25 novembre  di Carlo Fritsch

25 novembre di Carlo Fritsch

25 novembre

di Carlo Fritsch

La prima volta che ci siamo visti, lui ha colto un fiore da un vaso sul bancone di un bar e me l’ha porto, con un sorriso. Una margherita.

Ora sono qui, in un lago di sangue e non so quanto durerà ancora. Sono sgozzata ed il sangue mi toglie il respiro ma non sento male. Quanto durerà? Questo è il momento del mio tunnel di luce. Questo è il momento del film che dura pochi secondi durante il quale si rivede tutta la propria vita.

Ma nel mio film, non c’è tutta la mia vita, c’è la parte vissuta con lui, da quando l’ho conosciuto fino ad oggi,fino al momento in cui, consapevole, ho accettato di incontrarlo ancora, qui, a casa mia, soli, io e lui.

Mi aveva colpito con quella piccola margherita offertami col sorriso, con la sua galanteria così fuori tempo, con il suo modo di corteggiarmi così discreto, quasi impacciato, con i suoi doni semplici ma romantici. Mi aveva legato a se con il suo modo delicato di accarezzarmi che a poco a poco mi accendeva, per la sua passione, ma anche con la sua possessività, che mi faceva sentire sua ed indispensabile e persino per la sua gelosia, che giustificava con il suo grande amore per me.

“Il suo fiorellino” mi chiamava “solo suo”. E a me piaceva aspettarlo a casa, travestita come una entreneuse, perché a lui piaceva così, perché a poco a poco ero diventata “la sua puttana” e poi “la sua troia”, come mi chiamava durante l’amore, ma solo sua. Ed io accettavo di ripetere per accrescere la sua eccitazione che “si ero la sua puttana, la sua troia, la sua…” ma “solo sua”.

Ed ero contenta anche di uscire di casa vestita come una suora laica, con le calze elastiche al ginocchio e gli slip di cotone ascellari, color carne e, sopra, la gonna larga e maglione giro collo per non suscitare desideri in nessuno che non fosse lui.

Il primo schiaffo me l’aveva dato perché, a suo dire, “mi ero strusciata”, a tavola, su di un amico ed alle mie proteste era arrivata la prima vera offesa: “troia bugiarda”. E giù un altro. Io non avevo mai preso uno schiaffo ed ero rimasta stupita a sentire in bocca il sapore del sangue dal labbro rotto. Lo avevo guardato senza parlare ed improvvisamente era scoppiato in un pianto dirotto: si era scusato, non lo avrebbe fatto mai più, era colpa del grande amore e della paura di perdermi. E io lo avevo consolato, gli avevo detto che non mi aveva fatto male, che l’amavo anche io, che non avrei potuto mai lasciarlo. Gli avevo detto che aveva ragione lui, che con quei miei grossi seni finivo sempre a strusciarmi su qualcuno o da qualche parte, che sarei stata attenta che mi faceva ribrezzo che qualcuno potesse desiderare di toccarmi.

Poi era arrivato il tempo dei pugni, dei calci, delle ossa rotte, delle cadute dalle scale, come dicevo in ospedale, con il suo seguito di lacrime, di scuse, di perdoni…

Quando poi avevo capito che sarei morta e che dovevo lasciarlo, ero sempre convinta, nel mio intimo, che mi amava, che nonostante tutto era buono, che era lui la prima vittima della sua gelosia ed io, in fondo, la responsabile…

Oggi è stata l’ ultima volta che l’ho visto, non era più lui e quello che mi avvicinava al collo non era una margherita.

Sento che manca poco, desidererei che non fosse fuggito, che mi stesse vicina, che mi bagnasse con le sue lacrime ed io…potrei consolarlo.

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