Il temperamatite 7 – I primi testi

Il temperamatite 7 – I primi testi

Non muoverti!

Non muoverti! Ti sta guardando!

Ti ho detto di non muoverti, altrimenti ti sente e siamo spacciati.

Se guarda a lungo dentro di te, tu sarai costretto a guardare dentro di lui e la sua forza potrebbe sconfiggerti e farti diventare come lui.

Sento i suoi passi allontanarsi. Tieni duro e fai silenzio!

Ascolta! Ha aperto il suo mantello ed è volato via nella notte.

Ora dimostrami che hai imparato a rubare la magia delle fate buone senza che il mago bianco ti senta e ritorni a darci la caccia.

Igor

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Attenti al Lupo?

Erano più di tre ore ormai che il Lupo aspettava nel letto della nonna con il suo bel travestimento.

Di indole non era cattivo, ma doversi vestire in quel modo lo aveva fatto incazzare di brutto, cosa bisogna inventarsi per poter mangiare, pensava, sta diventando sempre peggio.

Quando finalmente arrivò Cappucetto Rosso lui sgranò i suoi occhioni, fece una vocina sottile e cercò di attirarla vicino al letto.

Successe invece che i suoi occhi si dilatarono a dismisura per lo stupore, poi la mascella gli cadde a penzoloni nel vedere Cappuccetto Rosso buttare a terra il cestino che portava e scostare con una rapida rotazione delle braccia il suo mantello scarlatto.

Il Lupo la vide impugnare due Colt 1911 con l’impugnatura in madreperla e mentre sul viso della bambina compariva un ghigno perverso le due pistole iniziarono a vomitare un inferno di pallottole.

Le ultime parole che il Lupo udì prima di finire la sua squallida esistenza dilaniato dai colpi fu l’urlo di lei, roco, una dichiarazione di guerra mista a godimento: e con te fanno centoquattro, bastardo!

Appena il fumo si dissolse Cappucetto Rosso prese dal cesto le poche cose che aveva portato, un telo di nylon, un paio di coltelli ed un seghetto, si avvicinò al letto, controllò che il lupo non avesse nessun colpo in testa -perfetto, intatta- pensò con soddisfazione dando inizio all’operazione più difficile, quella che lei chiamava “la bonifica”.

Prese quindi la testa ormai recisa del Lupo, la avvolse nel nylon, la mise con cura nel cestino, raccolse tutti i bossoli sul pavimento, pulì tutto dal sangue, controllò ancora una volta la stanza da cima a fondo, recitando dentro di sé il suo motto “efficienza e pulizia” poi si avviò alla porta, una rapida occhiata al Rolex Daytona che portava al polso, vincita di una memorabile partita a poker contro l’Orco.

Okkei, pensò, faccio in tempo a consegnare il trofeo, incassare la taglia, fare il bonifico all’agenzia che mi ha procurato la vecchia come esca, poi una doccia e stasera ci si sballa con l’Elfo, con tutta ‘sta grana……

 Vassillj

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“ Le tre teste del Re “

Nel paese dei disegni rotondi c’era un Re molto, molto importante.
Il re aveva tre corone, una su ogni testa. Aimè, una testa era sempre sottosopra : questa era la più grande pena del Re .
“Trovate chi ci risolverà il problema “- dissero le due teste che potevano parlare.La terza rovesciata cercava le parole : “Abz-Stc…” – riusciva a malapena a dire.
Fecero venire il fabbro .”Sire, il fabbro avrebbe trovato un rimedio”- disse il consigliere.
Il Re dalle tre teste volle sentire il fabbro: “Sire, per non mancare di rispetto alla Sua testa <bassa>, io ho costruito una ruota “- disse il
fabbro .
“Una ruota? …Mi credi un aratro o una carrozza? – disse stizzito il Re.
“No Sire, la ruota le permetterà di girare non sacrificando più nessuna testa !”- continuò a spiegare il fabbro.
“E’ una genialità ! Preparatemi la ruota!” – disse il Re impaziente di provare.
Il fabbro, con l’aiuto di forti cinghie, legò mani e piedi del Re ai raggi della grande ruota.Le tre teste, assicurate con collari ornamentali, rimanevano bloccate e sostenute. Così, girando in alternanza, anche la terza testa poteva parlare, nel paese dei disegni rotondi : quella terza testa che irradiava la saggezza del Re.
Il Re dalle tre corone roteanti, immensamente soddisfatto, diede infine un premio al fabbro ingegnere : una cassa piena zeppa di monete d’oro rappresentanti le sue tre effigi felici .

Eleonora Marangi

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Trieste e il vento delle vene di acciaio

Quel posto mi affascinava fin da quanto ero bambino. I muri spessi e il soffitto alto alto mi rubavano il respiro e rallentavano i miei passi da mezzo metro o poco più. Le percezione di percorrere uno dei tanti monumenti di Trieste che ne ricordava l’importanza avuta in passato, mi rapiva e sorprendeva ogni volta all’ingresso.

La stazione dei treni mi dava sempre quell’ansia dell’attesa di partire, ritornare o accogliere. Certo era cambiata molto da quando bambino ci entravo tenuto per mano, con la paura di essere rapito da uno sconosciuto e portato via chissà dove. Sensazione poi rovesciata a ridosso dei vent’anni, quando iniziò ad essere vivo il desiderio di conoscere persone che sarebbero state sconosciute per un attimo ma poi mi avrebbero accompagnato in un nuovo viaggio e a volte sedotto con la loro storia o emozionato attraverso il loro sguardo.

Stavo di nuovo lì, davanti al primo binario subito all’uscita della porta automatica arrivando dal corridoio di sinistra. Ora non mi ricordo il numero, ma trovandomi lì davanti, mi soggiunse una sorta di déjà vu, con immagini dello stesso binario in stagioni e colori diversi. Nacque così la convinzione che in verità ero sempre partito da quella banchina.

Il treno non era ancora arrivato. Accendendomi l’ennesima sigaretta osservai il ferro scintillante, che si allungava e si adagiava in quello spazio magico tra il Carso e l’Adriatico, come una vena fredda ma allo stesso tempo incandescente di vita. Trassi un respiro profondo e le narici mi si riempirono dell’odore di catrame tipico delle stazioni, ma che qui si mischiava con l’odore del mare dando quel tratto di sapore unico nel naso e nella memoria di chiunque fosse passato da quei binari.

Vidi il treno avvicinarsi, e sentii la brezza di aria schiacciata dal mastodonte dalle scarpe di acciaio stagliarsi sul mio volto bagnato dalla pioggia fine. In quell’occasione il mio viaggio era all’inizio, anche se allora non sapevo bene se ero vestito da viandante, turista o cacciatore di illusioni ritagliate dalle pagine dei libri.

Igor

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La sublime porta

Ti sei spesso chiesto cosa rimanga dei posti che hai visto.

Non le foto, non gli oggetti portati a casa e quasi dimenticati su una mensola.

No, lo sai, non è mai stato questo a farti ricordare un luogo, ad aprire un ricordo.

Per alcuni luoghi il ricordo è un odore pungente, o aromi di spezie, la polvere della pista, il vociare delle persone, talvolta alcuni incontri, frammenti di vita durati magari solo poche ore o ancora meno, solo il tempo di una tazza di tè o di una zuppa di semolino consumata in piedi, all’alba.

Ma questi ricordi ti si sono conficcati nella testa come una scheggia sotto la pelle, luci calde, anche sensazioni sgradevoli talvolta, o la prima boccata d’aria che hai fatto, percependone la diversità, ancora sulla scaletta dell’aereo, appena atterrato.

Questo è per te il ricordo di quel viaggio, di quel luogo.

Di Istambul no, di lei ricordi la prima volta che ci sei arrivato, dopo aver guidato su strade difficile per dodici ore di fila, confini, uomini in divisa  che controllavano tutto, il timbrare secco, deciso sul tuo passaporto.

Istambul fu subito diversa, ti colpì come un pugno allo stomaco, inaspettato, violento, la lunga fila di case antiche, di legno scuro, allineate ai due lati della strada verso il Bosforo, il profilo della città sullo sfondo, minareti, per te l’oriente delle mille ed una notte, la luce calda del tramonto a colorare il tutto.

Avevi già conosciuto frammenti di questo mondo dell’est, apparse come isole nella nebbia, Mostar, Sarajevo, enclave mussulmane piene di fascino.

Ma nell’entrare ad Istambul i tuoi pensieri si spezzarono, ti rendesti subito conto che stavi per scendere un fiume in piena, ti stavi immergendo in un vortice impazzito di migliaia di veicoli che procedevano nella tua stessa direzione, nessuna regola, un immenso fragore di clacson per disputarsi quei pochi metri davanti, ma il tutto non come nei film americani, dove in un gigantesco ingorgo tutti avanzano al rallentatore, no, là tutto si svolgeva a velocità folle, un continuo sorpassare a destra e a sinistra e suonare il clacson.

Ricordi bene che non ci fu nulla da fare, solo per pochissimi istanti, complice la stanchezza, avevi cullato l’illusione di procedere tranquillo, cercando le indicazioni stradali -niente da fare, niente da fare- e di colpo fu anche per te un continuo cambiare corsia, scalare la marcia, dare gas, frenare, nuovamente dare gas ma soprattutto, suonare il clacson, anche tu parte di quel fragoroso, animalesco concerto – benvenuti ad Istambul, la mitica Costantinopoli.

Questo il tuo primo ricordo, poi gente dal colore della pelle diverso, pantaloni colorati tradizionali e scarpe con le punte arrotondate all’insù, asini in pieno centro condotti da contadini venuti in città per il mercato, giacche aperte che lasciavano intravedere un pugnale infilato nella fascia stretta alla vita.

Ti colpirono gli occhi di quelle persone, quante foto hai scattato a quei volti scavati dal tempo e cotti dal sole, quei baffi all’insù portati con orgoglio, nello sguardo di quegli uomini ritrovavi la fierezza di un popolo di guerrieri temibili, giunto sino alle porte di Vienna.

E ancora moschee, enormi, ricchissime, poi altre più piccole, più intime, piene di fascino e storia, poche centinaia di metri da dove si affollavano i pochi turisti e sentivi il cuore pulsante della città, stradine strette dove il tempo sembrava  essere tornato indietro di due secoli, donne a tessere in strada, ragazzini a giocare con un pezzo di latta, anziani che masticavano tabacco, lì accanto la pecora alla catena e poi quel rumore improvviso, periodico, il canto del muezzin, iniziava all’alba, altissimo contro il cielo, una cantilena sparata a centinaia di watt, un eco che rimbalzava in tutta la città, come l’allarme di una sentinella, ripreso da un altro minareto, poi un altro ancora, era tutta la città che echeggiava sino al tramonto sotto al richiamo di Allah.

Il continuo movimento di navi e barche di ogni genere tra le due sponde, una massa frenetica, un brulicare di persone, traffico, poi di colpo -stop- eri entrato in un hammam ed il tempo scorreva diverso, lento, fluiva con il rumore dell’acqua, il parlare sommesso delle persone, il mondo fuori era scomparso, il tuo occhio rapito dalle decorazioni alle pareti, dalla luce che entrava dalle aperture sul soffitto, dai giochi di riflessi azzurri creati assieme all’acqua.

Questa fu Istambul la prima volta, la porta verso un mondo, quell’est pensato, desiderato, dopo Istambul piste, montagne e passi da superare, la via della seta, carovane, altri mondi.

Lei, Istambul, era la porta verso tutto questo,  un assaggio di quello che ti attendeva oltre, il crocevia dove est ed ovest si incontravano, si mescolavano, confondendosi.

Giorgio

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” Benedicta Maria, ego benedicta”

L’appuntamento a sorpresa con la guida pugliese per raggiungere l’aereoporto di Brindisi , era stato fissato: Statale 379, Adriatica, nel tratto Torre Canne-Brindisi venendo da Bari città.Al Km 46, nel delirante traffico che dopo l’imbottigliamento di più tratti , si apre alla sfrenata corsa di chi primo arriva all’imbocco della tangenziale,sorge il santuario della Madonna di Jaddico, romanica nella sua croce caratteristica,molto decadente, ma chi le sfreccia davanti non manca di rivolgerle un saluto, chi con un cenno del capo, chi con un gesto veloce tra fronte e petto, chi con un bacio alla foto sul cruscotto. Jenny si fermò ad ascoltare il silenzio.Solo le cicale della distesa d’erba alle spalle della chiesa parevano darle il benvenuto : sembrava levarsi un coro dall’interno.
La porta semiaperta la introduceva nella navata centrale dominata dal dipinto della Madonna con Bambin Gesù, consumato dal tempo.
Di chi doveva incontrare nessuna traccia.
Due donne vestite di nero , col capo coperto, sedute a sgranare un rosario, bisbigliando preghiere al cielo, parevano trafitte dalla prepotenza della luce che filtrava attraverso le bifore di vetri smerigliati.
“Ma come ci sono arrivate qui ? in questa chiesa desolata?”.
Ignara che facessero parte dell’arredamento , forse neanche vere, solo presenze sceniche per dare più corpo all’impalpabilità della fede , di un Creatore invisibile, Jenny guardò l’orologio, “Niente” , ma il suo sguardo fu rapito dalla brutta copia del Raffaello. L’affresco sembrava una forzatura: la poesia della maternità era stata eclissata da un pittore mediocre .Tutto intorno sapeva di pochezza: le pie donne, l’ostentata tenerezza della Madonna , l’odore di incenso impregnato negli scarsi tendaggi , nel legno, nella pietra stessa.
Erano oramai le dodici.
Altri automezzi si stavano fermando nel piazzale antistante.
Lontano, il rumore dello sfrecciare di automobili e camion, vicino, le cicale , unica nota genuina e di vita , di sottofondo , profumo di salsedine.
Trenta metri più in là un’oasi di pace per riequilibrare i chakra: una meditazione di joga tentava Jenny fino a farla capitolare .”E’ la medicina giusta a questa santità
stantìa “-pensava .Occhi chiusi, accarezzati dal sole , un respiro profondo , le mani giunte in una preghiera più universale .
Se chi avrebbe dovuto incontrare , l’avesse cercata un pò , l’avrebbe trovata seduta sull’erba , in comunicazione con il Tutto : è questo il Tao.

Eleonora Maranghi

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One Responseto “Il temperamatite 7 – I primi testi”

  1. corrado premuda ha detto:

    Bravi! Cominciamo bene!!

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