IL TEMPERAMATITE   incontro n. 3

IL TEMPERAMATITE incontro n. 3

31 gennaio 2012

costruzione di un personaggio 

 

Il personaggio: Ennio Flaiano

 

altezza: basso per essere un europeo, normale come italiano
capelli scuri, corti, taglio morbido,
appesantito al punto vita, segno di vita sedentaria
carnagione olivastra, baffi corti, occhiali con la montatura nera quadrata viso ovale, occhiaie scure  di chi dorme poco, tipo italiano veste abiti maschili tonalità blu grigio, ha cravatte colorate, occhi scuri, sguardo attento, curioso, divertito pigro, flemmatico, malinconico, lento, lettore, ama le domeniche e le notti, il suono delle campane, fumatore, consumatore di caffè, abituato alle redazioni molto fumose, mani bianche, dita un po’ grosse

EF la mattina del 16 giugno avrebbe voluto dormire, dopo aver passato la notte sulle ultime pagine della sceneggiatura. Ma si sentiva stanco. Era domenica, e dalle finestre aperte giungeva il suono delle campane. EF era seduto sulla sedia, davanti alla scrivania, immobile fissava il pacco di fogli dattiloscritti e ordinatamente impilati dalla pagina 1 alla pagina 386. Avrebbe potuto alzarsi, abbassare le tapparelle, stendersi sul divano, allungare i piedi sul tavolino basso, e riposare. Ma il solo pensiero della sequenza di gesti che avrebbe dovuto fare, lo tratteneva.
Il lavoro era finito, e come spesso gli accadeva, non provava la piacevole soddisfazione che accompagna il compimento, ma un senso di svuotamento e di inanità. Lo sguardo gli cadde sul frontespizio, dove la parola “dolce” era stata sottolineata, non da lui certo, e non ricordava nemmeno chi lo avesse fatto. Quella parola all’improvviso gli parve un terribile equivoco. Allungò lentamente la mano al portapenne e prese con due dita una matita blu. Cancellò “dolce” con un grosso tratto.

Otilia

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Un personaggio famoso: John Belushi

Avevo suonato alla porta una decina di volte ma…nessuna risposta, come pure ai numerosi sms di quella mattina. Eppure lo sapeva: dovevamo girare la scena finale e tutti ci stavano aspettando, imbufaliti. Avevo la chiave, per le urgenze; decisi di usarla. Spinsi la porta e lo trovai lì, steso sul divano nel soggiorno: tv accesa, bottiglie di birra sparse ovunque, mozziconi di sigaretta e di qualche spinello spenti nel cartone della pizza. Il solito John: paradossalmente delirante, ironicamente dirompente ma, in ogni caso, sempre eccessivo.
“Cazzo John, svegliati! Lo sai che ore sono? Non dirmi che ti sei anche fatto di coca!”
Ancora nessuna risposta. Quel suo corpo immobile e flaccido avvolto nell’ufficiale involucro bianco e nero sembrava quello di un elefante in tutù e bombetta, era dissonante e disgustoso. Ma io gli volevo un gran bene! Con fare maldestro diede un colpo agli occhiali neri che volarono sul tappeto lasciando intravedere due occhiaie colossali, una vera sfida anche per la miglior truccatrice. “ Bè, che c’è? Perché ti agiti tanto? Lo so che siamo un po’ ritardo; stavo solo provando una variante al nostro finale. Dammi un minuto e sarò pronto. Sorridi, la vita è bella!” E senza aggiungere una parola, tracannò l’ultimo sorso di wisky rimasto.

G.D.

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VICTOR HUGO

 

Stava in piedi davanti al suo scrittoio addossato al muro tappezzato di tessuti cinesi, vicino al letto a baldacchino e alla finestra che dava su place de Vosges. Scriveva come sempre con furia: se qualcuno lo avesse sorpreso di spalle avrebbe visto la sua enorme figura rigida di fronte al quaderno ma la parte alta del dorso scuotersi, al ritmo incalzante della penna.
Entrò la cameriera per consegnarli una lettera; il suo fare intimidito non distolse Victor dal teatrale esercizio quotidiano della creatività. La giovinetta tossì ripetutamente e infine lui si girò e, senza neanche parlare, le rivolse uno sguardo che le faceva già fretta. In silenzio gli porse una missiva con bolli colorati, stranieri. La lettera veniva dalle Americhe, parlava di Adele, lui lo intuiva.
La sua figlia smarrita forse era di ritorno: aveva seguito l’amore per un soldato inglese, ma l’amore non l’aveva tratta in salvo anzi l’aveva gettata nel baratro. Victor pensava a cosa dirle mentre strappava la busta, a come accoglierla, ora che la madre era morta, ma l’unica cosa che intuì con chiarezza fu che non voleva farsi lambire dal male che aveva preso sua figlia.

 Cristina Roggi

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LA SOLITUDINE DEL MONARCA

 

“ Avvocato”, disse sorridendo la giovane nobildonna avvicinandolo timidamente.
“ Sono Marta Marzotto Avvocato..”. Ingenuamente gli tese la mano, lui sapientemente la ignorò rispondendo lapidario ma elegantemente gentile “ Lo so” aumentando il passo verso l’ascensore che il fido valletto aveva provveduto a far arrivare al piano.
Quando le porte si chiusero lui sorrise guanrandosi allo specchio. Si autocompiaceva di quel volto regale, al pari del pensiero di come la nobildonna avrebbe eluso l’imbarazzo con le amiche che la accompagnavano.
Gli piaceva l’immagine che vedeva riflessa. Quarant’anni senza tempo, impalpabile ed altero, il resto del mondo non poteva penetrare oltre al taglio delle sue camice confezionate a Londra da mani esperte orgogliose del proprio lavoro.
L’ascensore lo stava portando verso la solita riunione con i capi del sindacato, che stentavano a capire come il taglio di 30.000 matricole significava salvarne altre 70.000.
Tanto l’avrebbe vinta lui, come sempre. Quei dettagli di eleganza di cui tanto si dibatteva sui rotocalchi, quell’orologio portato sul polsino della camicia, quella cravatta distrattamente appoggiata sopra il golf, rendevano inermi anche i suoi avversari. Certo li lasciava avvicinare fino a poter vedere la bava uscire dalle loro bocche, per poi colpirli fulmineo e sentire i loro guaiti.
Si sentiva solo in quei momenti, nulla poteva cambiare il corso della storia, nemmeno lui. No, non era triste, si annoiava, semplicemente.
Sceso al piano un collaboratore lo informò di una telefonata privata che lo attendeva nel salottino.
La moglie lo salutò appena rispose, lui la rassicurò sul suo stato di salute. La conversazione finì come sempre, “salutami i ragazzi”.
Non era di certo un padre attento, né un marito affettuoso, conscio del fatto che il destino per lui aveva scritto un libro diverso.

 Lorenzo Cerbone

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Il personaggio: Mario Monti  (di cui so molto poco)

 


Descrizione fisica:
Alto, canuto, un po’ anziano, composto, ancora in forma, teso, elegante con semplicità, con dolori reumatici alle mani.

Descrizione del carattere:
Elegantemente semplice, ponderato, affidabile, maturo, responsabile, cauto, un po’ spaventato, sobrio, fine, pedagogico. Quando ha parlato la prima volta in tv è stato sorprendente, mano a mano …lo vedo stanco. Lo immagino sposato ad una coetanea da poco in pensione dopo una carriera molto simile alla sua, e che in questo momento lo supporta nei vari modi possibili.

Breve episodio con il personaggio:

Quella mattina il sig. Mario si era alzato già stanco. Sua moglie lo aveva svegliato alle 6.30, portandogli un’enorme tazza di caffè bollente:
-Professore!! Veda di cominciare bene la giornata – gli aveva detto con ironia – magari proprio con questo buon caffè, perché le assicuro che sarà lunga!
E lui aveva bevuto il caffè velocemente , si era subito infilato sotto la doccia e vestito, e poi si era dedicato alla lettura dei giornali, sedendosi al tavolo della colazione, con sua moglie. Leggeva mangiando contemporaneamente un cornetto alla cioccolata.

 

Sua moglie aveva già sfogliato i vari quotidiani nazionali e internazionali che arrivavano ogni giorno direttamente dall’aeroporto e aveva già dato un’occhiata anche ai siti web delle varie testate italiane e straniere per catturare eventuali ultimi aggiornamenti . Ma ora se ne stava sorniona a guardare il signor Mario masticare, come se aspettasse qualcosa di particolare.
Quando lo sentì tossire come se un boccone gli fosse andato di traverso, sapeva già perché:
– Non credo ai miei occhi!- lo sentì esclamare come un ragazzino sorpreso.
-E invece sì! – gli aveva risposto, con una risata trattenuta in gola.
-Tutte le testate mostrano Fornero in lacrime! Abbiamo fatto un errore d’immagine – aveva detto con il tono che si ha quando si fanno constatazioni tecniche. E prese il cellulare per chiamare la Ministra del Lavoro
Lo aveva sentito pensare a voce alta mentre aspetta il collegamento:
– Tutta quella tensione, tutto quel lavoro senza pause …ha letteralmente segato i nervi di tutti noi. Quelle erano lacrime da stress! Infatti a me è venuta l’orticaria sotto la pianta del piede…proprio per lo stress di questi giorni…a lei invece è venuto da piangere! Ma la stampa ne approfitta subito: ironizza e polemizza, svalorizza e insinua! Approfitta di tutto, la stampa!! –

Angela Siciliano

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Yasodhara, la moglie dimenticata

 

“Il giorno in cui si spalancheranno le porte sormontate dai 17 diamanti di luce, quando dal cielo scenderanno petali di fiori e una lunga colonna di elefanti bianchi si metterà in marcia; allora splendente Yasodhara il tuo destino si compirà.”
Aveva pressochè rimosso dalla sua mente queste parole pronunciate da un cobra reale durante un incontro svoltosi tanti anni fa nella giungla. Questa mattina alla vista dei preparativi per la sfilata reale, però, aveva notato per la prima volta le porte settentrionali del palazzo. Erano, infatti, le uniche ad essere sormontate da 17 diamanti e proprio da queste sarebbe uscito il corteo reale nel tardo pomeriggio. Come un lampo in una notte oscura seguito da un tremento tuono la vista delle pietre preziose fece emergere dagli abissi della sua mente le parole del serpente e la sensazione che ebbe nel collegare quell’immagine con la profezia la scosse nel profondo.
Poteva sembrare assurdo, ma lei ne era certa quello doveva, anzi era il giorno del compimento del suo destino. Una strana sensazione di ineluttabilità del proprio vivere si era impadronita di lei e come succede alle persone prossime ad abbandonare il mondo anche Yasodhara vide scorrerle davanti la sua vita come un flusso di immagini, momenti ed emozioni. Improvvisamente tutto ciò ebbe un senso, e capì che da quel pomeriggio nulla sarebbe stato piu’ come prima.
Da lontano le stridenti urla di scimmie e il variegato canto d’uccelli provenienti dalla giungla la riportarono alla realtà. Era quasi mezzogiorno di una bella giornata di sole, non estremamente calda da doversi riparare dai raggi del sole ma nemmeno fredda da costringere ad usare vesti piu’ pesanti per poi avvertire quel senso di disagio e pesantezza sul proprio corpo, che lei davvero odiava . Tutto appariva così perfetto e in sincronia con l’universo, anche nonostante il nervosismo generale dovuto ai preparativi per la sfilata pomeridiana. Ad un tratto si indispettì che in un momento così sereno quasi idilliaco il suo animo fosse turbato dal ricordo di parole perse nel tempo.
Girò la testa e volse lo sguardo verso un gazebo fiorito dove stavano giocando padre e figlio. I due stavano battagliando con delle spade di bambu; suo marito, Siddharta, era impegnato con amorevole attenzione ad insegnare al loro figlio la nobile arte della scherma, fatta non solo di abilità e destrezza ma anche di nobiltà d’animo e rispetto per il proprio nemico. Nel vedere le movenze del figlio nel combattere riconobbe in lui la stessa forza e nobiltà d’animo del padre e dentro di se ne fu fiera.
Tra squilli di trombe e canti festosi il corteo si mosse. Le porte del palazzo si aprirono e una lunga e lenta colonna di elefanti ci passò attraverso. Al passaggio della processione venivano sparsi copiosi petali di fiori. Tutto combaciava con la predizione del cobra, per un breve istante Yasodhara ebbe paura, solo in quel momento realizzò davvero,che quelli potevano essere i suoi ultimi attimi di vita in questo mondo.
Una volta varcate le mura, però, non accadde nulla. Anzi non successe niente di quello che temeva. Tutto attorno c’era gente festante e una finta allegria contagiava i presenti, tranne uno.
Lui, Siddharta, era rabbuiato e pensieroso. Lei cerco lo sguardo di lui per consolarlo.
Quando i loro occhi si incrociarono il mondo di Yasodhara si fermò. Il sole basso all’orizzonte con raggi purpurei infuocava un mondo irreale. Passato, presente e futuro erano fusi in un unico istante, eterno ed immobile.
Quello che si presentava agli occhi della donna era un arazzo finemente tessuto dove ogni singola persona od animale raffigurato nella propria staticità era al contempo estremamente vivo e in movimento; l’immobilità profonda del tutto, lei compresa, dava un senso generale di energia e di vita.
Immersa in questo mare di silenzio comprese ciò che sarebbe accaduto a lei, alla sua famiglia e al suo amato marito. Guardò Siddartha, come se volesse imprimere nella mente l’immagine del proprio caro prima che egli scomparisse per sempre; ma un intreccio di emozioni sorsero dalle viscere del suo corpo e non potè fare altro che viverle.
Dapprima sorse il dolore, dolore materno. Quel sentimento che solo una madre può capire e provare nel vedere il proprio figlio sofferente, poi si fece avanti la rabbia, una rabbia sorda per il modo in cui verrà abbandonata : di notte in silenzio, senza parola alcuna. Avrebbe voluto gridare, ma non poteva tutto in lei era paralizzato. Non poteva fare altro che osservare questa mareggiata di emozioni che impetuosa si infrangeva sul suo essere. Lentamente nel suo cuore si condenso’ un’emozione strana, e non appena l’afferrò non ebbe dubbi si trattava della compassione.
Compassione per un uomo che l’avrebbe abbandonata nel piu’ vile dei modi, compassione per se stessa che nonostante tutto era conscia del suo compito, aiutare il marito a compiere il proprio destino. Compassione per la natura umana che è costretta a rincorrere foglie spinte dal vento nel vano tentativo di afferrarle per sentirsi felice.
Non rimaneva altro da fare che quello per cui era nata, cioè trasmettere la compassione al marito. Con il muto parlare degli occhi, Yasodhara la moglie che verrà dimenticata, trasmise dal profondo del suo essere la compassione a Siddartha, e nel fare questo nello stesso istante lei anche libero’ entrambi dalla sofferenza.
Lui, contraccambiò il gesto di lei con occhi tumidi, ma non pianse, non riusciva a farlo.
A questo punto Yasodhara fu colta da una sensazione di leggerezza ed ilarità, iniziò a ridere dentro di se a crepapelle. Era una risata di liberazione ed allegria che mai aveva provato in vita sua. Non c’erano più nubi nel suo orizzonte, non si preoccupava più per il futuro della famiglia o di lei. Tutto era perfetto e pienamente completo, anzi era perfino piacevole essere immersi nuovamente nel flusso della vita : il corteo avanzava, la gente ballava, cantava e lei rideva.

Denisio Tortuosetti

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DALI’

Spesso i luoghi che segnarono la mia giovinezza divengono il proscenio dei miei deliri, delle mie visioni. È abituale che la mia prodigiosa mente collochi nel bel mezzo di una spiaggia della Catalogna (la mia amata Catalogna!) lo scheletro oblungo di un uomo insetto.
A dieci anni rimasi folgorato dal colore azzurro-universo-pre-Big-Bang delle mattonelle che decoravano le pareti di una piccola pescheria vicino a casa. Attingo da quel ricordo, oggi, mentre dipingo il cielo sullo sfondo di una mia tela.
Dicono che io abbia una percezione distorta del mio passato, e affermandolo credono di farmi uno sgarbo, s’illudono di offendermi ma non sanno che la loro “realtà” altro non è che la visione bidimensionale di ciò che vede Dalì.

S.P.

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Frida

Frida ed il suo letto, sollevati dalle braccia dei quattro uomini arruolati per la circostanza, si mossero beccheggiando.
La sua immagine, riflessa nello specchio che faceva da tetto al letto a baldacchino, vibrò. Lo sguardo soddisfatto di Frida si fermò su quanto vedeva sopra di sè . Tutto era stato fatto proprio come lei voleva. Un sorriso compiaciuto le incurvò il labbro superiore, ricoperto da una leggera peluria bruna. Con gli occhi brillanti fissi allo specchio girò leggermente il collo e si accarezzò l’acconciatura che Maria le aveva fatto quella mattina. Sì, la scriminatura in mezzo con la treccia nera che come una corona le circondava la piccola testa bruna le piaceva sempre. Osservò l’abito che aveva scelto per l’occasione e nuovamente approvò le sue decisioni di quel mattino, pienamente appagata da quello che lo specchio le rimandava. Quei colori accesi le donavano. Erano i colori della sua terra, d’altronde. E si abbinavano perfettamente alle tende del baldacchino ed alle coltri del letto, che ormai faceva parte della sua stessa persona.
Era una splendida donna , su uno splendido letto che in quel momento stava attraversando uno splendido patio per andare ad una splendida festa. La sua festa, pensò. E sorrise con orgoglio, senza avere la minima intenzione di celarlo. I peccati capitali non erano affare suo. Non lo erano mai stati stati, figuriamoci quel giorno.

Carabanto

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Bruce Lee

 

Nell’ estate del ’72 Lee si trovava a Los Angeles per promuovere il suo ultimo film: “Dalla Cina con furore”. In quei febbrili giorni era riuscito a trovare il tempo di vedere ed allenare i suoi cari amici americani, alcuni dei quali erano notissimi personaggi del cinema e dello sport.
Ho avuto la fortuna di intervistare Kareem Abdul Jabbar, campione indiscusso del basket americano degli anni ’70. Kareem conosceva bene il Bruce di quel periodo, e lo ricorda così.
“Era un uomo catturato da un’ossessione, una fra le tante di quegli anni strani e rumorosi. Pensava che i metodi e i modelli di qualunque attività umana siano castranti, uccidano la libertà e la creatività.
Per molti versi non era molto distante dagli esponenti delle avanguardie europee dei primi del novecento in ambito letterario e artistico, ma applicava questa sua inclinazione, questa sua tensione, a ciò che in quegli anni costituiva l’ultimo baluardo di un classicismo sclerotizzato: le arti marziali orientali.
Ricordo bene un episodio che fotografa con chiarezza quello che voglio dire. In una sera primaverile del ’72 ci ritrovammo insieme in una di quelle esclusive cene tanto in voga fra il jet set e gli intellettuali di quel periodo. Alcuni dei commensali discutevano animatamente di pittura. Uno in particolare, un eminente professore di New York rosso in volto per il troppo alcol bevuto, sosteneva in modo acceso una tesi secondo la quale le opere di molti  contemporanei non sono da considerare vera arte.
L’attributo di “artista” sarebbe, a suo avviso, esclusivo appannaggio di chi si sottomette a precisi canoni formali e domina con maestria le tecniche apprese in serie scuole istituzionali. Etichettava Warhol come “impostore” e chiamava “capre” o “massa di incolti”  chi, tra i presenti, tentava imbarazzato di difendere l’opera dell’artista americano. “Che ne sapete voi? -sbraitava- Io ho studiato a Yale, voi non avete i titoli per parlare d’arte!”
“Avrei giurato avesse studiato in Italia, -lo interruppe bruscamente Bruce- soprattutto da come riesce ad apprezzare questo magnifico Merlot. Scommetto che gode del frutto delle migliori vendemmie più volte al giorno, magari già la mattina presto”.
Detestava tutti i conservatori, specialmente chi indica ciò che è “bello” e ciò che è “giusto”, e non tollerava chi ha la presunzione di insegnare quello che si deve e non si deve amare.”

L.G.

L.G.

 

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One Responseto “IL TEMPERAMATITE incontro n. 3”

  1. nanni ha detto:

    Bello il blog di scrittura creativa

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