IL TEMPERAMATITE   incontro n. 1

IL TEMPERAMATITE incontro n. 1

17 gennaio 2012

la fiaba


Storia del gatto grigio

Il gatto grigio fin dall’ infanzia amava il sole. Come tutti i gatti passava molto tempo disteso in un angolo soleggiato, ma a differenza degli altri che a un certo punto se ne andavano, lui restava placido, senza muovere un baffo fino a quando l’angolo cadeva nell’ombra della sera. Le sue giornate trascorrevano felici, e la pelliccia assorbiva i raggi solari ogni giorno più intensamente, tanto che aveva acquistato una luminescenza dorata, visibile di notte. Gli altri gatti lo lasciavano in disparte per questo, temevano la strana luce fioca che il gatto emanava al buio, e che impallidiva al sorgere del giorno.
Col tempo il gatto grigio aveva imparato a trattenere una gran quantità di fotoni, che ondeggiavano su e giù dalla coda alla punta del muso in tutti i colori dello spettro. Era diventato un fenomeno d’attrazione, e i gatti del circondario, tenendosi a debita distanza, si divertivano a guardare la pelliccia dal tenue arcobaleno.
Placido, il gatto grigio capì che quello non era più il posto per lui, e decise di andarsene, senza fuggire. Aspettò sdraiato nel suo angolo soleggiato. Era semplice, bastava stare bene aperto e riempirsi di fotoni, mangiarli come una bella ciotola fresca di cibo.
Ad occhi socchiusi guardò verso il sole. Ecco tra le ciglia il giallo diventare arancione, e il rosso passare al verde, poi il blu e l’indaco, che gli cadevano dentro a cascatella come un bere acqua limpida. In un attimo qualcosa era cambiato nella sua materia, fasci di particelle lo avvolgevano in un vortice cangiante, e non solo il pelo, ma anche il naso, le orecchie, le zampe, erano diventati punti scintillanti. Il grigio era finito. Il gatto solare viaggiava, leggerissimo.

otilia

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Lo stupore e la delusione

Sono una bella liquirizia, tutta nera e gommosa, ricoperta di cioccolato al latte
Uhm… come sono buona! Con quel misto di dolce e salato che si fonde proprio
in mezzo al palato.
Eppure qualcuno mi ritiene pericolosa perché dice che a forza di mangiarmi
perde l’appetito e nello stesso tempo s’ingrassa.
Ah! Che falsità, che cattiveria!
Non sanno frenare la propria golosità e danno la colpa a me!
Non sono capaci di accontentarsi di un solo, completo momento di gioia sensuale e
mi incolpano di essere troppo attraente, volgarmente invitante!
Sono offesa, mortalmente offesa e ho deciso di vendicarmi inacidendo, rinsecchendo, rendendomi grinzosa e amara.
Mai più concederò le mie grazie a degli inconcludenti!

Angela Siciliano

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Una fiaba del cavolo

C’era una volta… una principessa azzurra che viveva in uno splendido palazzo nel lusso e nelle comodità ma che di fare la principessa…non ne poteva proprio più!
Presa dalla noia della vita a corte, in una delle sue lunghe passeggiate nel parco, ahimè, s’innamorò di un rospo che sguazzava nello stagno vicino al castello. Quel rospo, in realtà, era un principe tramutato così da un incantesimo a causa del suo caratteraccio lunatico e scorbutico; principe che, proprio per questo, mai s’era innamorato prima! Scoperto l’inganno…”E ma col cavolo che io lo bacio sotto forma di viscido anfibio per tramutarlo in bel fustone se questo, poi, neanche mi fila. Qua non ne salta fuori nemmeno il classico anello delle fiabe: oltre al danno, anche la beffa! Prima l’anello…poi il bacio” si disse risoluta la principessa annoiata. E così decise di rivolgersi all’indovina di corte che, letti i tarocchi e i fondi di caffé, interpellati oracoli, astri e sfere magiche, così sentenziò: “Già, già…è proprio una questione del cavolo! Per il rospo far innamorare, almeno un cavolo fagli assaggiare, così almeno bello tornerà (anche se lunatico resterà)”. “Però, bello e innamorato è già qualcosa” pensò lei.
Eh, si sa, la noia non è una buona consigliera quindi…ecco lunedì la principessa davanti allo stagno con un bel piatto di cavolo gratinato, martedì con una fumante pasta e cavoli, mercoledì con degli spiedini di cavolo fritto….Ma, ogni giorno la stessa storia: l’incavolato rospone, con aria schifata ed arricciando il naso, voltava il muso dall’altra parte senza degnarla di uno sguardo anzi, di un sol boccone.
Disperatamente sull’orlo di una crisi di nervi, la cocciutissima principessa trascorse le giornate seguenti alla ricerca e nella preparazione di sempre nuove, succulente ed invitanti ricette diventando una delle donne chef più richieste e pagate del suo e dei regni vicini. Era così presa e indaffarata a mescolare spezie e aromi che del rospo…bè, meglio un cavolo oggi che un rospo domani!

G.D.

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Questione di sopravvivenza

C’era una volta una vecchietta che viveva da sola in una piccola casa nel bosco. La sua vita era semplice: alla mattina andava nell’orto, coglieva gli ortaggi maturi, innaffiava i fiori e le erbe che crescevano rigogliose lungo il limite della sua staccionata di legno dipinta di rosso; cucinava qualcosa di semplice per sé, mangiava in compagnia degli uccellini sul davanzale e il gatto sulla sedia vicino al tavolo e al pomeriggio preparava la legna per accendere il fuoco e cuciva vicino alla finestra finché anche l’ultimo raggio di sole era calato.
Un giorno dal fondo della radura, mentre lei raccoglieva dei succosi pomodori, vide arrivare un lupo: era claudicante, visibilmente denutrito e disidratato come se avesse fatto un lungo viaggio per raggiungerla. La vecchietta, presa da compassione, entrò in casa, prese una brocca d’acqua e lo aspettò vicino alla staccionata dipinta di rosso. L’incontro fu tenero: il lupo dagli occhi mansueti, bevve mentre la vecchietta versava una piccola cascata d’acqua per lui. Si scambiarono uno sguardo di riconoscenza e da quel momento rimasero a vivere insieme nella piccola casetta nel bosco.
Dopo molto tempo, durante il quale la vecchietta nutriva il lupo ricevendone in cambio compagnia e protezione, arrivò laggiù in fondo alla radura una bambina dal cappuccetto rosso con un paniere pieno di vivande tra le braccia. La vecchietta si bloccò davanti alla finestra, guardò il lupo e prese una decisione: non avrebbe mai permesso alla bambina di raggiungerla nuovamente facendosi scovare anche in questo nascondiglio, soprattutto ora che aveva anche il lupo a difenderla.
Ecco fu così che il lupo fece finta di essere la nonna che, nascosta sotto il tavolo vicino al davanzale con gli uccellini, vide la fine del suo incubo in diretta.

 Cristina Roggi

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La storia del Pippipomodoro

C’era una volta un Pippipomodoro. Il Pippipomodoro viveva beato nel pippiorto della pipireggia, situata a sud del regno di Pippi.
Di giorno, i raggi morbidi del gaio sole  di inizio estate accarezzavano  giocosamente il Pippipomodoro. Dopo il tramonto, il pippigiardiniere  abilmente e con dolcezza prestava le giuste cure al Pippipomodoro. Legava le sue fronde scompigliate,  faceva sloggiare con autorità le verdi cimici che durante il giorno  si erano riparate all’ombra del suo fogliame, con pura acqua di pozzo rinfrescava le sue radici, per ristorarlo e farlo riposare tranquillo.
Ed il Pippipomodoro cresceva, diventando giorno dopo giorno sempre più rotondo e rosso  e lucido. In una parola: incantevole.

La notizia della sua  bellezza  cominciò così a spargersi sulla terra. Attratti dalla fama del Pippipomodoro e con la speranza di poter ammirare tale meravigliosa beltà,  genti di tutto il mondo giungevano alla porta della pippireggia, dove sostavano giorni e giorni, in attesa.
Mentre aspettavano di entrare nella pippireggia alcuni improvvisavano banchetti, altri intonavano canti e danze in lode alla magnificenza del Pippipomodoro. E la voce del suo incanto scivolava velocemente di bocca in bocca, aumentando di grandiosità.

Un pomeriggio, inaspettatamente, nere nubi gonfie di acqua si profilarono all’orizzonte. Rapidamente oscurarono il sole. Ed un diluvio violento si rovesciò sul regno di Pippi.

La principessa Pippi, temendo che gli scrosci d’acqua arrecassero danni al Pippipomodoro, ordinò al pippigiardiniere di ricoverarlo dentro la reggia.  Il pippigiardiniere raccolse delicatamente il Pippipomodoro e con gran premura lo portò al  riparo.
Il Pippipomodoro venne delicatamente adagiato in una ciotola di eccellente terracotta orientale, decorata con smalti blu cobalto e piccole gocce d’oro. Poi venne  trasportato nella sala del trono, al cospetto della principessa Pippi.

La principessa ammirò a lungo il Pippipomodoro, rosseggiante nella preziosa ciotolina che lei teneva con devozione tra le sue mani leggere.  Poi, delicatamente, lo adornò con delle preziose gemme di puro concentrato di mare, affinchè non prendesse freddo lo ricoprì con un setoso mantello verde estratto dalla liquida anima del sacro frutto dell’olivo e ……. se lo mangiò!

Carabanto

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Il Capitano che portava la neve

Salpavano ogni anno all’imbrunire del primo giorno di dicembre. Il Capitano diceva che il mare mosso, a guardarlo dalla terraferma, sembrava di cartapesta. Quando si trovavano in mezzo all’oceano però, a combattere tra un’onda che li avvicinava alle nuvole gonfie di pioggia e un’altra che li spingeva giù negli abissi tra i mostri marini, era la sua espressione di terrore a sembrare di cartapesta.
Impiegavano una settimana per raggiungere l’isola Bianca. Una volta sbarcati, correvano tutti lungo la spiaggia innevata e si divertivano a scivolare sul mare ghiacciato e ad arrampicarsi sulle onde che si stagliavano sul litorale, alte e immobili, come palazzi di vetro. Finito di far baldoria caricavano quanta più neve potevano sul vascello, pescavano qualche pesce (usando lo scalpello e non la canna da pesca chiaramente) e si preparavano a far ritorno a casa.
Il Capitano diceva che vedere in lontananza il porto pieno di gente che li aspettava lo riempiva di gioia.
La gente al porto osservava quel piccolo punto all’orizzonte farsi sempre più grande in mezzo al mare di cartapesta, fino a diventare un vascello colmo di neve e marinai infreddoliti.
Così, in quel piccolo paese dominato da un pezzo di cielo che non aveva più neve da regalare, era il mare a portare l’inverno.
Il Capitano diceva che il mare portava qualsiasi cosa, che superato l’orizzonte potevi vedere il cielo precipitare in mare e i suoi puntini di fuoco diventare stelle marine. E poi c’era l’America, la neve, e persino la felicità, lì in fondo, da qualche parte.

 S.P.

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CONCORSO IN CUCINA

 L’araldo annunciò il concorso per il miglior attrezzo delle cucine reali.
Al ricevere questa notizia ci fu subito un gran fervore e tutti quanti gli oggetti nelle cucine iniziarono a commentare la notizia e a decantare le proprie doti.
“Di sicuro” –  borbottò la vecchia pentola – “sarò io la vincitrice perche’ sono quella che cuoce le pietanze piu’ prelibate. E tutti lo sanno.”
“No, no” – tintinnarono le posate – “Noi siamo quelle che sulla tavola sono in maggior numero, e senza di noi non si può mangiare perciò il premio spetta a noi.”
Sbuffando la tovaglia disse : “Eh sì, care mie ma senza la mia bella presenza non si può dire che una tavola sia completa. Sarò io a primeggiare.”
E così di seguito ogni altro oggetto in cucina continuò ad esporre i propri pregi che lo rendevano meritevole di vincere.
A giudice fu nominata la bilancia, per le sue note qualità di imparzialità e precisione.
“Care amiche ed amici” – sentenziò – “come tutti ho ascoltato le vostre parole ed e’ per me assai difficile prendere una decisione. Sono sicura però che tutti sarete d’accordo con me nel nominare vincitore  Straccio Canovaccio.”
Ci fu un sussulto generale ed anche Straccio Canovaccio, che era rimasto sempre in silenzio, fu sorpreso e quasi sottovoce mormorò:”Io ? Che da tutti vengo usato e mai ringraziato…..”
La bilancia continuò: “Appunto,  per questo sei meritevole di essere premiato. Ogni giorno in silenzio rendi splendenti le stoviglie, pulisci il tavolo dove candida si posa la tovaglia e per non parlare della fatica nel tenere pulita signora pentola. Dopo tutto questo lavoro sei talmente esausto che rimani appoggiato in un cantuccio senza forze e non puoi partecipare alla festa del pranzo.”
Nel sentire quelle parole gli oggetti di cucina si rivolsero verso lo straccio ed acclamarono a gran voce:” Evviva Straccio Canovaccio, il nostro amico piu’ utile in cucina.”
Dopo quel giorno nelle cucine tornarono le vecchie abitudini e Straccio Canovaccio ritornò ai suoi soliti compiti. L’unica differenza adesso era che per premio, invece di essere messo in un cantuccio dimenticato, veniva appeso ad un gancio affinche’ potesse vedere la tavola e così partecipare al pranzo.
Lui pero’ in silenzio soffriva perché dormire a testa in giu’, dritto come un salame gli era impossibile ! ormai la sola gioia che aveva era quando, dimenticato da tutti, poteva stare raggomitolato vicino ai fornelli a dormire, sognando di essere una bella candida tovaglia ricamata, come gli capitava di sognare da sempre.

Denisio T.

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One Responseto “IL TEMPERAMATITE incontro n. 1”

  1. corrado premuda ha detto:

    Abbiamo cominciato con le favole… e abbiamo cominciato bene! Bravi tutti! Corrado

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