IL TEMPERAMATITE   incontro n. 4

IL TEMPERAMATITE incontro n. 4

7  febbraio 2012

descrizione di una città

 

Rovaniemi: un teatrino fantasma intrappolato nei ghiacci

 

Rovaniemi è una piccola cittadina a nord della Finlandia, patria di Babbo Natale.
Durante la stagione invernale è spesso meta di schiere di turisti che, dopo aver assaporato le vicine oasi sciistiche, i lussuosi e pullulanti hotel e i trampolini di lancio in una natura quasi selvaggia ed incontaminata, fanno una piccola tappa anche al Circolo Polare Artico soprattutto per la gioia dei loro figli. La leggenda vuole che proprio qui, in questa piccola e sperduta località al confine con le lande desolate dei ghiacci perenni, Babbo Natale abbia dimora, qui raccolga le migliaia di letterine provenienti da tutto il mondo e qui, aiutato da elfi e gnomi, fabbrichi mirabili giocattoli.
Ad arrivare in questo posto surreale d’estate, si ha la sensazione di precipitare in una città fantasma. Nella natura più rigogliosa ed incontaminata, fra boschi sterminati abitati da renne, distese di ribes ed innumerevoli laghi, Rovaniemi appare una metropoli in miniatura di un qualche plastico: una decina di casette di legno in mezzo al nulla, il villaggio di Babbo Natale! All’interno, alcune floride donne con tanto di vestito e cappello rosso con pon-pon timbrano sorridenti -per i rarissimi visitatori- le cartoline da imbucare nell’apposita scatola rossa (modello londinese!) dalla scritta “Richieste per l’anno in corso” e, nello store annesso, gadgets di ogni tipo e per tutti i gusti. Scelta alquanto paradossale questa dei finlandesi di creare un villaggio turistico a puro scopo commerciale in un paese dove è impossibile mettere qualcosa sotto i denti dopo le 18, dove le uova – anche se ci sono – si mangiano esclusivamente a colazione, dove nemmeno all’aeroporto si trova qualcuno disposto a chiamare un taxi e nulla sembra esser stato pensato per il turista che è considerato un ospite scomodo e poco gradito. E ritrovarsi in un teatrino fantasma intrappolato nei ghiacci in piena estate, quando basta uscire da lì per godere di un infinito mare di gadgets naturali, la rende ancora più incomprensibile.

G.D.

 

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AREZZO NEL CUORE DELLE COSE

Arezzo è una provincia di grandi dimensioni e una città di limitati spazi.
Si inerpica, spaccata in due, tra il nuovo, confuso e grigio asfalto della periferia e il vecchio che si apre pian piano da via Michelangelo verso l’alto Duomo. Salendo la collina sul scivoloso pavee , lascio il vociare dei negozi alla moda, lo struscio serale, gli aperitivi affollati, abbandono la volgare ricchezza del presente per afferrarne il cuore antico, medievale. La Pieve di San Domenico, la basilica di S.Francesco, la biblioteca e la casa di Petrarca me la rimandano cara, amata, paterna.
Arrivo in cima, Ferdinando de Medici mi guarda: sono sola sotto il suo sguardo di padrone protettivo, finalmente nel cuore delle cose.

Cristina Roggi

 

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HAMBURG

 

Un abito marrone con punte di nero e rosso bordeaux, così vidi Amburgo la prima volta; i ponti di ferro tenuti assieme da rivetti, gru di ferro, tantissime scatole di ferro e una miriade di mattoncini rossi ingessavano la città in questo vestito. Il cielo grigio senza nubi e senza sole era il fiore all’occhiello. Stranamente il tutto ebbe fascino su di me.
Una città con un enorme carattere e forza di volontà soprattutto per indossare con disinvoltura colori del genere. Vedere Landungs Bruecken faceva presagire una città popolata da titani Wagneriani, palazzi costruiti con ciclopiche pietre sicuramente estratte dalle miniere dei nani del Reno, anche se siamo sull’Elba, e per spostarle ogni tipo di carrucola e gru che l’ingegno umano possa concepire saranno state realizzate; forse è per questo i tedeschi mi piacciono : riescono a creare ogni tipo di marchingegno e rendere affascinante questa accozzaglia di ingranaggi, costruzioni di ferro e cavi d’acciaio.
Dietro ad un angolo un mozzicone bruciacchiato di chiesa lasciata lì come ricordo di tempi infausti, messa apposta in un contorno immacolato delle vie ben ordinate ma invece di stridere si confonde nella città, mentre più avanti palazzi recenti costruiti per mimetizzarsi tra gli edifici d’epoca sono fastidiosi come un sassolino nella scarpa.
Se si alza lo sguardo si possono scorgere 7 campanili, le 7 cravatte di Amburgo. Anche senza cartina o buon senso dell’orientamento non ci si può perdere nel centro, basta alzare gli occhi, scegliere la cravatta giusta e trovi la via. Questo risulta utilissimo quando alla sera la città si spoglia del suo abito e tutto diventa più informale. Perdendosi in un intreccio di poche vie il giorno diventa notte e viceversa; l’unica differenza è che i lampioni di giorno non sono accesi. Frastornato da luci e suoni cerci di trovare la via di casa e se sei a piedi guardi il cielo per trovare la tua direzione.
L’immancabile stazione di Polizia di Sankt Pauli, dove i destini più bizzarri si intrecciano nei colori della vita, per un attimo sembra che si possa incontrare il Caporale Kreutzfeld, figlio di uno scaricatore di porto della città, che ubriaco fradicio rimbalza da un bordello all’altro durante il suo ultimo giorno di licenza lontano dal fronte, per poi essere arrestato per rissa e tradotto alla centrale. Le amanti ad ore si notano più per lo stano abbinamento Moonboot e “panta -collant” che per reggiseni audaci e labbra rosso fuoco; qualcuno parla con loro, tratta, e poi si dileguano assieme : affare fatto!
Moltissimi locali una volta affollati da marinai d’ogni razza e rango, oggi sono frequentati da turisti curiosi,gioventù bene, e da vinti, cioè quelli che per sfortuna o volontà si consumano come una sigaretta dimenticata in un posacenere. Anche se la percentuale varia da locale a locale gli ingredienti sono fissi per creare questo miscuglio agrodolce di realtà. Non c’è bar, uno, che non abbia il suo juke-box e con 50 centesimi di “Oiro”( in Germania l’euro si pronuncia Oiro) puoi comprare il tuo attimo di gloria , condividere la canzone preferita con gli altri e sentirti dire : “Sehr Schoen” (molto bello),così ballando, bevendo ed amando per un attimo la persona che balla assieme a te nessuno fa caso al fatto che sei vestito in giacca e cravatta come un pinguino appena uscito da una fiera campionaria e il tuo partner è una punk a bestia che potrebbe avere almeno vent’anni meno o più di te, tanto entrambi cantate a voce alta “Psyco killer”…, tanto la città è piena di scene simili, tanto si è tutti li per lo stesso motivo : essere spensierati per un po’, ed alla fin fine come potrebbe ergersi a giudice una città che indossa questi colori.

 Denisio Tortuosetti

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UDINE

Alcuni anni fa uscivo dalla stazione e trovavo il mio amico udinese ad aspettarmi. A piedi mi accompagnava a casa, portando il mio borsone verde, mentre io con il beauty guardavo attorno le case..due piani, forse tre, due per lo più, “a misura d’uomo”, un salotto, portici bassi, tanti negozi piccoli e quadrati.
Udine non era un paese, ma un salotto elegante, con portici bassi, molto bassi, e negozi con molta distinzione e un’idea estetica chiara. Era la dimensione a impensierirmi. Per chi erano quei negozi piccoli e quadrati, le farmacie col soffitto basso, e le boutique con piccole scale, piccoli specchi? tanto beige, bianco, legno, molte linee. Anche quelle mi impensierivano, quando la sera in macchina il mio amico udinese girava con sicurezza in un intrico di strade appena fuori dal centro, dritte, uguali, con case ancora più basse, e dove qualsiasi incrocio era identico a quello prima, e quando si arrivava, ero ammirata.
Udine mi impensierisce. Ha spettacoli, teatro e cinema, molto ricercati, e quando arrivano teatranti e cineasti stranieri, trovano ospitalità in residence con due piani al massimo. Oltre, la campagna. Udine sta nel mezzo a questa campagna col mais, i pioppi, i gelsi, e le case a un piano.
La campagna col mais e il resto sogna. Sogna di coltivare una città come una primizia. La immagina nel mezzo, equidistante. Attorno i campi, ma non a distesa come a Lodi o a Crema. E’ una campagna che anche quando sogna, risparmia. Sobria anche nell’immaginario, nei colori, nei portici bassi, molto bassi, e i piccoli quadrati di negozi, molto distinti, perchè appunto la roba c’è, ma è distinta, la terra è buona  ma limitata.
Il mio amico udinese era basso, non molto basso, si potrebbe dire concentrato come si fa con i pomodori. Non accendeva mai il riscaldamento nella casa dove abitava, al primo piano di una casa d’epoca che di piani ne aveva due. Per l’ospite, caricava la stufa del salone con il pellet. Aveva l’abitudine di dormire con le finestre aperte, ma per l’ospite le chiudeva. La domenica mattina dalla finestra di una cucina quadrata guardavo giù la strada e le finestre di fronte dove non si vedeva mai nessuno dietro le tendine con i volant rossi. Pochi passavano in bicicletta sul pavè.  Sotto i portici molto bassi quando passeggiavamo, il mio amico stava molto bene.

otilia

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POLA, L’ANFITEATRO SUL MARE

A Trieste capita spesso che la gente dica “Io sono nato/a Pola” oppure “Mio padre/mia madre era di Pola”.
Mi ha sempre incuriosito questo luogo non-luogo di un mondo italiano che non esiste più. Adesso che tante cose sono cambiate rispetto al passato e che Pola e tutta l’Istria sono anche una meta turistica in tante brochure, ho pensato a lei per trascorrere un weekend diverso.
E finalmente poche settimane fa l’ho vista.
Mi ha subito sorpresa per il suo aspetto a strati, cioè di Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sopra la Repubblica di Venezia e sopra l’Impero Romano e tutto questo sotto le insegne e i simboli dell’attuale consumismo occidentale che accomuna tante città in diverse nazioni. Ci si sente a proprio agio anche all’estero se all’angolo di una strada leggi il marchio dello stesso supermercato che vedi di fronte casa tua.
Ho comunque trovato molto bello quel suo essere italica nell’architettura, nella gastronomia, nei nomi delle vie, pur essendo anche Croazia ed ex Jugoslavia. Ma soprattutto ho capito il suo essere Istria (che è la sua natura profonda, mentre il resto è solo una superficie che è cambiata periodicamente integrandosi a quanto c’era prima).
Molti polesi mi hanno parlato in italiano (un italiano-veneto molto simile al triestino) e anche questo ha contribuito a farmi sentire a mio agio.
Il monumento che la caratterizza è l’anfiteatro romano, un colosseo di pietra grigia tendente al bianco, a pochi metri dal porto, tra soffici pini marini, sullo sfondo azzurro del cielo.
Lasciandola ho pensato che quando avrò voglia “di andare nel mondo”, uscendo da Trieste in auto, invece di girare a destra per raggiungere  Venezia, potrei decidere ogni tanto di andare a sinistra, cioè a Pola, avendo l’impressione di dirigermi, senza grandi difficoltà, verso un altro pezzo d’Italia, una quasi-Italia, un’Italia del cuore, un’Italia riflessa.

Angela Siciliano

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Barcellona

Barcellona, nella mia memoria, riassume in sé tutti i luoghi urbani che ho visto e vissuto.
E’ uno strano scherzo dell’immaginazione, ma mi capita, lì per lì, di confondermi nel ricordo.
Pensare ad esempio ad una collina sopra Harlem, nei pressi della Columbia University a New York, oppure ad una via stretta e ripida di Dublino, o ad alcune accecanti mattinate estive di Roma, per poi rendermi d’un tratto conto che quei luoghi, o non luoghi, non appartengono davvero a quelle città.
La verità è che tutti questi posti sono Barcellona, li ritrovo necessariamente lì, in mezzo ad un miscuglio disordinato di odori, vie, facce e lingue che non hanno relazione né criterio.
E’ come se sullo schermo della mia coscienza qualcuno proietti delle diapositive senza didascalia, ed io non possa associare in alcun modo il nome alla cosa.
Tuttavia, se non trovo uno stile, se non riconosco una linea comune, allora so che sto ricordando lei.

L.G.

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Maputo  ha il cuore di azulejos  (e non si fida dell’oceano)

 

Ci arrivi dall’aereoporto. Porta d’entrata non troppo nobile della città. L’ aereoporto è un aereoporto. Come tanti altri. Né meglio, né peggio: acciaio, polvere, vetro e kleneex abbandonati a terra. Ad accoglierti quando esci dalla cabina presurizzata, l’aria calda e secca come quella del casco del parrucchiere. La strada che ti porta in città è un nastro di cemento che attraversa una periferia in perpetua mutazione. Una periferia mutante.  Che per mutare ha bisogno della stessa quantità di tempo che ci volle al primo dei tre porcellini per costruire la sua casetta di paglia. Inutile ricordare la fine della casetta di paglia. In fondo al nastro grigio la città di cemento, di cui si intravedono i grattacieli. Torri dall’apparenza moderna, poste a guardia di crocicchi di vie dai nomi desueti ed appartenenti ad un passato da parata: Avenida Karl Marx, Rua Patrice Lumumba, Plaça Lenin, Avenida Edoardo Modlane…….. Qualcuna delle Torri è cresciuta in fronte all’oceano. Ma all’oceano in realtà mostra la schiena. Maputo ha un rapporto conflittuale con l’oceano, la mette a disagio, non si fida. E poi la salsedine oceanica corrode, brucia, meglio volgere lo sguardo verso il cuore della città. E dare le spalle all ‘irrequieta  distesa d’acqua salata. Ai piedi delle Torri  si estende il corpo di vivendas: case basse d’architettura coloniale, patii ombrosi, giardini disordinati con piccoli banani e orchidee spontanee, utilizzati per cucinare, lavare, stendere, riparare, abitati da tartarughe e mai curati. Nelle rete regolare di avenidas dai nomi altisananti, al centro del corpo di vivendas, c’è lei: Vila Algarve.  Vecchia, splendida, signorile, grande dimora padronale che brilla preziosa da lontano con l’azzurro dei suoi azulejos Da lontano. Da vicino Vila Algarve non è splendida e non è signorile. E’ grande, questo sì, molto grande: un mondo. Ognuna delle molte stanze di Vila Algarve, ogni singolo metro del suo lunghissimo patio, ogni piccolo lembo del suo esteso giardino è occupato.  Occhi rotondi di bambini, barbe bianche di vecchi di quarant’anni, pance di donne incinte, mani addormentate, mani che riparano qualcosa, mani che lavano nei catini, mani che accendono fuochi a carbonella , mani che intrecciano crespi capelli, mani scure dai palmi bianchi, bizzaria della natura. Al suo interno si può trascorrere una vita, semza aver mai bisogno di allontonarsene. E chi si allontana, poi circolarmente ritorna da lei. Vila Algarve, seguendo il  ritmo costante dei batuk, palpita e pulsa, giorno e notte, odorosamente e senza sosta. E brilla da lontano nell’azzurro nostalgia delle sue preziose decorazioni.

Ecco il cuore di Maputo, fatto di azulejos.

 

Carabanto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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