IL TEMPERAMATITE   incontro n. 5

IL TEMPERAMATITE incontro n. 5

Martedì 14  febbraio 2012

descrizione di un ambiente 

 

Havana Office

Nonostante fosse gennaio, quel mattino lasciava presagire ad una bellissima giornata di sole con temperature quasi primaverili. L’aria era dolce e densa di uno strano miscuglio di odori : salsedine mista l’odore amaro di elettrodi consumati,  il profumo dei pini, un’ intensa fragranza del proprio profumo preferito, e diesel.  Un pesante odore di diesel. Infatti, poco distante , stava transitando quello che lui chiama “il coccodrillo”, un mezzo di colore  giallo con moltissime ruote, bassissimo, adibito al trasporto delle sezioni delle navi da un parte all’altra del cantiere. Peculiarità del coccodrillo è la lentezza, probabilmente la velocità massima e’ di 5 km all’ora, velocità perfetta per saturare l’aria di quel terribile fetore di diesel stantio.
Stava in cima alla scalinata che separava la palazzina degli uffici e la strada dove grottescamente si trascinava come una bestia morente il mezzo a 36 ruote, osservava il bianco splendente delle pietre che formavano la scalinata. Erano bianche e lucide causa il passaggio quotidiano di moltissime persone e anche lui le aveva percorse  su e giù, innumerevoli volte. Aveva preferito aspettare lì, all’aperto invece che nel corridoio della palazzina, per evitare di incontrare persone e parlare, aveva voglia di silenzio e odore di salsedine misto a  nafta.
Da lontano scorse Havana, con cui aveva appuntamento,  e subito ne riconobbe l’andatura ciondolante. Aveva oramai perso il conto di quante volte le aveva rimproverato il fatto che se continuasse a camminare così il suo male di schiena non le sarebbe mai  passato, ma lei era convinta che fosse tutto colpa delle scarpe antinfortunistiche che indossava. Aveva cambiato già tre paia, su consiglio di alcuni colleghi, però il male di schiena era rimasto una costante così adesso attendeva il quarto paio di ricambio. Sotto l’elmetto bianco un paio di occhiali da vista di  plastica rossa, che incorniciavano due occhi intelligenti, i capelli lunghi sciolti come al solito e  leggermente increspati dall’umidità.  Un corpo ben proporzionato racchiuso da una tuta di lavoro blu, ai piedi : il terzo paio di scarpe da lavoro, nere a lacci grigi.
Raggiunta la base della delle scale lei si accorse di lui,  le salì di corsa per raggiungerlo e salutarlo. Nel vederla salire le scale così velocemente ebbe un sorriso, un sorriso che tenne per se stesso, infatti il suo volto non lasciò trasparire il suo compiacimento che nonostante fosse passato del tempo, lei ancora correva per venirlo a salutare.
Si salutarono amichevolmente con poche parole, e decisero di bere un caffè assieme nel ufficio di Havana. Lui disse  di aspettarlo nell’ ufficio intanto che  andava alla macchina automatica per prendere i caffè. Dopo aver introdotto le monete, scelse : “caffè corto – senza zucchero”  premendo un bottone meno consunto rispetto agli altri, indice che ” caffe corto – senza zucchero “ non va per la maggiore.  L’aggeggio iniziò a sferragliare ed a emettere tutta una serie di suoni sintomo che la sua bevanda al gusto caffè era in fase di produzione. Il bicchierino nello scomparto della macchina lentamente si riempiva di quello che lui definiva “caffe chimico”perché difficilmente il liquido nero erogato da queste macchine automatiche ha qualche grado di parentela con i chicchi e piante di caffè che crescono in rigogliose piantagioni dal bel colore verde smeraldo.
Entrò nell’ufficio di Havana, con due bicchieri di caffe chimico bollente in mano.
Quell’ambiente era uno strano miscuglio di arredi  stile socialista in rovere chiaro e un archivio. Fascicoli impilati senza ordine preciso, con densi strati di polvere sopra come zucchero a velo su di un dolce della domenica fatto in casa, riempivano il lato destro della stanza.
Vicino alla finestra una scrivania che sembrava un negozietto di Shangai, non tutto ma di tutto. Un astuccio ricolmo di rossetti, highliners, smalti per unghie, l’immancabile specchietto double face per ingrandire i propri difetti. Una tazza ricolma di matite e penne di ogni genere ,un posacenere blu oltremare riempito di mozziconi di sigaretta sporchi di rossetto. Un paio di riviste e un buono sconto facevano capolino dalla borsa messa nel primo cassetto della scrivania.
Cumuli di pratiche inutili accastati sulla parte sinistra del tavolo, messi li a corredo. Un vecchio monitor con tastiera che in tempi passati erano di un bel colore beige brillante ora si confondevano con il grigio tortora dei muri, mentre il mouse era di colore rosa con rifiniture cromate. Una vecchia radio gracchiava musica, era accesa non per la musica in sé ma affinchè nessuno sentisse attraverso i muri quello che si diceva nella stanza. Infine l’oggetto che più colpiva per la  sua semplicità e bellezza. Un pezzo di legno laccato, probabilmente ulivo, leggermente ricurvo verso destra, che formava una T, un bel crocefisso. Ogni volta che lo vedeva rimaneva affascinato da quel oggetto, anello di congiunzione tra il divino e l’umano.
Le porse il bicchiere fumante e si sedette di fronte a lei, per un breve istante entrambi rimasero in silenzio, nessuno dei due  sapeva da dove cominciare per districare la questione, quel nodo gordiano che li avvolgeva.
Lui stava per  chiederle se si interessasse di fisica quantistica però aveva paura di risultare un po’ smargiasso nel farlo, ma quella teoria sul tempo che non esiste come un flusso continuo bensì solo sotto forma di pillole temporali, cioè una serie infinita di  palle di vetro con la neve finta dentro lo affascinava estremamente. Al pensiero che ogni singolo istante dell’esistenza umana è racchiuso in questa bolla e lì, fermo per sempre,  può essere rivissuto ogni qualvolta lo si vuole semplicemente capovolgendo questa palla di vetro, era davvero accattivante  .  Nel pensare a dei momenti tra loro due eternamente bloccati nel tempo cosparsi di neve finta, immersi in una specie di liquido amniotico trasparente gli venne da sorridere.
Osservò Havana, si soffermò sul suo viso rotondo e pallido, quasi lunare e decise di  proseguire con un semplice – e con la salute come va?
Lei rispose frettolosamente con una frase di circostanza – tutte bene grazie.
Havana, si vedeva benissimo, era impaziente di portare il colloquio verso altri argomenti e continuò – dimmi adesso sei felice ?
Fu colto alla sprovvista da questa domanda, infatti lei era una delle rare persone che ancora si preoccupavano di chiedergli se fosse felice. Indubbiamente lo era, anzi da una decina d’anni era abbondantemente felice e per sua fortuna la quantità di felicità non aveva mai oltrepassato il limite di guardia per trasformarsi in monotonia e tedio di una vita costante. Però quella domanda più che per lui era rivolta a lei. Con un gusto tutto suo egli decise di far capire ad  Havana perché lei non fosse felice.
Si lo sono, anzi adesso che finalmente ho finito questo progetto sono di nuovo padrone del mio tempo e posso dedicarlo a me e alle persone che amo e poi……. Come ti ho detto più volte la felicità è una condizione mentale e non materiale.
Potrebbe sembrare una frase fatta però è pura realtà, ma non si capisce bene il perché incontra sempre ostilità e scetticismo da parte della gente quando la si pronuncia. Anche Havana faceva parte della gente infatti lesse sul suo volto la classica espressione quasi di compassione verso una persona che finge di essere felice, autoconvincendosi di ciò nel recitare sempre lo stesso ritornello. Ormai si era rassegnato verso la gente ma verso di lei era diverso, voleva stuzzicarla nel profondo, ci teneva realmente farle capire che le sue non erano parole vuote così continuò
So che non mi credi però è così. Tu piuttosto sembri un po’ depressa.
Si ,in effetti sono stanca.
Bugia bella e buona, si vedeva lontano un miglio che non era stanca.  Forse stressata, ma non stanca conosceva bene il suo volto. Ogni singolo tratto del suo viso, ogni sua impercettibile espressione, il fatto che indossasse il rossetto rosso fuoco o quello bordeaux erano per lui chiari segni di come stesse sia fuori che dentro. Non riusciva a capire perché volesse imbrogliarlo nonostante il fatto che le avesse già detto che lei era come un libro aperto per lui.
Non mi sembri stanca, anzi direi che sei insoddisfatta, c’è qualcosa dentro di te che ti tormenta ma non vuoi raccontarlo……….
Centro ! Havana non disse nulla ma istintivamente cambio posizione, incrociò le mani sul petto e si mise sulla difensiva, si era accorta che si stava per raggiungere argomenti che lei preferiva sorvolare. Si accese una sigaretta e in un sbuffo di fumo azzurrognolo come a voler soffiare via la domanda rispose :
Davvero sono stanca sto studiando per la seconda laurea e sono molto indietro con gli esami ed ogni mattina mi alzo alle cinque per studiare.
Ok se lo dici tu….., posso prendere  una sigaretta?
Lei gli porse il pacchetto di Marlboro Light semivuoto,  ne prese una controvoglia e con poco entusiasmo ne aspirò una generosa boccata. Erano 6 anni che non fumava più, saltuariamente però dopo notti senza sonno a fare baldoria, ne sentiva il bisogno ma era un bisogno mentale più che fisico. L’odore del tabacco bruciato, le spire di fumo, una tazza di caffe fumante, anche se chimico,  nelle mani gli evocava sempre l’immagine di lui come fosse Tex Willer nel mezzo del deserto, intento  a cucinare del caffè in un bricco smaltato con il fuoco crepitante sotto; e questo chissà perché lo faceva stare bene. E anche quella volta funzionò.
*  *   *
Denisio T.
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AMBIENTE  in attesa di personaggio

La stanza sembra vuota, i mobili hanno lo stesso colore della parete, giallino chiaro, un color zabaglione montato per ore e ore fino alla sublimazione. Un letto grande, un armadio basso a due ante, liscio, un comodino a tre cassetti. Di fronte al letto file di libri di grandi dimensioni, che sembrano galleggiare su mensole invisibili di vetro, l’armadio a destra, a sinistra una porta finestra che occupa l’intera parete. Le tende hanno lo stesso colore dei mobili, con qualche fila gialla più scura come quando nello zabaglione ci si mette il marsala e si mescola. Una scrivania sottile in legno chiaro è sistemata di lato, davanti alla finestra, sopra un telefono color crema, un pacco di fogli di carta bianca, un vaso per la conserva di marmellata  ricolmo di matite pastello e grafite. In mezzo, una scatola di latta per biscotti è piena di bustine grandi e piccole, sistemate in ordine di altezza e secondo il colore. Davanti gli zuccheri, dietro i tè, poi le buste di preparato per crema pasticcera, per idrolitina, la polvere per il purè. Sulla scrivania una ciotola è rovesciata e versa sul legno chiaro una poltiglia color lampone. A terra una frusta da cucina con resti di crema al lampone e un quaderno con alcune pagine strappate. Le lenzuola color panna sono tirate e rimboccate lisce, senza una minima piega.

otilia

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San Valentino a casa di Nonna Papera

 

La cucina profumava di cannella, nel forno i biscotti dorati.
Sul tavolo il vino rosso e la candela che attendeva di illuminare l’arrosto pigramente adagiato su un letto di patate e rosmarino. Sotto ad ogni cosa, riposta con cura e attenzione, la tovaglia bianca delle grandi occasioni, ricamata a mano. Era stata la tovaglia di sua madre e prima ancora era appartenuta a sua nonna; in tutto quel tempo aveva visto riunioni famigliari, pranzi di Natale, torte e candeline e di tutto quel tempo portava qualche piccola traccia indelebile, una memoria intima. E proprio sopra la bruciatura ingiallita, il porta salviette.
I fiori, nel vaso accanto alla finestra, s’erano schiusi un tantino col calore del forno forse per controllare che l’arrosto fosse ben cotto.
I vasetti multicolori delle marmellate erano sistemati in maniera meticolosa secondo una sfumatura cromatica: dal rosso scuro delle amarene al giallo chiaro della confettura di limone e zenzero, passando per il rosa delle fragoline di bosco e l’arancione vivo delle pesche estive; ogni tappo ricoperto da un quadrato di stoffa diverso e legato con del nastrino in tinta. Tutti così, in fila, i vasetti sembravano dei soldatini con l’elmetto variopinto, sull’attenti, pronti, in attesa del fischio di un immaginario “via” per calarsi con le funi dalla mensola ed affrontare il loro momento di gloria.
Anche il gatto, accoccolato sotto la sedia, stava lì provvisorio, raggomitolato ma con un orecchio teso e vibrante in un apparente dormiveglia. Dalla radio appoggiata sul frigorifero provenivano confusamente le voci del meteo; il volume abbassato al minimo rendeva il mormorio indecifrabile e monotono; un riempitivo di sottofondo di scarsa efficacia.
L’orologio a cucù troneggiava maestoso sulla parete come una presenza molesta: i suoi rintocchi pesanti coprivano, a momenti, il già sommesso bisbiglio delle previsioni mentre l’uccellino giallo dal ciuffo scompigliato se ne usciva dalla sua tana controvoglia, al rallentatore, quasi svegliato prematuramente da un insolito letargo.
Nella cucina, quel giorno, tutto era possibile o impossibile ed ogni cosa immobile, sospesa ma fremente…
Nonna Papera diede un’ultima spolverata al fornello già perfettamente lucido, si pulì le mani sul grembiule a fiorellini e lo slegò, lasciando finalmente libera la gonna rossa soffocata dietro quel paravento. Si avvicinò al frigorifero e spinse il pulsante della radio sulla modalità “cd” facendo zittire quel confuso bisbiglio, aprì il cassetto e vi infilò un disco di Stevie Wonder. Il gatto tese ancor di più l’orecchio mentre i baffi fecero un guizzo sornione. Specchiandosi nella mensola, tra un vasetto di confettura e l’altro, sciolse i suoi lunghissimi capelli grigi che ricaddero spavaldi assaporando l’aria di libertà come un prigioniero davanti all’apertura dell’invalicabile cancello. Nonna Papera estrasse i biscotti dorati alla cannella dal forno mentre l’uccellino giallo con un ciuffo impomatato spalancò le porte della sua tana con energica vitalità primaverile. Ebbe appena il tempo di sorridere osservando i suoi capelli ondeggiare irrispettosi sotto le note di “Isn’t she lovely?”  e l’orlo della gonna rossa sfiorare, volteggiando, i petali dischiusi che il suono del campanello irruppe prepotente nella cucina: tutto era ancora possibile o impossibile ma ogni cosa, allora, era viva.

G.D.

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Il biedermeier nella stanza da bagno

 

Sulle ante di vetro del vecchio biedermeier di radica due seriche tende di lino bianco.
Dentro il biedermeier: asciugamani, pettini, vasetti di cosmetici, saponi, spazzole, monili, un termometro per  misurare la febbre, lenzuola, mollette per capelli, antibiotici, rasoi usati, forbicine per le unghie, rossetti, una bottiglia di sciroppo per la tosse intonso e ormai scaduto, il piccolo phon da viaggio…… accatastati a caso e senza logica nei quattro ripiani accuratamente rivestiti con la spessa carta decorata dalle piccole alabarde verdi.
Fuori dal biedermeier l’ordine di una stanza da bagno essenziale: pavimento in legno opaco, un bianco lavandino piatto  appoggiato su uno spoglio  ripiano, il rubinetto lineare e sottile accuratamente lucidato, la grande vasca abbacinante sotto la finestra……tutto rigoroso, ordinato, disciplinato, minimale.
La porta della stanza da bagno si apre improvvisamente e con una certa energia ed all’interno irrompe una donna. Ha in mano un maglioncino di cachemire grigio chiaro, indossa un’aderente camicia in tessuto Oxford azzurro pallido, ancora mezza fuori dal pantalone a sigaretta blu il cui fondo si incastra disordinatamente sui morbidi stivaletti di cuoio scuro con il  tacco alto. Si guarda allo specchio, lascia cadere il maglioncino sul ripiano, apre la porta del biedermeier e ci scava dentro con furia. Da quel caos estrae un vasetto di crema ed alcuni cosmetici e li sposta sul ripiano, e nel fare questo fa cadere il piccolo phon mentre una spazzola si infila nel rotolo formato da un paio  di lenzuola. Si sposta di nuovo davanti allo specchio, si cosparge energicamente la faccia di crema, si trucca velocemente e con destrezza. Tira fuori la spazzola dal rotolo di lenzuola e contemporaneamente con gli occhi cerca un bracciale. Lo vede, fa mezzo giro su stessa e lancia la spazzola sul ripiano del lavandino, sopra la palla grigia del maglione, mentre con l’altro braccio afferra il bracciale che subito dopo fa una certa fatica ad allacciare. Sistema la camicia dentro i pantaloni con meticolosità, indossa il maglioncino, aggiusta l’orlo dei pantaloni. Poi con una mano prende la spazzola mentre con l’altra costringere i lunghi capelli sparpagliati sulle spalle in una disciplinata coda di cavallo.
Afferra velocemente tutte le cose che sono fuoriuscite dal biedermaier e le ricaccia dentro alla rinfusa. Serra le due porte del mobile, sbattendole un po’,  e si riflette sulla ante a vetro: con le mani  fa aderire al corpo snello il maglione, aggiusta il colletto della camicia perfettamente stirata, scrolla le gambe per far cadere perfettamente il pantalone. Anche per oggi il caos è stato rinchiuso e contenuto, celato ai più.  Rigore ed ordine sono nuovamente scesi dentro la stanza da bagno
La donna esce in un ticchettio imperioso di tacchi e chiude con uno scatto la porta alle sue spalle.

Carabanto

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