di grossi masegni rettangolari, del più bel grigio che chi capiterà di calpestare, posati a regola d’arte secondo i modi e il disegno prescritti dalle autorità in minuziosi capi d’opera. Hanno sostenuto per due secoli carretti, carrozze, barili, colli  e piedi, piedi, piedi.

Allora comincerai a sentire le voci, come ogni matto regolamentare che si conquisti la piena cittadinanza da queste parti. Le voci che il bistrattato Carolus Cergoly ti aveva fatto ascoltare nelle sue liriche: il “sì”, il “dà”, il “Jà”, < tre spade de tormenti, tre strade tutte incontri >, la confusione feconda di accenti scomparsi e duri silenzi, lo scricchiolare dei fasciami e gli schiocchi delle sartie di trabaccoli e battane, invece della musica lounge che, adesso,  i baretti sparano contro i passanti come se fossero cecchini.

Se sei abbastanza vecchio, sentirai di nuovo altre voci e altro chiasso di mercato, e i vividi colori dei bragoni fioriti che portavano floride donne  bosniache, e l’odore del caffè da buste e pacchetti e sacchetti, e gente che indossa mille strati di vestiti per traversare ferree occhiute dogane.

Adesso saresti capace anche di volare, come un angelo di Wim Wenders, sul torrino del palazzo in testa al canale dove, abbracciato all’aquila di bronzo che lo corona, ti capiterebbe di scorgere il fantasma del padrone di casa, l’astuto armatore greco, che scruta ansioso l’orizzonte, in attesa del ritorno della sua flottiglia.

Da lassù ti sorprenderai della geometrica partizione, regolare, ortogonale, di questa parte di città.  Ma, se non te l’hanno mai spiegato, non puoi sapere che tutte queste strade dritte di righello, avrebbero dovuto essere altrettante vie d’acqua, canali simili all’unico rimasto, e questa una specie di Amsterdam affacciata in cima al mediterraneo.

Ma la città che esiste nel tempo presente, come una lucida biscia che ha fatto la muta, ti è già sfuggita, immemore. Non ti resta altro, per imbastire una storia, che la sua vecchia pelle, distesa lungo il canale.

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Acufeni

di Enrico Chiari

 

– Allora?

– Eh?

– … ho detto “Allora?”

– Allora cosa?

Allora cosaaa … allora cos’è questa storia del blocco dello scrittore e del panico da pagina bianca …

– Ma niente …

– Come niente? Dai, spiegami, forza!

– Ma niente, dice che se devi scrivere qualcosa e ti trovi incastrato, con gli occhi sbarrati e il vuoto penumatico dietro e, anche se ti fai fumare le cervella, non ti esce niente …

– Allora?

– Eh?

– Se non ti esce niente …

– eeeeeh, se non ti esce niente prova a scrivere qualcosa a proposito del blocco dello scrittore che non gli esce niente, e chissà che non si metta in moto qualcosa.

– Tipo una manata sul televisore vecchio per vedere se funziona?

– mmmm … tipo …

– E invece quella cosa del panico da pagina bianca?

– Ma niente …

– E tu saresti uno scrittore, che bisogna tirartele fuori col forcipe, le parole!

– ooooooh! Io ho solo detto che mi piacerebbe saper scrivere, non che voglio diventare uno “scrittore”.

– Bugiardo! Lo sai che non mi puoi nascondere niente. Avrai anche detto così, ma con l’idea dell’aura dello scrittore e col fascino che spande per far colpo sulle donne, ti ci sei baloccato parecchio …

– Io non mi sono mai baloccato o trastullato o cincischiato. Io non parlo così!

– Ah ah! Ma ci scrivi, così! Adoperi toscanismi, espressioni libresche che nessuno si sognerebbe si usare normalmente, perchè in questo modo ti sembra di fare “letteratura”.

– Comincia a farmi male la testa …

– Perchè non scrivi qualcosa circa uno scrittore che gli fa male la testa? Forse ti passa …

– Cattiva! Sempre a controllarmi, sei.  Lasciami un po’ d’aria! Ahhhhh non respiro per quanto mi stai addosso …

– Ma io non ti giudico, Ciccio. Solo che mi preoccupo per te, che tu non faccia le solite cazzate, che poi ti penti e ci stai male.

– Grazie! Sempre costruttiva, eh!

– Indifferente. Questa storia della pagina bianca, allora?

– Come “indifferente” ?

– Dai, va’ avanti, ti prego.

– uff … ma niente, dice che il terrore della pagina bianca è lo stesso che prende Gordon Pym davanti allo sterminato biancore del polo, con dentro qualcosa di bianchissimo e indicibile … e che bisogna compiere l’atto sacrilego di profanare la purezza della pagina con parole a caso, appuntilli e ghirigori e … ta-dah! … la pagina non è più bianca, e passa anche la paura.

– Figo! … e chi sarebbe questo sciamano per scrittori principianti, che ti racconte queste meraviglie?

– Ma funziona!

– Non dirmi che ci hai provato e che sei riuscito a scrivere una cosa tipo “scoprire dove vanno a finire le anatre dello stagno di Central Park in inverno” ….?

– mmmm … veramente, no. Ho provato a buttar giù qualcosa senza pensarci troppo,  ma l’unica che mi è venuta fuori era “il mattino ha l’oro in bocca – il mattino ha l’oro in bocca – il mattino” e mi son spaventato …

– E ti pareva se non mollavi a metà persino una scemenza come questa …

– L’ora è finita!

Si voltò di scatto a guardare il suo psicanalista, assiso statuario nella regolamentare poltrona in cuoio scuro, manco fosse Abramo Lincon, quasi incredulo che il dottore avesse una voce e potesse usarla per parlare. E con lui, poi …

– Ci vediamo settimana prossima.

Uno della vecchia scuola era, di quelli che “la psicanalisi non è un pranzo di gala”. A parte l’onorario, beninteso, perchè se paghi salato, poi, ti senti costretto ad impegnarti nel processo eccetera.

– Un’altra delle tue belle pensate, la psicanalisi! – fece la voce di Superego nella sua testa, proprio in mezzo alle orecchie.

– Noooh … Stai zittina, una volta tanto ….

 

 

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“L’ape dalle ali piccole”

di Paolo Vatta

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C’era una volta un’ape che aveva le ali più piccole delle altre api. Faceva più fatica a volare e non era veloce come le altre.

Quando usciva alla mattina e andava a raccogliere il nettare trovava sempre fiori già visitati da altre api e che quindi avevano poco nettare. Alla sera quando tornava all’arnia e si metteva in fila per consegnare il raccolto vedeva che aveva meno delle altre e se ne stava in disparte ad aspettare il suo turno. Quando toccava a lei, l’ape magazziniere, un’ape vecchia e molto saggia, le prendeva il nettare e mettendolo via le faceva sempre un gran sorriso e le diceva che era stata brava quanto le altre.

Una mattina d’autunno uscì e c’era un gran vento. Aveva paura ma uscì lo stesso. Subito si rese conto che il vento era più forte di lei e che la stava spingendo verso il bosco dove le api non andavano mai. Cercò di volare contro vento per tornare a casa, ma non ci riusciva. Capiva che il vento l’avrebbe buttata contro gli alberi. Allora iniziò a volare verso l’alto e faceva tanta fatica. Ma proprio quando stava per colpire gli alberi riuscì a passare sopra le cime. Stanchissima si lasciò trasportare dal vento. Nessun ape era mai volata così in alto. Il vento la spinse oltre il bosco e vide un campo immenso, pieno di fiori di tutti i colori immaginabili. Esausta, si lasciò cadere sul primo fiore e si addormentò.

Quando finalmente si svegliò non c’era più vento e si guardò intorno. Non aveva mai visto tanto nettare in un’unico fiore prima! Era un nettare così squisito che subito le tornarono le forze. Visitò centinaia di fiori e raccolse cosi tanto nettare da quasi scoppiare.

Era ora di tornare e partì dal prato verso il bosco. Volò in alto per passare sopra gli alberi, che adesso non le facevano più paura, anzi, le fronde nella brezza sembravano salutarla.

Quando si mise in fila per consegnare il nettare tutte le altre api la guardavano. Non avevano mai visto un’ape con così tanto nettare. Quando il magazziniere la vide con quel carico incredibile, strabuzzò gli occhi e si mise a sorridere.
“Bravissima!” esclamò, “Dove hai trovato tutto questo nettare?”
Lei raccontò della sua avventura oltre il bosco. Quando disse “oltre il bosco” tutte le altre api si zittirono e l’ascoltavano in silenzio.

La mattina dopo l’ape si svegliò e stava per partire quando si accorse che tutte le altre api erano ancora nell’arnia, nessuna era uscita. Una si avvicinò e disse:
“Per piacere, mostraci come arrivare al prato oltre il bosco”. Lei partì, e quando era sopra il bosco si volse indietro e vide uno sciame grandissimo che la seguiva in silenzio e rispetto. Guardò giù e vide gli alberi salutarla di nuovo.

Ed in quel momento le spuntò il più grande sorriso che abbia mai avuto.

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Descrizione di un personaggio:

Giovanni è sempre stato un uomo spensierato, dal cuore puro, dalla mente lucida e onesto con sé stesso riguardo i suoi limiti. Quando ha conosciuto Barbara, non si è nemmeno reso conto di quanto sarebbe cambiata la sua vita e di quanto le sue certezze sarebbero venute meno. Era un compagnone sempre pronto a raggiungere gli amici per l’aperitivo, per la birretta dopo cena o per un cinema organizzato all’ultimo momento. Pensava che fosse bello così, che non c’era alcun motivo per cambiare e invece Barbara è entrata nella sua vita come un uragano e ha stravolto tutto quello che lui credeva impossibile modificare. Innanzi tutto gli ha fatto decidere di volere una famiglia, infatti, fin da subito ha pensato che lei fosse la donna giusta. Passato un primo periodo spensierato è arrivato il bambino. La felicità l’ha reso l’uomo più entusiasta del mondo, non vedeva l’ora di finire di lavorare per poter condividere le aspettative sul nascituro insieme a Barbara , le piccole spese, gli acquisti e la preparazione della stanzetta.

Ora Andrea ha quasi un anno, il bimbo tanto atteso. Giovanni finisce molto tardi di lavorare, un pò perché si trascina scartoffie, un po’ perché la casa lo opprime. I suoi capelli sempre perfetti e ben tagliati ora hanno assunto una forma da tv anni ’50. Sulla chioma corvina sono spuntati tanti fili bianchi che fanno pensare ad un prematuro invecchiamento. Appena entra in casa le spalle si abbassano, si accartoccia quasi volesse rimpicciolire, è terrorizzato all’idea che Barbara o il piccolo gli chiedano subito aiuto, così si rintana in bagno col suo libro, la sua moment e le costanti borse viola sotto agli occhi. Durante le lunghe sessioni di non lettura, si ritrova a fissare le porte della doccia e a contare le palline che si sono formate sul vetro con il calcare dell’acqua. Tra sé pensa che in fondo è felice di aver costruito qualcosa di così solido e importante ma a volte, non può fare a meno di provare nostalgia per il passato e lo assale un senso di panico perché sa che non potrà più fuggire; potrebbe fare una pazzia, scappare e andare a vivere in India ma nulla tornerà più come prima.
Allora si alza abbassa la tavoletta e senza pensare va in cucina e apre la lavastoviglie per vedere se è da svuotare.

Laura Fontanella

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